Dove la responsabilità non si può delegare
Perché farsi carico dell'incertezza, prima di sapere, resta una scelta soltanto umana
Alfonso Benevento
8/23/2026
Le osservazioni che seguono riguardano un problema che attraversa, con la stessa struttura, ambiti che raramente pensiamo insieme: la clinica, la magistratura, il giornalismo, l'aula scolastica. In ciascuno di questi luoghi qualcuno è chiamato, prima che il quadro sia completo, a decidere che cosa sta accadendo. Che cosa resta, esattamente, di quella responsabilità quando la parte più delegabile del giudizio può ormai essere affidata a un sistema che la maneggia meglio di chiunque?
Le due domeniche scorse questa rubrica ha mostrato che il campo delle relazioni che ci formano, e il racconto che facciamo di noi stessi, hanno un'autorialità sempre più difficile da localizzare. Il problema del giudizio nell'incertezza mostra dove, esattamente, quella difficoltà smette di essere teorica.
Rispondere di un giudizio non equivale a esserne l'origine informativa: un archivio può restituire il precedente giurisprudenziale corretto, una banca dati può fornire il valore clinico esatto, senza che nessuno pensi che l'archivio o la banca dati ne debbano rispondere. Non equivale a essere imputabili in senso giuridico: un'istituzione può essere chiamata in causa per un giudizio che nessuno, al suo interno, ha mai compreso fino in fondo. Non coincide con la competenza tecnica, perché un sistema può conoscere la casistica meglio di chi resta comunque tenuto a decidere. Rispondere di un giudizio, propriamente, significa essersi fatti carico — prima che il quadro fosse completo, prima che la risposta fosse disponibile — di un'incertezza che non si poteva delegare. È questo, e non altro, il nucleo a cui la parola responsabilità, nei termini di Hans Jonas, si riferiva in origine.
Questa distinzione non è del tutto nuova. Aristotele chiamava phronesis, la saggezza pratica, la capacità di deliberare bene su ciò che non ammette scienza esatta — non l'applicazione di una regola già scritta, ma il giudizio che si forma proprio dove la regola non basta. E distingueva questa capacità da un'altra forma di sapere, la techne: la competenza di chi produce secondo un metodo, applicandolo a materiali che si lasciano lavorare secondo regole stabili. Un sistema diagnostico, per quanto sofisticato, resta un caso di techne nel senso più proprio del termine: applica un modello a un caso, secondo una procedura che, per quanto complessa, resta procedura. Affidargli il compito che spetta alla phronesis non è un errore di grado, correggibile con un algoritmo migliore. È un errore di categoria — dello stesso tipo che si commetterebbe scambiando una ricetta per il gusto di chi la esegue. Jonas eredita, senza sempre dichiararlo, l'intuizione aristotelica, e la sposta su una scala che Aristotele non poteva prevedere: quella di un potere tecnico capace di conseguenze che nessun singolo agente domina più per intero. Il nucleo, però, resta lo stesso. La phronesis, come la responsabilità di Jonas, non si delega, perché delegarla significherebbe trasformarla in qualcos'altro — in calcolo, in procedura, in regola applicata. E un calcolo, per quanto accurato, non è mai stato phronesis.
Della clinica disponiamo oggi di un dato abbastanza preciso da rendere il problema concreto invece che teorico. Ventuno tra i modelli linguistici più avanzati, messi alla prova su ventinove casi clinici standardizzati per oltre sedicimila risposte, individuano la diagnosi finale corretta in oltre il novanta per cento dei casi — quando dispongono già di tutte le informazioni rilevanti. Nella fase che precede, quella in cui occorre orientarsi nell'incertezza e costruire una diagnosi differenziale, falliscono in più dell'ottanta per cento dei casi (Rao et al., 2026). Non è difficile immaginare un risultato analogo, anche se non ancora misurato con la stessa cura, nella magistratura, nel giornalismo, nell'aula: la competenza si concentra dove la responsabilità in senso stretto conta meno.
Un secondo dato aggiunge un'ipotesi non meno inquietante — e questa volta non riguarda la macchina, ma chi dovrebbe restare capace di supplirla. Uno studio pubblicato quest'anno sul Lancet Gastroenterology & Hepatology ha misurato il tasso di adenomi individuati dagli endoscopisti durante l'esame senza assistenza automatica, prima e dopo un periodo di uso abituale di sistemi di rilevazione intelligente: il tasso è sceso dal 28,4 al 22,4 per cento, una riduzione relativa di circa il venti per cento (Budzyń et al., 2025). Non è soltanto la responsabilità, dunque, a rischiare di restare senza un luogo preciso in cui abitare. È la capacità stessa di esercitarla — quella che si allena guardando ciò che nessuno ci ha ancora indicato — a poter atrofizzarsi silenziosamente in chiunque smetta di praticarla.
