Dallo Schermo alla Persona
Cyberbullismo, spazi digitali, intelligenza artificiale e Umanetica nell’esperienza educativa contemporanea
Alfonso Benevento
1/16/2026
Viviamo in un tempo in cui una parte crescente della nostra esperienza umana si svolge attraverso uno schermo piccolo, portatile, apparentemente neutro, ma capace di condensare una densità relazionale, simbolica ed emotiva che nessun altro medium aveva mai conosciuto prima. All’interno di questo spazio si costruiscono amicizie, si sperimentano appartenenze, si definiscono identità. Ma è anche lo spazio in cui si producono ferite invisibili, spesso silenziose, difficili da riconoscere e ancora più difficili da raccontare.
Il cyberbullismo nasce esattamente in questa zona di confine: non come deviazione improvvisa o patologia individuale, ma come fenomeno emergente di un ecosistema comunicativo complesso, in cui tecnologia, relazioni e percezione dell’altro si intrecciano in modo inedito. Non è necessario urlare per ferire. Non è necessario colpire fisicamente per lasciare un segno. A volte basta una parola, un’esclusione reiterata, un silenzio condiviso.
In questa prospettiva, i video senza parole – privi di dialoghi, costruiti solo attraverso immagini e musica – diventano metafora potente della condizione contemporanea: nessuno parla, eppure tutto è comprensibile. Perché il dolore, prima ancora di essere spiegato, deve essere riconosciuto.
Uno dei principali ostacoli alla comprensione del cyberbullismo è linguistico e culturale. L’uso disinvolto del termine “virtuale” continua a suggerire l’idea di qualcosa di meno reale, meno grave, meno incisivo. Eppure, come la psicologia sociale ha ampiamente mostrato, le emozioni non dipendono dal supporto che le veicola, ma dalla qualità della relazione e dal significato attribuito all’esperienza.
La vergogna, l’ansia, la paura del giudizio, il senso di esclusione non sono virtuali. Sono esperienze profondamente incarnate, anche quando vengono attivate da un messaggio, da un commento o da un’assenza online. Ciò che cambia nel digitale non è la sostanza dell’esperienza emotiva, ma il contesto percettivo in cui essa prende forma.
L’assenza di segnali corporei – sguardi, pause, micro-espressioni – riduce l’empatia situazionale e aumenta il rischio di disconnessione emotiva. Scrivere senza vedere l’effetto che le parole producono facilita processi di disinibizione, ben noti alla psicologia sociale, e abbassa la soglia della responsabilità percepita.
La parola rimossa
Nel cuore del cyberbullismo c’è una rimozione progressiva della persona. Il digitale tende a trasformare l’altro in profilo, account, avatar, nickname. La relazione si appiattisce sulla rappresentazione, e la rappresentazione prende il posto dell’essere umano. Recuperare la centralità della persona significa riportare al centro la vulnerabilità, la complessità e l’unicità dell’altro. Significa riconoscere che dietro ogni schermo c’è qualcuno che sente tutto, anche quando non risponde, anche quando tace, anche quando sembra indifferente. Questo vale non solo per chi agisce compiendo comportamenti offensivi, ma anche per chi osserva. La psicologia sociale ci insegna che i cosiddetti bystanders – gli spettatori – raramente sono indifferenti, più spesso sono paralizzati dall’incertezza, dal timore di esporsi, dalla paura di diventare a loro volta bersaglio. Tuttavia, nello spazio digitale, il silenzio non è mai neutro. Ogni non-azione contribuisce a definire il clima relazionale.
Per comprendere in modo rigoroso il cyberbullismo contemporaneo è necessario distinguere tre livelli spesso confusi, ma concettualmente differenti: spazio digitale, spazio online e spazio virtuale.
Lo spazio digitale: l’infrastruttura invisibile
Lo spazio digitale è il livello tecnico-computazionale. È lo spazio dei dati, del codice, degli algoritmi, dei modelli di intelligenza artificiale. È il livello in cui l’informazione viene codificata, archiviata, elaborata e resa disponibile. Non coincide necessariamente con la connessione: un algoritmo o un modello di IA operano nello spazio digitale anche senza interazione diretta con l’utente. È qui che agiscono le logiche di ottimizzazione, ciò che genera attenzione, reazione ed engagement viene premiato. Un commento offensivo non nasce nello spazio digitale, ma può essere amplificato sistemicamente da esso.
Lo spazio online: il luogo della connessione
Lo spazio online è la porzione dello spazio digitale connessa alla rete. È lo spazio delle piattaforme, dei social network, delle chat, dei forum. Qui avvengono le interazioni visibili: post, commenti, condivisioni, esclusioni. Un gruppo WhatsApp di classe, un commento su un social, una storia condivisa sono esempi di spazio online. È qui che il cyberbullismo si manifesta come azione osservabile, ma non è ancora qui che produce il suo effetto più profondo.
