Curare nell’incertezza, perché la medicina non potrà mai essere completamente predittiva

La previsione aiuta, ma non sostituisce il giudizio. Tra probabilità, decisione e responsabilità, l’incertezza resta una condizione inevitabile della cura.

Matteo Benevento

1/26/2026

person clicking Apple Watch smartwatch
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Negli ultimi anni la medicina ha imparato a prevedere molto. Rischi, probabilità, traiettorie cliniche vengono stimate con una precisione sempre maggiore grazie all’analisi dei dati e all’intelligenza artificiale (IA). Questa capacità predittiva rappresenta un progresso reale, capace di migliorare diagnosi, prevenzione e pianificazione delle cure. Eppure, proprio mentre la previsione si rafforza, emerge con chiarezza un limite strutturale e la medicina non potrà mai essere completamente predittiva. L’idea di una medicina totalmente prevedibile nasce da una comprensibile aspirazione al controllo. Ridurre l’incertezza significa ridurre l’ansia, l’errore, la sofferenza evitabile. Ma la pratica clinica non si svolge in un laboratorio astratto. Si svolge nella vita reale, dove i corpi, le storie e le relazioni non seguono traiettorie lineari. L’incertezza non è un difetto del sistema, è una sua condizione originaria. Dal punto di vista clinico, ogni previsione si fonda su ciò che è già accaduto. I modelli apprendono da dati passati, riconoscono pattern, stimano probabilità. Funzionano bene quando la realtà assomiglia a ciò che è già stato osservato. Ma la medicina incontra continuamente ciò che devia, risposte inattese, decorso imprevedibile, reazioni individuali che sfuggono alle statistiche. In questi casi, la previsione mostra il suo limite.

L’intelligenza artificiale non sbaglia quando non riesce a prevedere tutto. Semplicemente, opera entro il perimetro di ciò che è modellizzabile. L’errore nasce quando si confonde la previsione con la certezza, la probabilità con il destino. Un rischio elevato non è un evento certo. Una traiettoria stimata non è una condanna. Curare nell’incertezza significa tenere aperta questa distinzione. Nel rapporto con il paziente, la previsione ha un impatto profondo. Può aiutare a prepararsi, a prendere decisioni informate, a orientare le scelte. Ma può anche pesare come un’etichetta. Sapere in anticipo cosa potrebbe accadere rischia di ridurre lo spazio del possibile. Il paziente non è più solo qualcuno che vive una condizione, ma qualcuno che incarna una probabilità. La cura, però, non può ridursi a questo. Per il medico, l’incertezza non è solo un limite cognitivo, ma una responsabilità. Decidere senza avere tutte le informazioni, scegliere senza garanzie assolute, accompagnare anche quando il futuro resta aperto è parte integrante della professione. Nessun algoritmo può sostituire questo passaggio. Può supportarlo, renderlo più informato, ma non eliminarlo. Per i medici oggi la promessa di una medicina sempre più predittiva può essere ambivalente. Da un lato rassicura perché sapere che esistono strumenti capaci di orientare riduce il senso di smarrimento. Dall’altro rischia di generare un’aspettativa irrealistica, che ogni incertezza sia destinata a essere risolta dalla tecnologia. Quando questo non accade, l’incertezza viene vissuta come fallimento, non come parte del lavoro clinico. C’è anche una dimensione etica. Una medicina che pretende di prevedere tutto rischia di spostare il baricentro dalla cura alla gestione del rischio. La decisione non riguarda più ciò che è giusto per una persona, ma ciò che è statisticamente più sicuro. In molti casi le due cose coincidono, ma non sempre. Curare nell’incertezza significa accettare che la scelta giusta non sia sempre quella più prevedibile. L’incertezza, inoltre, è uno spazio relazionale. È nel confronto con il paziente, nella condivisione dei dubbi, nella costruzione di una decisione condivisa che la cura prende forma. L’IA non partecipa a questo spazio. Non prova esitazione, non condivide il peso della scelta. Questo non è un limite tecnico, ma una differenza ontologica.

La medicina non potrà mai essere completamente predittiva perché ha a che fare con persone, non solo con eventi. Le persone cambiano, reagiscono, interpretano. La loro adesione alle cure, il loro modo di vivere la malattia, le loro priorità incidono sugli esiti tanto quanto i parametri clinici. Nessun modello può catturare pienamente questa complessità. Nel lavoro quotidiano, curare nell’incertezza richiede una competenza spesso sottovalutata, la capacità di stare nel non sapere. Di non affrettare una conclusione solo per ridurre l’ansia. Di spiegare che una previsione è un aiuto, non una sentenza. Questa competenza non si impara dagli algoritmi, ma dall’esperienza, dalla riflessione e dal confronto. La maturità della medicina nell’era dell’intelligenza artificiale non si misurerà dalla quantità di previsioni corrette, ma dalla capacità di usare la previsione senza esserne dominati. Accettare l’incertezza non significa rinunciare al rigore scientifico, ma riconoscere il campo in cui la scienza opera. Curare nell’incertezza non è una sconfitta della medicina. È la sua condizione più autentica. Finché esisteranno persone e non solo dati, la previsione resterà uno strumento prezioso ma incompleto. E sarà sempre necessario qualcuno capace di assumersi la responsabilità di decidere anche quando il futuro non è del tutto leggibile. È in questo spazio, fragile e inevitabile, che la medicina resta profondamente umana.