Abitare l’infosfera: educare alla responsabilità nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale non è uno strumento neutro, ma un ambiente di vita. Abitarlo significa assumersi una responsabilità collettiva verso l’ecosistema digitale.

Alfonso Benevento

12/28/2025

worm's eye-view photography of ceiling
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Negli ultimi anni il lessico del digitale si è arricchito di una parola che merita particolare attenzione: ecosistema. Non parliamo più soltanto di strumenti, piattaforme o applicazioni, ma di ambienti complessi, interconnessi, abitati quotidianamente da persone, dati, algoritmi e sistemi intelligenti. In questo scenario, l’intelligenza artificiale (IA) non è un oggetto esterno alla vita sociale, ma una presenza strutturale che orienta scelte, comportamenti e relazioni. La questione centrale non è più se utilizzare o meno l’IA, ma come abitarla, poiché l’ecosistema dell’intelligenza artificiale significa riconoscere che il digitale non è uno spazio neutro. È un ambiente che produce effetti cognitivi, sociali ed etici. Come ha sottolineato il filosofo Luciano Floridi, viviamo all’interno di un’infosfera, un ambiente informazionale in cui la distinzione tra online e offline perde progressivamente significato. In questa prospettiva, ogni azione digitale è anche un’azione ambientale, perché contribuisce a modificare l’ecosistema in cui si muovono gli altri. La metafora dell’abitare è tutt’altro che retorica. Abitare implica cura, responsabilità, consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Non si abita un luogo come lo si attraversa. Eppure, nel digitale, siamo spesso educati all’uso e non all’abitare. Impariamo a utilizzare strumenti sempre più potenti senza sviluppare una riflessione adeguata sul contesto relazionale e sociale che questi strumenti contribuiscono a creare.

Dal punto di vista della psicologia sociale, questa asimmetria è problematica. Il comportamento umano è sempre il risultato di una relazione dinamica tra individuo e ambiente. Come mostrava lo psicologo Kurt Lewin, non esiste azione che non sia situata. L’intelligenza artificiale modifica in modo profondo l’ambiente in cui le azioni prendono forma, influenzando ciò che vediamo, ciò che scegliamo, ciò che riteniamo rilevante. Educare alla responsabilità nell’ecosistema dell’IA significa allora rendere visibile questa mediazione. Uno degli aspetti più delicati dell’infosfera contemporanea è la progressiva opacità dei processi decisionali. Gli algoritmi selezionano contenuti, suggeriscono percorsi, anticipano bisogni. Questo non avviene in modo casuale, ma secondo logiche progettuali orientate a obiettivi specifici. Dal punto di vista etico, il problema non è l’esistenza di tali sistemi, ma la loro naturalizzazione. Quando le mediazioni algoritmiche diventano invisibili, la responsabilità tende a dissolversi.

La filosofia politica ha messo in guardia da questo rischio molto prima dell’avvento dell’IA. La filosofa Hannah Arendt ha mostrato come la separazione tra azione e responsabilità possa produrre forme di irresponsabilità sistemica. Nell’ecosistema digitale, questa separazione è amplificata, le decisioni sembrano prese da sistemi, mentre gli individui si percepiscono come meri utenti. Educare alla responsabilità significa ricostruire il nesso tra azione, decisione e conseguenza. La sociologia contemporanea ha descritto l’infosfera come uno spazio in cui le relazioni sono accelerate, frammentate e spesso debolmente vincolanti. Il sociologo Zygmunt Bauman parlava di legami liquidi per indicare rapporti facilmente attivabili e altrettanto facilmente abbandonabili. L’intelligenza artificiale, inserita in questo contesto, rischia di rafforzare una visione funzionale delle relazioni, in cui l’altro è ridotto a dato, profilo, previsione. In questo senso, l’ecosistema dell’IA non è solo tecnologico, ma profondamente relazionale. Abitarlo in modo responsabile significa interrogarsi su come le tecnologie influenzano il modo in cui riconosciamo l’altro come soggetto. La responsabilità non riguarda soltanto l’uso corretto degli strumenti, ma la qualità delle relazioni che questi strumenti rendono possibili o impossibili. Il ruolo dell’educazione diventa allora centrale. La scuola e l’università non possono limitarsi a fornire competenze tecniche sull’intelligenza artificiale. Devono aiutare a comprendere l’IA come ambiente di vita. La pedagogia lo ha sempre sostenuto. Il pedagogo John Dewey affermava che educare significa preparare alla partecipazione consapevole alla vita sociale. Oggi, questa partecipazione passa anche attraverso la capacità di leggere criticamente l’ecosistema digitale. Educare all’abitare l’infosfera significa sviluppare una sensibilità ecologica applicata al digitale. Così come l’educazione ambientale ha insegnato a riconoscere l’impatto delle azioni individuali sull’ecosistema naturale, l’educazione digitale deve insegnare a riconoscere l’impatto delle azioni online sull’ecosistema informazionale. Ogni contenuto condiviso, ogni decisione automatizzata, ogni interazione mediata dall’IA contribuisce a modellare l’ambiente comune.

Dal punto di vista psicologico, questa consapevolezza richiede lo sviluppo di competenze riflessive. La responsabilità non è un automatismo, ma una capacità che si costruisce nel tempo. Lo psicologo Lev Vygotskij ha mostrato come le funzioni superiori del pensiero si sviluppino attraverso la mediazione sociale. Nell’ecosistema dell’IA, questa mediazione è sempre più spesso tecnologica. Educare alla responsabilità significa allora rendere esplicite le mediazioni, per evitare che diventino determinismi silenziosi. L’etica digitale insiste su questo punto poichè non basta progettare sistemi efficienti, occorre progettare sistemi giusti. Il filosofo Floridi ha parlato di responsabilità distribuita, sottolineando come utenti, sviluppatori, istituzioni e educatori condividano il compito di preservare la qualità dell’infosfera. Abitare l’ecosistema dell’IA è un atto collettivo, non una scelta individuale isolata. In questo quadro, la responsabilità assume una dimensione nuova. Non è solo responsabilità per ciò che facciamo, ma per l’ambiente che contribuiamo a creare. È una responsabilità preventiva, orientata al lungo periodo, che tiene conto degli effetti cumulativi delle azioni digitali. Come ricordava il filosofo Hans Jonas, la responsabilità cresce quando le conseguenze dell’agire diventano più ampie e meno reversibili. L’intelligenza artificiale amplifica proprio questa condizione.

Abitare l’infosfera significa anche accettare la complessità. Il sociologo Edgar Morin ha più volte insistito sulla necessità di un pensiero capace di tenere insieme elementi diversi senza ridurli. Applicare questa prospettiva all’IA significa evitare sia l’entusiasmo acritico sia il rifiuto difensivo. Significa riconoscere che l’intelligenza artificiale è una costruzione umana, e come tale riflette valori, visioni del mondo, priorità. Oggi è diventata una necessità comprendere come le tecnologie intelligenti stiano trasformando le relazioni e, di conseguenza, la responsabilità. Abitare l’infosfera non è un compito tecnico, ma culturale ed educativo. È una sfida che riguarda la scuola, le istituzioni, i media, ma anche ogni cittadino. In un’epoca in cui l’IA promette di semplificare il mondo, educare alla responsabilità significa difendere la complessità dell’umano. Significa ricordare che l’innovazione non è solo ciò che possiamo fare, ma ciò che scegliamo di fare insieme. E che l’ecosistema dell’intelligenza artificiale, come ogni ambiente abitato, può essere reso più giusto, più umano, più sostenibile solo se impariamo a prendercene cura.