Edgar Morin e l’uomo disabitato
L’intelligenza artificiale, la nuova Babele e la fatica di restare umani
Alfonso Benevento
5/31/2026
L’intelligenza artificiale (IA) non ci chiede soltanto di aggiornare le competenze. Ci chiede di chiarire che cosa intendiamo ancora per uomo. Per questo la morte di Edgar Morin non è soltanto un fatto culturale, è una coincidenza storica che inquieta: scompare il pensatore della complessità proprio mentre il mondo sembra innamorarsi della scorciatoia. Risposte senza attesa. Sintesi senza studio. Testi senza sedimentazione. Immagini senza sguardo. Decisioni senza conflitto interiore. Comunicazione senza silenzio. Conoscenza senza cammino. Il rischio più profondo dell’intelligenza artificiale non è che la macchina diventi umana, è che l’uomo, circondato da macchine sempre più “intelligenti”, diventi meno abitato da se stesso. Questa è la tesi da cui partire. Non basta abitare il digitale, quanto non disabitare l’uomo. Non basta usare l’IA, ma educare l’uomo a restare interiormente presente a ciò che pensa, dice, sceglie, comunica, insegna e vive. È questa, forse, la nuova Babele che stiamo costruendo: non soltanto una torre di potenza tecnica, non soltanto un sistema di calcolo capace di organizzare dati, parole, immagini e decisioni, ma una civiltà nella quale l’uomo rischia lentamente di uscire dalla propria interiorità. Una civiltà in cui si può sapere senza comprendere, parlare senza pensare, comunicare senza incontrare, scegliere senza rispondere, produrre senza maturare, apprendere senza attraversare la fatica del senso. Morin non va commemorato. Va ascoltato nella sua scomodità. Il modo più facile, e forse meno fedele, per ricordarlo sarebbe trasformarlo in una citazione elegante sulla complessità, archiviarlo tra i grandi pensatori del Novecento, usarlo per nobilitare un discorso sull’intelligenza artificiale. Ma Morin non ci ha consegnato una formula da ripetere. Ci ha consegnato una vigilanza: non pensare in modo facile proprio quando tutto intorno a noi sembra prometterci facilità. Il pensiero complesso non nasce per rendere difficile la realtà. Nasce per impedire che la realtà venga mutilata. Morin non ha difeso il complicato. Ha difeso l’intero. Ha difeso il legame tra conoscenza e coscienza, tra tecnica ed etica, tra individuo e comunità, tra dato e volto, tra errore e apprendimento, tra limite e sapienza. Ha difeso la necessità di “religare”, cioè di ricongiungere ciò che la modernità, e oggi la civiltà digitale, tende continuamente a separare. Qui sta la sua attualità più profonda. Morin ha combattuto il pensiero mutilante, quel modo di conoscere che, per rendere il mondo più gestibile, finisce per impoverirlo. Ha insegnato che ogni azione entra in una rete di conseguenze non sempre prevedibili: è la sua ecologia dell’azione. Ha ricordato che l’educazione non deve riempire teste, ma formare teste ben fatte, capaci di collegare, contestualizzare, distinguere senza separare.
Questa lezione diventa decisiva nel tempo dell’IA. Perché l’intelligenza artificiale può essere una straordinaria alleata dell’uomo. Può aiutare a curare, tradurre, ricercare, progettare, amministrare, apprendere, includere. Può liberare da lavori ripetitivi, da fatiche inutili, da barriere conoscitive. Ma proprio perché è potente, deve essere collocata dentro una visione più grande dell’umano. Il problema non è la macchina. Il problema è il modello di uomo che rischiamo di assumere dalla macchina. Se l’uomo viene pensato come dato, prestazione, profilo, consumo, rendimento, l’intelligenza artificiale diventerà lo strumento perfetto per misurarlo, orientarlo, prevederlo, ottimizzarlo. Ma l’uomo non è la somma delle sue tracce digitali. Non coincide con il comportamento che un sistema riesce a prevedere. Non è il punteggio che un algoritmo gli attribuisce. Non è la fragilità che qualcuno può monetizzare. L’uomo è anche ciò che può cambiare. È ciò che può pentirsi. È ciò che può ricominciare. È ciò che può restare fedele quando non conviene. È ciò che può donare senza calcolo. È ciò che può prendersi cura di un altro essere umano anche quando quell’altro non produce, non rende, non corrisponde ad alcun criterio di efficienza.
