Ascoltare un paziente è ancora un atto terapeutico?
In una medicina sempre più guidata dai dati, l’ascolto rischia di essere sacrificato, nonostante resti centrale per diagnosi, fiducia e alleanza terapeutica.
Matteo Benevento
9/30/2025
Una scena che si ripete ogni giorno, in ogni ambulatorio e in ogni corsia, e che spesso passa inosservata è quella del paziente che inizia a parlare e il medico, quasi senza accorgersene, interrompe. Non per maleducazione, non per mancanza di interesse, ma per necessità. Il tempo è poco, le informazioni da raccogliere sono molte, il sistema chiede efficienza. Questa scena è diventata purtroppo quasi normale. Eppure, proprio da qui nasce una domanda fondamentale: ascoltare un paziente è ancora un atto terapeutico o è diventato un lusso che la medicina non può più permettersi?
Per molto tempo l’ascolto è stato considerato il cuore della pratica clinica. Prima ancora degli esami strumentali, prima delle linee guida, la medicina si fondava sulla parola del paziente e sulla capacità del medico di interpretarla. L’anamnesi non era solo una raccolta di dati, ma un racconto. Attraverso quel racconto emergevano indizi, connessioni, significati che nessun test avrebbe potuto restituire da solo. Ascoltare significava entrare nella storia della malattia, non limitarsi a identificarne i segni. Questo paradigma ora è sotto pressione. L’intelligenza artificiale (IA), i sistemi di supporto decisionale, le cartelle cliniche elettroniche hanno spostato il baricentro della medicina verso il dato strutturato. Ciò che conta è ciò che può essere misurato, registrato, analizzato. La parola del paziente rischia di diventare un rumore da filtrare, qualcosa da sintetizzare rapidamente in poche voci di menu. In questo contesto, l’ascolto appare inefficiente, poco compatibile con una medicina orientata alla velocità. Eppure, la letteratura scientifica continua a mostrare quanto l’ascolto sia centrale, indicando che la qualità dell’ascolto influisce direttamente sulla correttezza diagnostica. Molti errori nascono non da una mancanza di conoscenze, ma da una raccolta incompleta o distorta delle informazioni. Quando il paziente non riesce a esprimere ciò che sente, o quando il medico non ha il tempo di ascoltare davvero, il rischio di fraintendimenti aumenta. Ascoltare non significa semplicemente lasciare parlare. Significa creare uno spazio in cui il paziente possa organizzare la propria esperienza, trovare le parole, dare senso ai sintomi. Questo processo ha già di per sé un effetto terapeutico. Numerosi studi di medicina narrativa mostrano che il semplice atto di raccontare la propria storia di malattia può ridurre l’ansia, migliorare la percezione di controllo e rafforzare l’alleanza terapeutica. L’ascolto non cura la malattia, ma cura la persona che la vive. Nella società contemporanea, in cui la tecnologia è partner di ciascuno, l’ascolto assume un valore ancora più importante. Quando le decisioni sono supportate da algoritmi, il rischio è che la voce del paziente venga percepita come meno affidabile del dato. Il sintomo soggettivo viene confrontato con parametri oggettivi, e se non coincide, tende a essere svalutato. Ma la medicina non si occupa solo di ciò che è misurabile. Si occupa di sofferenza, di disagio, di esperienze che non sempre trovano una traduzione numerica.
L’intelligenza artificiale può analizzare il linguaggio, riconoscere pattern, individuare parole chiave. Alcuni sistemi sono in grado di segnalare segnali di depressione o di stress a partire dal modo in cui una persona parla o scrive. Questi strumenti possono essere utili, ma non sostituiscono l’ascolto umano. Possono identificare un pattern, ma non comprendono il significato che quel pattern ha per chi parla. L’ascolto non è solo analisi del contenuto, ma relazione. È la dimensione temporale, quella dell’ascolto dedicato, del tempo di qualità, essere diventata una risorsa scarsa e spesso insufficiente. Il medico è spesso costretto a guidare il colloquio, a interrompere, a indirizzare. Questo non è di per sé negativo. Una buona visita richiede anche struttura. Il problema nasce quando l’ascolto viene sacrificato sistematicamente, quando il paziente non ha mai la possibilità di completare il proprio racconto. Studi osservazionali mostrano che, in media, i medici interrompono il paziente dopo pochi secondi dall’inizio della narrazione. Spesso, però, basterebbe poco più di un minuto per ottenere informazioni cruciali. L’ascolto è terapeutico anche perché costruisce fiducia. Il paziente che si sente ascoltato è più propenso a seguire le indicazioni, a condividere dubbi, a segnalare cambiamenti. La fiducia non nasce dalla perfezione tecnica, ma dalla percezione di essere presi sul serio. In un sistema sempre più mediato dalla tecnologia, questa fiducia rischia di spostarsi verso gli strumenti, gli esami, le macchine. Il medico, però, resta sempre ed esclusivamente il punto di riferimento umano. Se il medico non ascolta, il paziente cercherà altrove, spesso in fonti meno affidabili. Una comunicazione efficace e centrata sulla persona è un elemento essenziale della qualità delle cure. Non si tratta solo di trasmettere informazioni, ma di costruire un dialogo. In questo dialogo, l’ascolto è il primo passo.
L’ascolto viene raramente insegnato in modo esplicito. Si dà per scontato che sia una capacità naturale, che ogni medico possieda. In realtà, ascoltare è una competenza che si apprende e si affina. Richiede attenzione, sospensione del giudizio, capacità di tollerare l’incertezza. L’IA rischia di rendere questa competenza ancora più fragile se viene presentata come un sostituto del colloquio, anziché come un supporto.
Ascoltare un paziente è terapeutico anche per il medico. Permette di comprendere meglio il senso del proprio lavoro, di evitare la riduzione della pratica clinica a una sequenza di compiti. Molti professionisti raccontano che i momenti più significativi della loro carriera non sono legati a una diagnosi brillante, ma a una conversazione, a un ascolto riuscito, a un paziente che si è sentito compreso. In un sistema che misura tutto, questi aspetti rischiano di scomparire dalle metriche, ma non dalla realtà vissuta.
La sfida non è allora decidere se l’ascolto abbia ancora valore, ma come proteggerlo dal tempo che manca, dalla pressione organizzativa, dalla tentazione di affidarsi solo ai dati. L’ascolto non è un gesto romantico, ma una pratica clinica essenziale. Non rallenta la medicina, la rende più solida. Non si oppone alla tecnologia, la completa. Alla fine, ascoltare un paziente resta un atto terapeutico perché riconosce l’altro come soggetto e non come oggetto di cura. In un’epoca in cui la medicina rischia di diventare sempre più impersonale, l’ascolto è uno dei pochi gesti che restituiscono centralità alla relazione medico-paziente. Nessun algoritmo può ascoltare nel senso pieno del termine. Può analizzare parole, ma non accogliere una storia. Finché la medicina avrà a che fare con storie umane, ascoltare resterà non solo possibile, ma necessario.
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