Dalla competenza digitale alla responsabilità sociale, il passaggio che ancora manca
Saper usare le tecnologie non basta. La vera alfabetizzazione digitale comincia quando la competenza si trasforma in responsabilità verso gli altri.
Alfonso Benevento
12/21/2025
Negli ultimi anni il lessico dell’educazione e delle politiche pubbliche si è arricchito di un’espressione diventata quasi imprescindibile competenza digitale. Scuola, università, formazione professionale e cittadinanza attiva ruotano sempre più attorno alla necessità di saper usare strumenti tecnologici, comprendere ambienti digitali, orientarsi tra piattaforme e linguaggi. È un passaggio necessario, ma non sufficiente. Perché, se ci fermiamo alla competenza, rischiamo di perdere di vista la domanda più importante: competenti per fare cosa, e soprattutto per chi? Il digitale non è soltanto un insieme di strumenti. È un ambiente sociale, culturale e simbolico in cui si formano comportamenti, identità e relazioni. La competenza digitale, intesa come padronanza tecnica e operativa, non garantisce automaticamente una capacità di agire in modo responsabile all’interno di questo ambiente. È possibile essere estremamente competenti e al tempo stesso profondamente irresponsabili. Ed è proprio qui che si colloca il passaggio che ancora manca, quello dalla competenza alla responsabilità sociale.
La psicologia sociale ci insegna che il comportamento umano non è mai solo il risultato di abilità individuali. Come mostrava la psicologa Kurt Lewin, ogni azione è funzione della persona e dell’ambiente. Nel digitale, l’ambiente è caratterizzato da visibilità permanente, accelerazione, interconnessione e mediazione algoritmica. In un contesto simile, la semplice capacità di agire non basta. Serve la consapevolezza delle conseguenze dell’agire. Molti modelli di competenza digitale si concentrano su ciò che l’individuo sa fare, cercare informazioni, comunicare online, creare contenuti, proteggere i propri dati. Tutti aspetti fondamentali. Tuttavia, ciò che spesso resta in ombra è la dimensione relazionale e sociale dell’azione digitale. Ogni gesto online, anche il più banale, produce effetti sugli altri, contribuisce a costruire norme implicite, rafforza o indebolisce il tessuto sociale. La responsabilità non è un’aggiunta morale opzionale, ma una componente strutturale dell’agire digitale.
Dal punto di vista filosofico, questa distinzione rimanda a una questione antica, la differenza tra sapere e agire bene. Aristotele distingueva tra téchne, la capacità di produrre, e phrónesis, la saggezza pratica necessaria per orientare l’azione nel contesto. La competenza digitale appartiene alla sfera della téchne. La responsabilità sociale, invece, richiede phrónesis, la capacità di valutare le conseguenze, di tenere conto dell’altro, di agire in modo situato. Nel contesto contemporaneo, questa distinzione diventa cruciale. L’intelligenza artificiale (IA), le piattaforme sociali, i sistemi di raccomandazione amplificano il potere dell’azione individuale. Un contenuto può raggiungere migliaia di persone in pochi secondi, una decisione algoritmica può influenzare opportunità, reputazioni, percorsi di vita. Come ricordava il filosofo Hans Jonas, quando il potere dell’agire cresce, cresce anche la responsabilità. Eppure, il discorso pubblico tende a separare questi due aspetti, enfatizzando le possibilità offerte dalla tecnologia e trascurando le responsabilità che ne derivano.
La sociologia contemporanea ha evidenziato come questa separazione produca effetti problematici. Il sociologo Zygmunt Bauman ha parlato di una modernità in cui l’azione è sempre più rapida e sempre meno accompagnata da una riflessione sulle conseguenze. Nel digitale, questa dinamica è accentuata dalla distanza fisica e simbolica tra l’azione e i suoi effetti. La responsabilità tende a dissolversi, frammentandosi tra utenti, piattaforme, algoritmi. La responsabilità sociale, tuttavia, non nasce spontaneamente. È il risultato di un processo educativo. La pedagogia lo ha sempre saputo. Il pedagogista John Dewey sosteneva che l’educazione non dovesse limitarsi a trasmettere competenze, ma formare cittadini capaci di partecipare consapevolmente alla vita democratica. Nel digitale, questa partecipazione passa anche attraverso la capacità di riconoscere l’impatto sociale delle proprie azioni. La scuola e l’università si trovano quindi di fronte a una sfida decisiva. Non basta insegnare come funziona una piattaforma o come si utilizza un sistema di intelligenza artificiale. È necessario interrogare il senso dell’uso, il contesto in cui avviene, le relazioni che produce. Educare alla responsabilità sociale significa aiutare a comprendere che la competenza senza responsabilità può diventare una forma di potere cieco.
Dal punto di vista psicologico, la responsabilità è strettamente legata al riconoscimento dell’altro. Lo psicologo Axel Honneth ha mostrato come il riconoscimento sia una condizione fondamentale per lo sviluppo morale. Nel digitale, l’altro è spesso ridotto a: profilo, commento, dato. Questa riduzione rende più facile agire senza interrogarsi sull’impatto delle proprie parole o decisioni. La responsabilità sociale richiede invece la capacità di vedere nell’altro un soggetto, non un oggetto di interazione. L’etica digitale insiste proprio su questo punto. Il filosofo Luciano Floridi ha proposto di pensare il digitale come un ecosistema, l’infosfera, in cui ogni azione contribuisce a migliorare o a degradare l’ambiente comune. In questa prospettiva, la responsabilità non è solo individuale, ma distribuita. Riguarda gli utenti, i progettisti, le istituzioni, le comunità educative. Il passaggio dalla competenza alla responsabilità implica quindi un cambio di paradigma. Significa spostare l’attenzione dal saper fare al saper stare nei contesti digitali, nelle relazioni, nei conflitti, nelle differenze. Significa riconoscere che l’azione digitale è sempre un’azione sociale, e che ogni azione sociale comporta una responsabilità verso gli altri. Tuttavia questo passaggio è ancora incompiuto perché richiede tempo, riflessione, resistenza alle semplificazioni, accettazione che non tutto ciò che è tecnicamente possibile sia anche socialmente desiderabile. Richiede, soprattutto, di riconoscere che la formazione digitale è una questione etica e civica, non solo tecnica. Come ricordava il pedagogista Edgar Morin, educare significa insegnare a vivere. Nell’epoca del digitale e dell’intelligenza artificiale, insegnare a vivere significa anche insegnare a essere responsabili delle proprie azioni in ambienti complessi e interconnessi. La competenza è il punto di partenza. La responsabilità sociale è l’orizzonte, da esso dipende non solo la qualità dell’innovazione, ma la qualità della convivenza. In un mondo sempre più competente dal punto di vista tecnico, la vera sfida resta quella di diventare più responsabili dal punto di vista umano e sociale.
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