Conformismo, polarizzazione e radicalizzazione online. Quando il gruppo prende il posto del pensiero

La rete amplifica dinamiche sociali antiche: conformismo, polarizzazione e radicalizzazione non sono anomalie, ma esiti prevedibili di ambienti digitali che premiano l’allineamento.

Alfonso Benevento

10/19/2025

Silhouettes of seven women against a white background.
Silhouettes of seven women against a white background.

Una delle illusioni più diffuse sul funzionamento della rete è che Internet abbia reso gli individui più liberi, autonomi, capaci di esprimere opinioni personali. In parte è vero. Ma questa libertà convive con un fenomeno meno visibile e spesso sottovalutato la crescente pressione conformistica che attraversa le relazioni digitali. La psicologia sociale ci insegna che l’essere umano non pensa mai in totale isolamento. Ogni opinione si forma dentro un contesto sociale, e oggi quel contesto è sempre più spesso mediato dalle piattaforme.

Il conformismo non nasce con i social network. Gli esperimenti classici dello psicologo Solomon Asch hanno mostrato come gli individui tendano ad allinearsi al gruppo anche quando il gruppo è palesemente in errore. La rete non ha inventato questo meccanismo, ma ne ha modificato profondamente le condizioni di esercizio. Online il gruppo non è più limitato nello spazio e nel tempo, il dissenso è immediatamente visibile e l’adesione alle opinioni dominanti viene spesso premiata in termini di riconoscimento sociale. Nel contesto digitale il conformismo assume forme nuove. Non si manifesta soltanto attraverso l’adesione esplicita a un’opinione, ma anche attraverso il silenzio, l’auto-censura, la rinuncia a intervenire. La visibilità permanente delle posizioni altrui e la tracciabilità delle proprie azioni rendono il disallineamento più costoso, soprattutto nei gruppi fortemente identitari. Il risultato è un ambiente in cui il consenso appare più diffuso di quanto non sia realmente. Questo clima conformistico costituisce il terreno su cui si sviluppa la polarizzazione. La psicologia sociale ha da tempo osservato che la discussione all’interno di gruppi omogenei tende a produrre posizioni più estreme rispetto a quelle iniziali. Questo fenomeno, noto come polarizzazione di gruppo, trova nel digitale un potente acceleratore. Le piattaforme favoriscono l’incontro tra simili, riducendo l’esposizione al dissenso e rafforzando le convinzioni preesistenti. Come ha mostrato lo studioso di economia sociale Cass Sunstein, quando le persone sono esposte prevalentemente a opinioni affini alle proprie, non solo rafforzano le loro credenze, ma tendono a radicalizzarle. Il confronto non attenua le differenze, le esaspera. Nel digitale, questo processo è reso ancora più intenso dalla velocità della comunicazione e dalla semplificazione dei messaggi, che privilegia posizioni nette e facilmente riconoscibili. La polarizzazione non è soltanto un problema cognitivo. È un fenomeno profondamente relazionale. Dividere il mondo in schieramenti contrapposti consente di rafforzare l’identità del gruppo, ma al prezzo di una crescente disumanizzazione dell’altro. La psicologia sociale mostra come la costruzione di un nemico sia uno dei modi più efficaci per consolidare la coesione interna. Nel contesto digitale, questa dinamica si manifesta attraverso linguaggi aggressivi, stereotipi, riduzione dell’altro a caricatura. A questo punto il passaggio dalla polarizzazione alla radicalizzazione diventa possibile. Non tutti i gruppi polarizzati si radicalizzano, ma ogni processo di radicalizzazione trova terreno fertile in ambienti fortemente polarizzati. La radicalizzazione online non è un improvviso scatto verso l’estremismo, ma un percorso graduale, fatto di rinforzi simbolici, conferme continue e progressiva chiusura al confronto.

Gli studi sul comportamento collettivo mostrano che la radicalizzazione è favorita quando il gruppo fornisce non solo spiegazioni del mondo, ma anche senso di appartenenza e riconoscimento. In questo senso, le piattaforme digitali possono diventare spazi di reclutamento identitario, soprattutto per soggetti che sperimentano insicurezza, esclusione o marginalità. Come ha osservato il sociologo Zygmunt Bauman, nelle società contemporanee la fragilità delle identità individuali rende particolarmente attraenti le appartenenze forti, anche quando sono escludenti. Un ruolo centrale in questi processi è giocato dagli algoritmi. Non perché producano direttamente radicalizzazione, ma perché tendono a rinforzare la coerenza interna dei gruppi. Selezionando contenuti affini alle preferenze dell’utente, gli algoritmi riducono l’attrito cognitivo e rendono più stabile la visione del mondo proposta dal gruppo di riferimento. Dal punto di vista psicologico, questo significa meno occasioni di dubbio, meno esposizione alla complessità, più sicurezza identitaria.

La riflessione etica su questi fenomeni non può limitarsi alla repressione dei contenuti estremi. Come ricorda la filosofa Hannah Arendt, il vero pericolo non risiede solo nell’estremismo dichiarato, ma nella progressiva normalizzazione di visioni che escludono l’altro dalla sfera dell’umanità condivisa. Nel digitale, questa normalizzazione può avvenire in modo quasi impercettibile, attraverso la ripetizione, l’ironia, la banalizzazione del linguaggio violento. Di fronte a questi processi, la risposta non può essere solo tecnologica o normativa. È necessaria una risposta educativa. Educare alla vita digitale significa sviluppare competenze critiche capaci di riconoscere il conformismo, comprendere la polarizzazione e interrompere i percorsi di radicalizzazione. Significa formare soggetti in grado di abitare il conflitto senza trasformarlo in annientamento simbolico dell’altro.

Come suggerisce sociologo Edgar Morin, educare alla complessità implica accettare l’incertezza, il pluralismo, la contraddizione. Nel contesto digitale, questo si traduce nella capacità di tollerare il dissenso, di distinguere l’identità dall’opinione, di resistere alla tentazione di ridurre il mondo a schieramenti contrapposti. Relazioni aumentate prosegue così il suo percorso di analisi, mettendo in luce le dinamiche che rendono la rete uno spazio potente, ma anche fragile. Comprendere conformismo, polarizzazione e radicalizzazione online non significa demonizzare le piattaforme, ma assumere la responsabilità di comprenderne gli effetti sulle relazioni. Perché solo una società capace di riconoscere i propri meccanismi di influenza può sperare di governarli, invece di subirli.