Curare tutti, non solo chi può. L’equità come sfida clinica nell’era dell’IA

L’innovazione promette cure migliori, ma senza una scelta di equità rischia di ampliare le disuguaglianze invece di ridurle.

Matteo Benevento

8/11/2025

five human hands on brown surface
five human hands on brown surface

La medicina è attraversata da una promessa potente e ambigua, personalizzare sempre di più le cure. L’intelligenza artificiale (IA) consente di adattare diagnosi, terapie e percorsi alle caratteristiche individuali, aumentando l’efficacia e riducendo gli effetti indesiderati. Ma proprio mentre la personalizzazione cresce, emerge una domanda che non può essere elusa: chi avrà davvero accesso a queste cure? Curare meglio non coincide automaticamente con curare in modo più equo. E la medicina del futuro si giocherà anche su questa differenza. L’equità non è sinonimo di uguaglianza. Curare tutti allo stesso modo non significa curare tutti bene. L’equità richiede di riconoscere le differenze di partenza, i contesti, le fragilità. L’IA rende visibili molte di queste differenze, mappando rischi, determinanti sociali, disuguaglianze territoriali. Ma rendere visibile non significa correggere. Senza una scelta intenzionale, la tecnologia può persino amplificare le disuguaglianze che misura. I sistemi di intelligenza artificiale apprendono dai dati disponibili. Se i dati riflettono una popolazione parziale, privilegiata, o storicamente meglio rappresentata, le raccomandazioni saranno più accurate per alcuni e meno per altri. Questo non è un difetto tecnico marginale. È una questione clinica ed etica. Usare oggi l’IA senza interrogarsi su chi resta fuori significa accettare una medicina a più velocità. Nel rapporto medico-paziente, l’equità si manifesta in modo concreto. Tempo dedicato, qualità dell’ascolto, accesso alle informazioni, possibilità di scelta. L’IA può supportare il lavoro clinico, ma non garantisce che questi elementi siano distribuiti equamente. Un paziente con competenze digitali, risorse economiche e accesso a strutture avanzate beneficia più facilmente dell’innovazione. Un altro, con barriere linguistiche o sociali, rischia di restarne escluso. L’equità non è automatica. Va costruita. L’equità è messa alla prova anche dalla geografia. Tecnologie avanzate si concentrano in alcuni contesti, lasciando altri indietro. L’IA potrebbe ridurre queste distanze, ad esempio attraverso la telemedicina e il supporto decisionale a distanza. Ma può anche consolidarle, se l’accesso resta legato a infrastrutture e investimenti diseguali. Curare tutti significa pensare l’innovazione come bene pubblico, non solo come eccellenza per pochi. L’equità riguarda anche il linguaggio. Come si spiegano le opzioni a persone con livelli diversi di alfabetizzazione sanitaria? L’IA può generare spiegazioni personalizzate, ma solo se viene progettata con questo obiettivo. Altrimenti, il linguaggio tecnico resta una barriera. Il medico ha il compito di mediare, tradurre, adattare. Senza questa mediazione, la personalizzazione resta superficiale.

Nel contesto della sanità pubblica, l’equità è una scelta politica oltre che clinica. Decidere dove investire, quali tecnologie adottare, quali percorsi rendere prioritari significa definire chi beneficerà dell’innovazione. L’IA può supportare decisioni basate su dati, ma non può stabilire criteri di giustizia. Questi criteri derivano da valori condivisi. Senza di essi, l’innovazione rischia di seguire il mercato più che il bisogno. L’equità è anche una questione di tempo. Attese lunghe, percorsi complessi, burocrazia penalizzano chi ha meno risorse per orientarsi. L’IA può semplificare processi, ma se viene usata per ottimizzare solo alcuni segmenti del sistema, le disuguaglianze persistono. Curare tutti significa progettare sistemi che tengano conto delle persone più vulnerabili, non solo di quelle più facili da servire. L’equità riguarda anche la rappresentazione. Chi partecipa agli studi? Chi contribuisce ai dataset? Chi definisce i problemi da risolvere? Senza una pluralità di voci, l’IA rischia di incorporare una visione parziale della salute. L’equità richiede di includere prospettive diverse, anche quelle meno visibili. Questo è un lavoro che va oltre la tecnologia. È un impegno culturale. L’equità è una competenza da sviluppare consapevolmente. Non basta conoscere le disuguaglianze. Occorre saperle riconoscere nella pratica quotidiana e adattare le decisioni di conseguenza. L’IA può aiutare a segnalare rischi sociali, ma la risposta resta umana. Curare in modo equo significa usare lo stesso strumento in modi diversi a seconda del contesto.

La letteratura scientifica mostra che le disuguaglianze di salute sono persistenti e influenzano gli esiti più della tecnologia. Studi pubblicati su The Lancet e BMJ evidenziano che interventi tecnologici senza una strategia di equità possono aumentare il divario. Al contrario, politiche orientate all’equità migliorano la salute complessiva della popolazione. Questi dati dovrebbero guidare l’adozione dell’IA in sanità. L’equità è anche una forma di sostenibilità. Sistemi che lasciano indietro una parte della popolazione generano costi futuri maggiori, in termini di malattia, emergenze, perdita di fiducia. Curare tutti non è solo giusto. È efficiente nel lungo periodo. L’IA può aiutare a dimostrarlo, ma la decisione di agire resta umana. Nel rapporto con il paziente, l’equità si gioca anche nella capacità di riconoscere le differenze senza stigmatizzare. Offrire più supporto a chi ne ha bisogno non significa etichettare. Significa adattare la cura. L’IA può aiutare a identificare bisogni, ma il modo in cui questi bisogni vengono affrontati dipende dalla sensibilità del professionista. Senza questa sensibilità, l’equità resta un concetto astratto.

Curare tutti non significa rinunciare all’eccellenza. Significa ridefinirla. L’eccellenza non è solo fare il massimo per qualcuno, ma fare il meglio possibile per tutti. L’IA può contribuire a questa ridefinizione, ma solo se viene guidata da una visione di equità. Alla fine, l’equità è una responsabilità che attraversa tutta la medicina. Dalle scelte cliniche quotidiane alle politiche sanitarie, dall’uso dei dati alla progettazione dei sistemi. Curare tutti, non solo chi può, è una sfida che non può essere delegata alla tecnologia. La medicina del futuro sarà giudicata non solo per quanto sarà avanzata, ma per quanto sarà giusta. E l’equità, oggi, è il banco di prova più esigente di questa giustizia.