Curare non è solo guarire perché la relazione medico-paziente conta ancora

In una sanità sempre più orientata all’efficienza e ai risultati misurabili, la relazione di cura resta una variabile clinica decisiva, anche quando la guarigione non è possibile.

Matteo Benevento

9/1/2025

person in blue shirt and white and black pants
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Esiste una convinzione diffusa, spesso non dichiarata, che attraversa la medicina contemporanea, l’idea che ciò che conta davvero sia la guarigione. Tutto il resto, la relazione, l’ascolto, il tempo speso con il paziente, viene percepito come un contorno, un valore aggiunto se possibile, un lusso se resta spazio. Oggi, in un contesto sanitario sempre più tecnologico e orientato all’efficienza, questa convinzione sembra rafforzarsi. Eppure, proprio mentre l’intelligenza artificiale (IA) promette diagnosi più rapide e terapie più mirate, emerge con forza una verità che la medicina conosce da sempre, curare non è solo guarire.

La guarigione riguarda la malattia. La cura riguarda la persona. Questa distinzione non è filosofica, ma profondamente clinica. Un paziente può non guarire e tuttavia essere curato bene. Può convivere con una patologia cronica, con una disabilità, con una prognosi infausta, e sentirsi comunque accompagnato, riconosciuto, sostenuto. Al contrario, una guarigione ottenuta senza relazione può lasciare ferite invisibili, incomprensioni, sfiducia. Nel tempo, la medicina ha spesso oscillato tra questi due poli, ma oggi il rischio è che l’attenzione si concentri quasi esclusivamente sul primo. L’intelligenza artificiale accentua questa tendenza. Algoritmi capaci di ottimizzare percorsi diagnostici e terapeutici spingono verso una medicina sempre più orientata al risultato misurabile. Percentuali di successo, riduzione degli errori, tempi di risposta. Tutto questo è fondamentale. Ma ciò che non è facilmente misurabile rischia di diventare marginale. La relazione medico-paziente non produce output immediati, non genera grafici evidenti, non si presta facilmente all’automazione. Eppure, la letteratura scientifica mostra da decenni quanto sia centrale. Studi pubblicati sul British Journal of General Practice e su The Lancet dimostrano che una relazione di cura basata su fiducia e comunicazione efficace migliora l’aderenza terapeutica, riduce il ricorso improprio ai servizi sanitari, diminuisce il contenzioso medico-legale e influisce positivamente sugli esiti clinici. Non si tratta di umanizzare la medicina in senso generico, ma di riconoscere che la relazione è una variabile clinica a tutti gli effetti. Tuttavia però, il tempo della relazione è messo sempre più sotto pressione. I medici hanno meno minuti per ogni paziente, più dati da gestire, più protocolli da rispettare. In questo contesto, l’ascolto rischia di essere percepito come inefficiente. Ma l’ascolto non è tempo perso. È tempo diagnostico. Molte informazioni decisive emergono solo quando il paziente si sente autorizzato a raccontare, a esprimere dubbi, a nominare sintomi che non rientrano immediatamente in una checklist.

L’IA, paradossalmente, può sia impoverire sia rafforzare questa dimensione. Se viene utilizzata per accelerare processi senza ripensare l’organizzazione, rischia di ridurre ulteriormente lo spazio relazionale. Se invece viene usata per liberare il medico da compiti ripetitivi e burocratici, può restituire tempo ed energie alla relazione. La tecnologia, in questo senso, non è neutra. Amplifica le scelte del sistema in cui è inserita. Inoltre

la relazione di cura non serve solo al paziente. Serve anche al medico. È nella relazione che il medico dà senso al proprio lavoro, che riconosce il valore del gesto clinico al di là del risultato tecnico. Numerosi studi sul burnout mostrano che la perdita di significato è uno dei fattori principali di stress professionale. Quando il medico si percepisce come un ingranaggio di un sistema automatizzato, il rischio di esaurimento aumenta. La relazione, al contrario, restituisce umanità anche a chi cura. Nel dialogo con il paziente, il medico non è solo un esperto che fornisce risposte, ma una persona che accompagna. Questo accompagnamento diventa particolarmente importante quando la guarigione non è possibile. Nelle cure palliative, nelle patologie croniche, nelle condizioni degenerative, la relazione è spesso l’unico strumento terapeutico rimasto. Ridurre la medicina alla guarigione significa lasciare scoperta un’area enorme della pratica clinica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che la qualità delle cure non può essere valutata solo in termini di esiti clinici, ma deve includere l’esperienza del paziente, la comunicazione, il rispetto della dignità e dell’autonomia. In un’epoca di crescente automazione, questi elementi diventano ancora più cruciali.

Nel percorso di formazione, però, la relazione viene spesso data per scontata. Si insegna come diagnosticare, come trattare, come intervenire. Molto meno come ascoltare, come comunicare una cattiva notizia, come gestire l’incertezza condivisa. L’IA rischia di accentuare questo squilibrio, perché rafforza l’idea che la competenza risieda principalmente nella capacità di gestire informazioni complesse. Ma la competenza relazionale non è un talento innato. È una competenza che si apprende, si allena, si riflette. Essere un buon medico non significa scegliere tra tecnologia e relazione. Significa integrare le due dimensioni senza che una cancelli l’altra. L’IA può aiutare a guarire meglio. Ma solo l’umano può curare davvero. Curare significa riconoscere l’altro come persona, non come caso clinico. Significa accettare che la medicina non è sempre risolutiva, ma può essere comunque significativa. Alla fine, forse, la relazione medico-paziente è ciò che resiste a ogni trasformazione tecnologica. Non perché Alla fine, forse, la relazione medico-paziente è ciò che resiste a ogni trasformazione tecnologica. Non perché sia romantica o nostalgica, ma perché risponde a un bisogno umano fondamentale. La malattia non è solo un problema biologico da risolvere. È un’esperienza che chiede senso, ascolto, accompagnamento. Finché la medicina si occuperà di esseri umani, la relazione resterà una parte essenziale della cura. L’intelligenza artificiale può calcolare, prevedere, suggerire. Ma non può prendersi cura. Questo compito resta umano. E non è un residuo del passato, ma una responsabilità del presente e del futuro.