Quando l’uomo viene semplificato, non diventa più chiaro. Diventa più povero. E quando diventa più povero, diventa anche più governabile. Qui il pensiero di Morin incontra il richiamo della Magnifica Humanitas di Leone XIV. I linguaggi sono diversi, e devono restare tali. Morin parla da filosofo della complessità, da pensatore laico dell’interdipendenza, da intellettuale che ha attraversato il Novecento diffidando delle ideologie chiuse e dei saperi separati. Leone XIV parla dal cuore della Dottrina sociale della Chiesa, richiamando dignità della persona, bene comune, responsabilità, solidarietà e custodia dell’umano nel tempo dell’intelligenza artificiale. Ma entrambi pongono, in fondo, la stessa domanda: che cosa accade a una civiltà quando la potenza cresce più rapidamente della sapienza? L’enciclica consegna due immagini decisive: Babele e Gerusalemme. Babele non è soltanto una torre antica. È una possibilità permanente dell’umano. È la città della lingua unica, dell’unica misura, dell’unico codice, dell’unica direzione. È la città in cui tutto sembra funzionare, ma nessuno si comprende più. È la città della potenza senza comunione, della tecnica senza custodia, dell’efficienza senza volto, dell’intelligenza senza sapienza. Gerusalemme, nella figura di Neemia, è l’immagine opposta: Non è la città perfetta, è la città ferita che deve essere ricostruita. Non nasce dall’autosufficienza, ma dalla responsabilità condivisa. Non si edifica con un unico gesto grandioso, ma pietra dopo pietra, persona dopo persona. Non cancella la fragilità, ma la assume come luogo della ricostruzione. Non elimina la complessità, ma la abita. Se Babele è la città della scorciatoia, Gerusalemme è la città del cammino.
La vera alternativa dell’epoca dell’IA non è essere favorevoli o contrari alla tecnologia. Questa è una domanda troppo povera. La vera alternativa è un’altra: vogliamo usare l’intelligenza artificiale per evitare la fatica dell’umano o per custodirla meglio? Non tutte le fatiche sono buone. Ci sono fatiche da eliminare: lavori disumani da alleggerire, malattie da curare, barriere da abbattere, solitudini da accompagnare, ingiustizie da correggere. La tecnica è grande quando libera l’uomo da ciò che lo schiaccia. Ma vi sono fatiche che non possono essere cancellate senza cancellare qualcosa dell’umano: la fatica di comprendere, di educare, di scegliere, di attendere, di ascoltare, di perdonare, di cercare la verità, di costruire legami. Una civiltà che non distingue tra fatiche da liberare e fatiche da custodire rischia di chiamare progresso anche ciò che la impoverisce. È qui che la scuola diventa decisiva. Perché l’intelligenza artificiale non è soltanto uno strumento. Sta diventando ambiente. Non la usiamo soltanto: progressivamente la abitiamo. Modifica il rapporto con il sapere, con il tempo, con la parola, con l’altro, con la verità, con noi stessi. E ogni ambiente che abitiamo, prima o poi, ci educa. Anche quando non dichiara di farlo. Per questo la scuola non deve correre dietro alla macchina. Deve fare qualcosa di più difficile e più necessario: custodire ciò che la macchina non può generare. Il tempo lungo dell’attenzione. La fatica della comprensione. Il dubbio che apre alla ricerca. L’errore che diventa apprendimento. Il limite che diventa relazione. La parola che non serve solo a comunicare, ma a costruire mondo. Il volto dell’altro, che non è mai riducibile a profilo.