L'estensione ad altri ambiti non richiede molta immaginazione, se si guarda a che cosa, esattamente, si perde. Il giudice che si abitua a un sistema di valutazione del rischio per orientare una misura cautelare rischia di perdere, con l'uso, la capacità di leggere ciò che un fascicolo non dice esplicitamente. Il giornalista che si affida sempre a una sintesi già pronta rischia di disimparare a distinguere, fra due fonti discordanti, quale meriti fiducia in assenza di conferme. L'insegnante che si affida sempre al punteggio calcolato da un sistema di valutazione automatica rischia di perdere il tipo di attenzione che nota, in un compito mediocre, il segno di un talento che nessun punteggio registra ancora.
Vale la pena chiedersi, a questo punto, perché la delega risulti così attraente, quando è disponibile. Abitare l'incertezza non è un talento raro: è una disciplina che si logora se non la si esercita — la capacità di sospendere una conclusione, di tollerare per il tempo necessario il non sapere, di resistere alla tentazione, quasi fisiologica, di chiudere la domanda prima che sia matura. È una fatica, non un dono. Ed è precisamente perché è una fatica che la delega, quando è disponibile, smette di essere una scelta fra altre e diventa la via di minor resistenza — silenziosa, ragionevole, quasi mai deliberata come tale.
Il problema, allora, non riguarda un settore, e non riguarda soltanto la responsabilità come categoria giuridica o morale. È che la scelta umana nell'incertezza — l'unica che nessun sistema sa ancora esercitare al posto nostro — rischia di restare, con il tempo, senza qualcuno ancora pienamente capace di esercitarla.
Si può obiettare, e l'obiezione è fondata, che sul piano giuridico nulla di essenziale sia mutato: chi firma un referto, una sentenza, un articolo, resta imputabile; le normative più recenti sull'intelligenza artificiale rafforzano ovunque tracciabilità e supervisione umana. È vero. Ma quella forma di responsabilità — imputabile, verificabile, assicurabile — non è la stessa di cui parlava Jonas, ed è precisamente questa distanza a rendere il problema difficile da vedere: la responsabilità giuridica può restare intatta anche mentre quella esistenziale, e la capacità che la sostiene, si assottigliano insieme.
Si potrebbe aggiungere una seconda obiezione, più ottimista della prima: se oggi i sistemi falliscono nella fase incerta, è ragionevole pensare che miglioreranno, come hanno già fatto sulla diagnosi finale. È un'ipotesi plausibile, e non c'è motivo di escluderla. Ma anche ammettendo che il divario si riduca, il problema non si dissolve: si sposta. Perché nel frattempo, se il dato sul deskilling degli endoscopisti indica una tendenza reale e non un caso isolato, la capacità umana di abitare l'incertezza potrebbe assottigliarsi più in fretta di quanto la macchina impari a colmarla. Non è una previsione. È una domanda sulla velocità relativa di due processi che, al momento, nessuno sta misurando insieme.
Chi riceve un giudizio — una diagnosi, una sentenza, una notizia, un voto — continua, giustamente, a rivolgersi a chi glielo comunica. Ma quell'incontro, sempre più spesso, chiude un processo che nessuno, per intero, ha abitato da solo. Un sistema può rispondere a quasi tutto. Soltanto chi ha abitato l'incertezza può rispondere di qualcosa. Non è una ragione per diffidare di chi giudica. È una ragione per chiedergli, con più precisione di quanta gliene abbiamo chiesta finora, dove e da chi quell'incertezza sia stata davvero attraversata. È la domanda che Relazioni Aumentate porterà, la prossima domenica, dentro una scuola — il luogo in cui quel farsi carico, sui più giovani, si esercita fin dall'inizio: che cosa succede a un'infanzia che cresce dentro una rete che non dorme mai.
Bibliografia essenziale
Aristotele, Etica Nicomachea.
Hans Jonas, Il principio responsabilità.
Arya S. Rao, Kaiz P. Esmail, Richard S. Lee, et al., Adam B. Landman, Marc D. Succi, "Large Language Model Performance and Clinical Reasoning Tasks", JAMA Network Open, 2026, doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.4003.
Krzysztof Budzyń, Marcin Romańczyk, Diana Kitala, et al., "Endoscopist deskilling risk after exposure to artificial intelligence in colonoscopy: a multicentre, observational study", The Lancet Gastroenterology & Hepatology, 10(10), 2025, pp. 896–903.
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