Ascoltare davvero, perché la medicina del futuro comincia prima della risposta

Prima degli algoritmi e delle soluzioni, la cura nasce dall’ascolto profondo della storia e dei valori della persona.

Matteo Benevento

6/16/2025

woman in white long sleeve shirt kissing girl in white long sleeve shirt
woman in white long sleeve shirt kissing girl in white long sleeve shirt

La medicina sembra parlare molto e ascoltare poco. Parla attraverso numeri, grafici, referti, modelli predittivi che restituiscono risposte rapide e apparentemente complete. L’intelligenza artificiale (IA) amplifica questa tendenza, offrendo soluzioni prima ancora che la domanda sia stata formulata fino in fondo. In questo contesto, l’ascolto rischia di apparire come un passaggio preliminare, quasi burocratico, da superare in fretta per arrivare alla decisione. Eppure, proprio oggi, ascoltare davvero diventa l’atto fondativo della cura. Ascoltare non significa semplicemente raccogliere informazioni. Significa creare uno spazio in cui l’altro possa emergere nella sua complessità. Il sintomo raccontato non è mai solo un dato clinico. È un segnale che si intreccia con una storia, con paure, aspettative, tentativi di interpretazione. Quando i sistemi sono in grado di riconoscere pattern prima ancora che il paziente finisca di parlare, il rischio è che l’ascolto venga ridotto a conferma di un’ipotesi già formulata.

L’intelligenza artificiale eccelle nell’anticipare. Anticipa diagnosi, anticipa rischi, anticipa scenari. Ma l’anticipazione non è comprensione. Comprendere richiede tempo, sospensione del giudizio, disponibilità a essere sorpresi. Ascoltare davvero significa accettare che la storia del paziente possa deviare dal modello, che il caso concreto non coincida con la probabilità media. Senza questa apertura, l’IA diventa una lente che restringe invece di ampliare. Nel rapporto medico-paziente, l’ascolto profondo è ciò che costruisce alleanza. Un paziente che si sente ascoltato è più disposto a condividere, a fidarsi, a partecipare alle decisioni. Quando molte interazioni avvengono in tempi ridotti e talvolta a distanza, l’ascolto deve diventare intenzionale. Non basta “sentire”. Occorre mostrare che ciò che viene detto conta. Questo non può essere automatizzato. Ascoltare davvero significa anche cogliere ciò che non viene detto. Le esitazioni, i silenzi, le contraddizioni. L’IA lavora su ciò che è esplicito, su ciò che può essere formalizzato. Ma la sofferenza spesso si annida nell’implicito. Un paziente può descrivere correttamente i sintomi e allo stesso tempo nascondere una paura più profonda. Senza ascolto, questa dimensione resta invisibile e la cura rischia di mancare il bersaglio. L’ascolto è messo alla prova dalla sovrabbondanza di informazioni. Il medico riceve dati prima dell’incontro, conosce risultati, trend, alert. Questo può creare un pregiudizio cognitivo: si entra nella stanza con una storia già scritta. Ascoltare davvero richiede la capacità di mettere tra parentesi questa storia preliminare, almeno per un momento, per lasciare spazio alla narrazione dell’altro. È un gesto di rispetto epistemico ed etico.

Ascoltare è anche un atto di umiltà. Significa riconoscere che il paziente è l’esperto della propria esperienza. La medicina oggi dispone di strumenti potentissimi per interpretare il corpo, ma nessuno strumento conosce dall’interno cosa significhi vivere con una malattia. Senza ascolto, la personalizzazione resta superficiale. Con l’ascolto, la tecnologia può essere orientata in modo più appropriato. Nel contesto delle decisioni difficili, l’ascolto diventa decisivo. Scelte terapeutiche complesse non possono essere ridotte a una raccomandazione ottimale. Richiedono di comprendere cosa quella persona è disposta ad affrontare, cosa considera una buona qualità di vita, quali compromessi accetta. L’IA può offrire opzioni, ma non può ascoltare valori. Questa è una competenza irriducibilmente umana. Studi pubblicati su BMJ e Journal of General Internal Medicine mostrano che una maggiore attenzione all’ascolto riduce errori diagnostici, migliora l’aderenza alle terapie e rafforza la fiducia. In un’epoca di tecnologie avanzate, questi risultati ricordano che l’ascolto non è un residuo del passato, ma un fattore di qualità.

L’ascolto è anche una forma di resistenza alla standardizzazione eccessiva. I protocolli sono necessari, ma non esauriscono la realtà. Ascoltare davvero significa riconoscere quando il protocollo va adattato, quando la regola generale non funziona per il caso particolare. Questo richiede attenzione e coraggio. L’IA può segnalare deviazioni, ma non può decidere il senso di quella deviazione. La pressione a dimostrare competenza spinge a parlare, a spiegare, a rispondere. L’ascolto richiede invece silenzio e sospensione. Nel 2025, questa competenza diventa ancora più preziosa, perché distingue il professionista che usa la tecnologia da quello che ne è guidato. Ascoltare è ciò che permette di integrare l’IA senza esserne dominati. Ascoltare davvero significa anche ascoltare se stessi. Riconoscere le proprie reazioni, le proprie fretta, i propri pregiudizi. La tecnologia può aumentare il carico cognitivo e ridurre lo spazio di riflessione. Fermarsi ad ascoltare, anche interiormente, è una forma di autocura professionale. Permette di evitare decisioni automatiche e di mantenere una pratica riflessiva. L’ascolto è messo alla prova anche nella comunicazione digitale. Teleconsulti, messaggi, piattaforme asincrone richiedono nuove modalità di ascolto. Non si tratta solo di leggere, ma di interpretare. Tono, scelta delle parole, tempi di risposta diventano segnali di attenzione o di distanza. L’ascolto non scompare con la tecnologia, ma si trasforma. Richiede nuove competenze relazionali.

Alla fine, ascoltare davvero significa riconoscere che la cura non inizia con la risposta, ma con la domanda. Con il modo in cui la domanda viene accolta. L’intelligenza artificiale può offrire risposte sempre più sofisticate, ma non può sostituire l’ascolto che dà senso a quelle risposte. Quando tutto sembra orientato alla rapidità e alla previsione, l’ascolto profondo appare come un atto controcorrente. Ma è proprio questo atto a rendere la medicina capace di futuro. Perché senza ascolto, la cura diventa applicazione di soluzioni. Con l’ascolto, torna a essere relazione. La medicina del futuro non sarà definita solo da ciò che saprà prevedere, ma da ciò che saprà ascoltare. E in un mondo pieno di risposte, ascoltare davvero è forse la competenza più rara e più necessaria.