Desideri previsti: quando gli algoritmi imparano a volere per noi

Tra personalizzazione, nudging invisibile e autonomia interiore, le piattaforme digitali stanno ridefinendo il confine tra scelta libera e desiderio guidato.

Alfonso Benevento

5/10/2026

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Per secoli il desiderio è stato considerato una delle dimensioni più intime dell’esperienza umana. Filosofi, psicologi, sociologi e pedagogisti hanno tentato di comprenderne l’origine, la forza, le contraddizioni. Si è pensato che desiderare significasse, prima di tutto, esprimere una tensione personale verso qualcosa che manca, che attrae, che promette compimento. Oggi, però, questa dimensione apparentemente interiore si trova immersa in un ecosistema digitale capace di osservare comportamenti, prevedere inclinazioni e orientare preferenze con una precisione mai sperimentata prima nella storia. La domanda che attraversa il nostro tempo è allora tanto semplice quanto inquietante: quando desideriamo qualcosa, siamo davvero noi a sceglierla? Viviamo dentro piattaforme che apprendono continuamente dalle nostre abitudini. Ogni ricerca, ogni pausa dello sguardo sullo schermo, ogni clic, ogni interazione lascia tracce che vengono raccolte, analizzate e trasformate in modelli predittivi. L’intelligenza artificiale non si limita più a mostrarci contenuti, costruisce ambienti personalizzati che anticipano gusti, orientano consumi, suggeriscono relazioni, influenzano opinioni e perfino emozioni. Il desiderio, da esperienza spontanea, rischia progressivamente di diventare un territorio amministrato dagli algoritmi. Questo fenomeno non nasce dal nulla. La modernità aveva già trasformato il desiderio in motore economico e sociale. Sigmund Freud aveva mostrato come gran parte dell’agire umano sia attraversato da pulsioni profonde, spesso inconsapevoli. Successivamente, la società dei consumi ha imparato a parlare direttamente a queste dinamiche interiori, costruendo bisogni simbolici attraverso pubblicità, immaginari collettivi e modelli culturali. Ma il digitale introduce una differenza radicale: la personalizzazione automatica.

Se la pubblicità tradizionale parlava a masse indistinte, gli algoritmi parlano al singolo. Conoscono preferenze, fragilità, abitudini cognitive, tempi di attenzione. In questo senso, la piattaforma contemporanea non si limita a vendere prodotti, costruisce contesti emotivi favorevoli a determinate scelte. La sociologia critica aveva anticipato alcuni aspetti di questa trasformazione. Herbert Marcuse descriveva una società capace di produrre “falsi bisogni”, generando desideri funzionali alla stabilità del sistema economico. Oggi questa dinamica assume una forma ancora più sofisticata. Non siamo più soltanto esposti a messaggi persuasivi generalizzati; siamo immersi in ambienti che si adattano costantemente alle nostre reazioni. Il punto decisivo non è che le piattaforme ci costringano. La loro forza sta proprio nel fatto che raramente impongono. Suggeriscono, orientano, facilitano, semplificano. Operano attraverso ciò che gli studiosi di economia comportamentale definiscono nudging: una spinta gentile che modifica il comportamento senza eliminare formalmente la libertà di scelta. Richard Thaler ha mostrato come piccoli cambiamenti nell’architettura decisionale possano influenzare profondamente le azioni individuali. Nel digitale, questa architettura è ovunque. Il modo in cui scorriamo un feed, riceviamo notifiche, troviamo suggerimenti o veniamo indirizzati verso determinati contenuti non è casuale. Ogni interfaccia è progettata per massimizzare attenzione, permanenza, coinvolgimento. E poiché attenzione significa valore economico, il desiderio diventa progressivamente una risorsa da modellare. Dal punto di vista psicologico, questa condizione produce effetti profondi. Gli esseri umani tendono naturalmente a preferire ciò che appare familiare, immediato, gratificante. Gli algoritmi apprendono tali predisposizioni e le rinforzano continuamente. Si crea così una dinamica circolare, il sistema mostra ciò che probabilmente ci piacerà, noi reagiamo positivamente, il sistema rafforza ulteriormente quella preferenza. Nel lungo periodo, questo processo può restringere l’orizzonte dell’esperienza.