Lo spazio virtuale: il luogo dell’esperienza vissuta
Lo spazio virtuale è lo spazio dell’esperienza soggettiva, simbolica ed emotiva. È il luogo in cui l’identità viene toccata, la reputazione viene costruita o distrutta, il senso di appartenenza viene rafforzato o negato. Un ragazzo escluso da una chat non vive solo un evento online, vive nello spazio virtuale la sensazione di non appartenere, la paura del giudizio, l’ansia del rientro a scuola. Il dolore non è nello smartphone, ma nella persona.
La distinzione tra spazio digitale, online e virtuale trova un solido fondamento teorico nella riflessione di Luciano Floridi, che descrive la contemporaneità come una infosfera, un ambiente informazionale globale in cui online e offline non sono più separabili. Non viviamo più nel digitale come se fosse un altrove, ma con il digitale, all’interno di un ambiente che condiziona profondamente le nostre azioni, le nostre relazioni e le nostre responsabilità.
In questa prospettiva, ogni gesto comunicativo è anche un gesto etico, perché modifica l’ambiente informativo in cui altri vivono. Il cyberbullismo non è quindi un “problema di Internet”, ma una questione etica ambientale, riguarda il modo in cui abitiamo l’infosfera e il tipo di relazioni che contribuiamo a costruire.
L’intelligenza artificiale, inserendosi in questo ambiente, agisce come potente amplificatore. Non distingue il bene dal male, non valuta l’impatto umano delle azioni, ma ottimizza visibilità e reazioni. Una parola scritta senza intenzione di ferire può essere moltiplicata da sistemi che premiano il conflitto, la polarizzazione, l’eccesso emotivo. L’errore sarebbe attribuire alla tecnologia la colpa del fenomeno: l’algoritmo non è un soggetto morale, ma rende ancora più urgente una responsabilità umana consapevole.
Perché parlare oggi di Umanetica
È proprio in questo passaggio – tra ambiente digitale, responsabilità e perdita del senso dell’altro – che emerge il bisogno di una nuova parola: Umanetica. Nel tempo del digitale permanente, delle piattaforme sociali e dell’intelligenza artificiale, le nostre azioni non restano più confinate nello spazio fisico. Ogni parola scritta, ogni immagine condivisa, ogni gesto online produce effetti reali sulle persone. Eppure, proprio nel digitale, qualcosa tende a perdersi: il riconoscimento dell’altro come persona.
Da questa frattura nasce l’Umanetica, come fusione di umano ed etica. Non è uno slogan, ma un tentativo consapevole di ricucire ciò che la tecnologia spesso separa. Azione e responsabilità, libertà e conseguenze, profilo e persona. L’Umanetica si ispira a una tradizione di pensiero che mette al centro la responsabilità dell’agire umano nei sistemi complessi. In particolare, dialoga in modo diretto con la riflessione di Luciano Floridi sull’infosfera, intesa non come semplice spazio tecnico, ma come ambiente di vita e di relazione. Se il digitale è un ambiente, allora non può essere abitato solo con competenze tecniche. Richiede comportamenti etici, consapevolezza dell’impatto delle proprie azioni e capacità di immaginare l’altro anche quando non è visibile.
Parlare di Umanetica significa riconoscere che: dietro ogni schermo c’è una persona reale; le parole digitali sono azioni, non rumore; la tecnologia è uno strumento, non un alibi.
Nel contrasto al cyberbullismo, l’Umanetica rappresenta un cambio di prospettiva decisivo. Non si tratta solo di “evitare il male” o di rispettare una regola, ma di assumersi la responsabilità del proprio impatto sugli altri, anche quando non li vediamo, anche quando non rispondono, anche quando restano in silenzio.
Nel digitale, l’assenza del corpo e dello sguardo diretto può generare una falsa sensazione di distanza e di impunità. L’Umanetica rompe questa illusione. Ci ricorda che l’anonimato non cancella le conseguenze e che la libertà online non coincide con il fare tutto, ma con il saper scegliere. Essere etici online non significa rinunciare alla tecnologia, né temerla. Significa abitarla consapevolmente, riconoscendo che ogni gesto contribuisce a modellare l’ambiente comune. In questo senso, l’Umanetica non è una morale astratta, ma una pratica quotidiana: fermarsi prima di inviare, interrogarsi sull’effetto delle proprie parole, riconoscere la fragilità dell’altro.
In un’epoca in cui parliamo sempre più di intelligenza artificiale, l’Umanetica pone una domanda essenziale, non quanto siano intelligenti le macchine, ma quanto siamo responsabili noi che le utilizziamo. Per questo l’Umanetica non è una regola imposta dall’alto, ma una scelta educativa e culturale. È il gesto di rimettere l’essere umano al centro, anche – e soprattutto – quando siamo online. È una bussola per il presente e una necessità per il futuro.
Educare al digitale oggi significa educare alla pausa. Alla capacità di interrogarsi prima dell’azione. Alla consapevolezza che ogni parola lascia una traccia nell’infosfera che condividiamo. Lo schermo è piccolo. Ma ciò che accade dietro è enorme. Ed è proprio lì, in quello spazio invisibile ma profondamente umano, che l’Umanetica trova il suo senso più autentico. Consapevolezza digitale significa sapere che dietro ogni schermo c’è una persona e che ogni azione ha specifiche conseguenze.



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