Dare senso alla cura, la medicina del futuro non può rinunciare a fare domande

Oltre il “come”, la medicina deve continuare a interrogarsi sul “perché”. Senza senso, anche la cura più efficiente perde la sua anima.

Matteo Benevento

6/30/2025

a blue question mark on a pink background
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La medicina è straordinariamente capace di rispondere alla domanda come. Come diagnosticare prima, come trattare meglio, come prevedere un rischio, come ottimizzare un percorso di cura. L’intelligenza artificiale (IA) ha potenziato questa capacità in modo impressionante, trasformando il “come” in una questione sempre più tecnica, rapida, raffinata. Ma proprio mentre il “come” diventa dominante, emerge una domanda più silenziosa e più difficile, perché curiamo in questo modo? A cosa serve davvero ciò che stiamo facendo? Senza questa domanda, la medicina rischia di diventare impeccabile e insieme vuota. Dare senso alla cura non significa opporsi alla tecnologia. Significa collocarla dentro una visione. Ogni atto medico, anche il più tecnico, ha un significato che va oltre l’efficacia immediata. Decidere di intervenire, di attendere, di fermarsi, di accompagnare non è mai solo una scelta operativa. È una scelta che dice qualcosa su come intendiamo la vita, la sofferenza, il limite. Nel 2025, quando l’IA offre molte strade possibili, il problema non è scegliere la più efficiente, ma quella che ha senso per quella persona, in quel momento, in quel contesto.

La medicina ha sempre avuto a che fare con il senso, anche quando non lo dichiarava. La malattia interrompe la continuità dell’esistenza e costringe a rinegoziare identità, progetti, aspettative. Il paziente non chiede solo che cosa ho, ma anche che cosa significa per me. L’intelligenza artificiale può descrivere la condizione, ma non può rispondere a questa seconda domanda. Dare senso resta un compito umano, relazionale, narrativo. Il rischio è che la sovrabbondanza di risposte tecniche riduca lo spazio del senso. Quando esiste sempre un’opzione ulteriore, una variante, un tentativo, diventa difficile fermarsi a chiedersi se quell’opzione sia coerente con ciò che conta davvero. La medicina può fare molto, ma non tutto ciò che può fare deve essere fatto. Il senso è ciò che orienta questa distinzione. Senza senso, la cura si trasforma in accumulo di interventi. Nel rapporto medico-paziente, dare senso significa aiutare a collegare i dati alla vita. Spiegare non solo cosa accade nel corpo, ma come questo evento si inserisce nella storia di quella persona. Significa riconoscere che la stessa diagnosi può avere significati diversi a seconda dell’età, delle relazioni, dei valori, delle priorità. L’IA può offrire scenari, ma non può scegliere quale scenario è abitabile. Questa scelta nasce dal dialogo.

La medicina rischia di diventare una disciplina senza perché. Molto competente nel rispondere, meno attenta a interrogarsi. Ma una medicina che smette di porsi domande di senso perde la sua funzione culturale e sociale. Diventa un servizio altamente specializzato, ma non più una pratica che accompagna le persone nei passaggi cruciali della vita. Dare senso alla cura significa restituirle questa funzione. Il senso riguarda anche il professionista. Perché faccio questo lavoro? Perché prendo questa decisione? Perché continuo quando è difficile? Nell’era dell’IA, in cui molte funzioni possono essere delegate, il rischio di perdita di senso è reale. Se il medico diventa solo l’interfaccia di un sistema, la motivazione profonda si erode. Dare senso alla cura significa anche proteggere il senso del lavoro medico, evitando che si riduca a esecuzione di procedure. Il senso è messo alla prova dalla standardizzazione. Linee guida, protocolli, raccomandazioni algoritmiche sono strumenti preziosi, ma non esauriscono la complessità della vita. Applicarli senza interrogarsi sul loro significato concreto può produrre cure corrette e al tempo stesso inappropriate. Il senso nasce dalla capacità di adattare, di interpretare, di contestualizzare. È ciò che trasforma una regola in una scelta. La letteratura scientifica mostra che il senso influisce sugli esiti. Pazienti che comprendono il significato delle cure, che vedono un orizzonte, aderiscono meglio ai trattamenti e affrontano la malattia con maggiore resilienza. Studi pubblicati su BMJ e Social Science & Medicine indicano che la percezione di senso è associata a migliori esiti psicologici e, indirettamente, clinici. Dare senso non è un’aggiunta filosofica. È parte della terapia. L’intelligenza artificiale può contribuire al senso solo se viene integrata in una relazione che lo cerca. Può aiutare a chiarire opzioni, a visualizzare percorsi, a spiegare scenari. Ma senza una guida umana, il rischio è che moltiplichi le possibilità senza orientamento. Il medico resta il custode del perché. Non perché abbia tutte le risposte, ma perché accetta la responsabilità della domanda. Il senso è anche una questione di giustizia. Dare senso alla cura significa chiedersi per chi stiamo costruendo il sistema sanitario. Quali valori guidano le scelte di investimento, di priorità, di accesso. L’IA può essere usata per massimizzare l’efficienza o per promuovere equità. La differenza non è tecnica, ma di senso. È una scelta collettiva che si riflette nella pratica quotidiana.

Oggi, dare senso alla cura significa anche accettare che alcune domande restino aperte. Non tutto può essere spiegato, non tutto può essere risolto. La medicina che pretende di avere sempre un perché definitivo rischia di tradire la complessità dell’esperienza umana. Il senso non è una formula. È un percorso che si costruisce insieme, nel tempo.

La medicina del futuro non sarà giudicata solo per la precisione delle sue diagnosi o la potenza dei suoi algoritmi, ma per la sua capacità di rispondere alla domanda più semplice e più difficile, perché stiamo facendo questo? Per chi? A quale idea di vita stiamo lavorando? L’intelligenza artificiale può aiutarci a fare meglio. Ma solo gli esseri umani possono decidere che cosa vale la pena fare. Dare senso alla cura è assumersi questa responsabilità. È tenere insieme tecnica e umanità, possibilità e limite, presente e futuro. E forse è proprio questo il compito più alto della medicina oggi: non smettere di interrogarsi, anche quando le risposte sembrano a portata di algoritmo. Perché senza la domanda perché, la cura perde la sua anima.