Nel tempo dell’IA, educare non significa semplicemente insegnare a usare una tecnologia. Significa impedire che la tecnologia diventi l’antropologia dominante. Significa formare persone capaci di abitare ambienti intelligenti senza disabitare se stesse. Significa insegnare che una risposta immediata non vale più di una domanda necessaria, che un testo generato non sostituisce un pensiero maturato, che una simulazione di dialogo non fonda una comunità, che una previsione algoritmica non esaurisce il mistero di una persona. Morin parlava della necessità di una testa ben fatta, non semplicemente ben piena. Oggi questa intuizione diventa ancora più urgente. L’IA può riempire le teste di informazioni, mappe, testi, riassunti, spiegazioni. Ma una testa ben fatta è un’altra cosa. È una mente capace di collegare, di contestualizzare, di distinguere senza separare, di riconoscere l’incertezza senza rinunciare al giudizio. È una mente che non scambia la quantità delle risposte con la qualità della comprensione. Una scuola che consegna agli studenti soltanto strumenti digitali senza educarli alla complessità rischia di prepararli a usare il futuro senza capirlo. E una società che insegna a usare l’IA senza educare alla responsabilità rischia di produrre utenti competenti ma cittadini deboli, consumatori abili ma persone disorientate, individui connessi ma incapaci di legame.
Da qui nasce la necessità di una cittadinanza convergente: non una semplice cittadinanza digitale intesa come competenza d’uso, ma la capacità di vivere responsabilmente nella terra ibrida in cui corpo e schermo, parola e algoritmo, presenza e mediazione, esperienza e dato si intrecciano. In questa terra, ogni gesto digitale produce conseguenze umane: ogni parola può costruire o ferire, ogni dato può diventare potere, ogni algoritmo può includere o escludere. Questa cittadinanza ha bisogno di un fondamento umanetico, capace di tenere insieme umano ed etico, libertà e conseguenze, innovazione e coscienza. L’umanetica non è rifiuto della tecnica, ma il suo orientamento. Non è nostalgia del passato, ma responsabilità verso il futuro. Non chiede di fermare l’intelligenza artificiale, ma di impedire che essa diventi il luogo in cui l’uomo smette di interrogarsi su se stesso. Anche la comunicazione pubblica entra in questa responsabilità. Nel tempo in cui l’IA può generare contenuti in quantità illimitata, il problema non sarà produrre più parole. Sarà restituire contesto alle parole. Non sarà accelerare l’opinione, ma rallentare il giudizio. Il pensiero complesso non è il contrario della verità: è la condizione per non tradirla.
Edgar Morin ci lascia esattamente su questa soglia. La sua scomparsa non dovrebbe produrre il consueto catalogo di aggettivi celebrativi. Dovrebbe produrre un gesto più serio: ricominciare a pensare insieme ciò che abbiamo separato. La tecnica senza antropologia. L’innovazione senza etica. La scuola senza sapienza. La comunicazione senza verità. L’economia senza giustizia. Il progresso senza limite. La libertà senza responsabilità. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, la domanda decisiva non è soltanto quale tecnologia costruiremo, ma quale fatica dell’umano vogliamo ancora custodire. Se chiediamo all’IA di liberarci dalle fatiche che umiliano, essa potrà essere alleata della dignità. Se le chiediamo di liberarci anche dalle fatiche che ci rendono umani, allora staremo costruendo una nuova Babele: efficiente, veloce, brillante, ma povera di interiorità. Il futuro non dipenderà soltanto dalla potenza delle macchine, ma dalla profondità dell’uomo che le governerà. Non dalla quantità delle risposte, ma dalla qualità delle domande. Non dalla velocità dei sistemi, ma dalla maturità delle coscienze. Non dalla promessa di evitare ogni limite, ma dalla capacità di abitare il limite senza smettere di cercare il bene. Morin non ci lascia un metodo per complicare il mondo. Ci lascia il dovere di non semplificare l’uomo. E forse oggi questo dovere si può dire così: restare umani non significa rifiutare l’intelligenza artificiale. Significa non chiederle di abitare al posto nostro la parte più difficile e più preziosa della vita: pensare, scegliere, amare, educare, comprendere. La vera modernità non sarà abitare macchine più intelligenti, ma restare uomini più consapevoli dentro il mondo che quelle macchine contribuiranno a costruire. Perché non basta abitare il digitale. Bisogna non disabitare l’uomo.
PixelPost.it è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, n°164 del 15 Dicembre 2023