Byung-Chul Han ha osservato come la società contemporanea trasformi la libertà stessa in strumento di controllo. Non siamo costretti dall’esterno; siamo guidati attraverso meccanismi di auto-ottimizzazione e gratificazione continua. L’utente si percepisce libero mentre percorre traiettorie invisibilmente orientate. Ciò che preoccupa non è soltanto la manipolazione commerciale. Il problema più profondo riguarda l’autonomia interiore. Desiderare significa anche confrontarsi con l’incertezza, con la mancanza, con la possibilità di cambiare idea, di incontrare l’imprevisto. Quando gli ambienti digitali riducono progressivamente l’esposizione alla sorpresa, il rischio è che il desiderio perda la sua capacità esplorativa. La filosofia aveva sempre riconosciuto nel desiderio una forza ambivalente. Baruch Spinoza lo considerava l’essenza stessa dell’essere umano, tensione verso ciò che accresce la nostra potenza di esistere. René Girard, invece, mostrava come il desiderio sia profondamente mimetico: desideriamo spesso ciò che vediamo desiderato dagli altri. Le piattaforme amplificano enormemente questa dimensione imitativa, trasformando la visibilità sociale in motore permanente della comparazione. Nel mondo digitale non desideriamo soltanto oggetti o esperienze. Desideriamo stili di vita, riconoscimento, approvazione, visibilità. La continua esposizione alle vite altrui produce una tensione costante tra ciò che siamo e ciò che percepiamo di dover essere. L’algoritmo non crea dal nulla questa fragilità, ma la organizza, la intensifica e la monetizza. Anche l’affettività viene coinvolta. Le piattaforme di incontro suggeriscono compatibilità; i social selezionano relazioni significative; le applicazioni digitali propongono modelli emotivi e comportamentali. In questo contesto, perfino la costruzione dell’intimità rischia di essere attraversata da logiche di ottimizzazione. La pedagogia ha una responsabilità fondamentale di fronte a questo scenario. Educare oggi non significa soltanto trasmettere competenze tecniche, ma formare capacità critiche rispetto agli ambienti che orientano desideri e comportamenti. John Dewey sosteneva che l’educazione dovesse preparare individui capaci di partecipare consapevolmente alla vita democratica. Oggi questa consapevolezza implica anche comprendere i meccanismi invisibili che modellano l’esperienza digitale. La scuola e l’università non possono limitarsi a insegnare l’uso degli strumenti. Devono aiutare a interrogare le logiche che li governano. Comprendere come funzionano gli algoritmi significa comprendere anche come si formano preferenze, abitudini e convinzioni.

Vi è poi una dimensione civile decisiva. Se il desiderio collettivo viene progressivamente organizzato da poche piattaforme globali, il rischio non riguarda solo il consumatore, ma la democrazia stessa. Le scelte pubbliche dipendono infatti anche dalla qualità dell’attenzione collettiva, dalla pluralità delle esperienze, dalla possibilità di incontrare idee inattese. Jürgen Habermas aveva immaginato una sfera pubblica fondata sul confronto razionale tra cittadini. Oggi quella sfera è attraversata da sistemi che selezionano ciò che appare rilevante sulla base di criteri economici e predittivi. Quando il desiderio viene organizzato industrialmente, anche la libertà politica diventa più fragile. L’etica digitale contemporanea insiste sempre più sul tema della trasparenza e della responsabilità algoritmica. Luciano Floridi ricorda che l’infosfera è un ambiente morale e che ogni architettura digitale incorpora valori impliciti. Gli algoritmi non sono neutrali: riflettono priorità, interessi, modelli culturali. Tuttavia, il punto non può essere una demonizzazione semplicistica della tecnologia. Gli algoritmi rendono possibili servizi utili, personalizzazioni efficaci, accesso rapido alla conoscenza, opportunità relazionali prima impensabili. Il problema emerge quando la comodità sostituisce completamente la consapevolezza. La vera sfida contemporanea non è eliminare gli algoritmi, ma impedire che diventino l’unica grammatica del desiderio umano. Per questo occorre recuperare uno spazio di interiorità non immediatamente colonizzabile dalla logica della previsione. Significa coltivare esperienze non guidate esclusivamente dalla raccomandazione automatica, difendere la possibilità dell’imprevisto, dell’incontro inatteso, della scoperta non ottimizzata. La tecnologia trasforma le relazioni perché modifica il modo in cui percepiamo noi stessi. Se il desiderio viene progressivamente amministrato da sistemi predittivi, rischiamo di smarrire la capacità di chiederci cosa vogliamo davvero e perché lo vogliamo. Forse la libertà contemporanea non consiste più soltanto nel poter scegliere tra molte opzioni, ma nel riuscire ancora a distinguere tra ciò che nasce da una ricerca autentica e ciò che viene silenziosamente orientato da architetture invisibili. Perché il rischio più grande non è che gli algoritmi decidano al posto nostro. Il rischio più sottile è che impariamo a desiderare soltanto ciò che essi sono già in grado di prevedere.

Breve bibliografia

Dewey, J. Democrazia e educazione.
Floridi, L. The Ethics of Information.
Freud, S. Introduzione alla psicoanalisi.
Girard, R. Menzogna romantica e verità romanzesca.
Habermas, J. Teoria dell’agire comunicativo.
Han, B.-C. Psicopolitica.
Marcuse, H. L’uomo a una dimensione.
Spinoza, B. Etica.
Thaler, R. Nudge.