Editing genetico, cura o riscrittura dell’umano
Intervenire sul DNA apre possibilità terapeutiche straordinarie, ma solleva interrogativi profondi sull’identità, sul limite e sulla responsabilità della medicina.
Matteo Benevento
11/20/2025
Oggi l’editing genetico non è più soltanto un tema da laboratorio o da rivista scientifica. È entrato nel lessico comune, nei dibattiti pubblici, nelle aspettative di molti pazienti. Tecnologie come CRISPR hanno reso possibile intervenire direttamente sul codice della vita con una precisione impensabile fino a pochi anni fa. Correggere una mutazione responsabile di una malattia ereditaria, prevenire una patologia prima che si manifesti, modificare l’espressione di un gene. Di fronte a queste possibilità, la domanda non è più se l’editing genetico funzioni, ma cosa significhi usarlo. È ancora cura o stiamo iniziando a riscrivere l’umano?
La medicina ha sempre modificato il corpo umano. Farmaci, interventi chirurgici, trapianti hanno trasformato il modo in cui viviamo la malattia e la salute. L’editing genetico, però, introduce una discontinuità. Non agisce su un sintomo o su una funzione compromessa, ma sulla struttura stessa dell’organismo. Intervenire sul DNA significa intervenire su ciò che rende una persona ciò che è, almeno dal punto di vista biologico. Questo spostamento di livello rende la questione qualitativamente diversa. Nel suo utilizzo terapeutico, l’editing genetico appare come una delle promesse più potenti della medicina contemporanea. Malattie monogeniche che fino a ieri erano incurabili oggi sembrano avvicinarsi a una soluzione definitiva. Studi pubblicati su Nature e The New England Journal of Medicine mostrano risultati incoraggianti nel trattamento di alcune patologie rare. In questi casi, parlare di cura non è improprio. Correggere un errore genetico che produce sofferenza appare come un’estensione coerente della missione medica. Ma il confine tra cura e potenziamento, già fragile, qui diventa estremamente sottile. Se è legittimo correggere un gene che causa una malattia grave, cosa accade quando l’intervento mira a ridurre un rischio futuro? E cosa quando l’obiettivo non è più la prevenzione, ma il miglioramento di caratteristiche considerate desiderabili? Altezza, resistenza, capacità cognitive. L’editing genetico apre scenari che vanno oltre la medicina così come l’abbiamo conosciuta. Queste domande non sono teoriche. Alcuni interventi sono già tecnicamente possibili, anche se non sempre legalmente consentiti. Il dibattito sull’editing della linea germinale, cioè su modifiche trasmissibili alle generazioni future, mostra quanto la questione sia carica di implicazioni etiche. Intervenire su un individuo è una cosa. Intervenire sul patrimonio genetico dell’umanità è un’altra. In questo passaggio, la medicina rischia di assumere un ruolo che travalica la cura del singolo.
L’intelligenza artificiale (IA) gioca un ruolo cruciale anche qui. Gli algoritmi aiutano a identificare target genetici, a prevedere effetti, a simulare scenari. Questo rende l’editing genetico più sicuro e più efficiente. Ma al tempo stesso contribuisce a normalizzarlo. Quando una tecnologia è supportata da modelli predittivi sofisticati, tende a essere percepita come inevitabile. Il rischio è che ciò che è tecnicamente possibile venga automaticamente considerato accettabile. Dal punto di vista clinico, il medico si trova davanti a una responsabilità nuova. Non si tratta solo di valutare rischi e benefici immediati, ma di considerare conseguenze a lungo termine, spesso incerte. L’editing genetico può avere effetti non intenzionali, interazioni complesse, impatti che emergono nel tempo. Comunicare questa incertezza è difficile, soprattutto in un contesto in cui la tecnologia viene presentata come precisa e risolutiva. Qui torna centrale la fragilità come competenza clinica. C’è anche una dimensione identitaria. Molti pazienti vivono la malattia genetica come parte della propria storia, non solo come un difetto da eliminare. Intervenire sul genoma può essere vissuto come una liberazione, ma anche come una perdita. La medicina non può ignorare questa ambivalenza. Curare non significa cancellare l’identità dell’altro, ma accompagnarlo in una scelta che tocca il senso profondo di sé.
L’editing genetico solleva inoltre questioni di giustizia. Chi avrà accesso a queste tecnologie? Chi deciderà quali caratteristiche correggere e quali no? In una società segnata da disuguaglianze, il rischio è che la riscrittura genetica diventi un privilegio. La medicina, nata per ridurre la sofferenza, potrebbe contribuire a creare nuove forme di esclusione. Questo scenario richiama la necessità di una governance forte e condivisa.
Le principali istituzioni sanitarie internazionali invitano alla prudenza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte sottolineato che l’editing genetico deve essere regolato in modo rigoroso, soprattutto quando coinvolge la linea germinale. Non si tratta di frenare la ricerca, ma di riconoscere che alcune scelte hanno conseguenze che vanno oltre l’individuo e il presente.
Nel rapporto medico-paziente, l’editing genetico introduce una nuova complessità. La decisione non riguarda solo se fare o meno un trattamento, ma che tipo di futuro si desidera. Il medico non può limitarsi a fornire informazioni tecniche. Deve aiutare il paziente a riflettere sulle implicazioni personali, familiari, sociali. Questo richiede tempo, ascolto, capacità di stare dentro domande che non hanno risposte semplici. Oltre a studiare i meccanismi molecolari, il medico dovrà interessarsi anche delle conseguenze antropologiche. L’IA accelera questa distanza, perché rende l’intervento sempre più preciso e sempre meno visibile nella sua portata simbolica. Il rischio è una medicina tecnicamente impeccabile ma eticamente disorientata.
Nel 2025, chiedersi se l’editing genetico sia cura o riscrittura dell’umano non significa scegliere una risposta definitiva. Significa mantenere aperta una domanda. La medicina ha sempre trasformato l’umano, ma oggi lo fa a un livello che tocca le fondamenta biologiche dell’identità. Questo richiede una responsabilità nuova, che non può essere delegata né alla tecnologia né al mercato.
Alla fine, l’editing genetico mette la medicina davanti a uno specchio. Le chiede non solo cosa può fare, ma chi vuole essere. Curare significa alleviare la sofferenza rispettando la dignità e la libertà dell’altro. Riscrivere l’umano significa entrare in un territorio in cui il confine tra aiuto e controllo si fa sottile. Nel 2025, la sfida è usare la potenza della scienza senza perdere il senso del limite. Perché non tutto ciò che è possibile è automaticamente giusto, e non tutto ciò che cura deve trasformarsi in una riscrittura dell’essere umano.
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