Educare alla lentezza nell’epoca dell’algoritmo, una sfida culturale per la scuola
In un mondo che accelera, la scuola resta uno dei pochi luoghi legittimi del rallentare. Perché comprendere richiede tempo, non solo risposte rapide.
Alfonso Benevento
12/7/2025
Viviamo in un tempo che premia la velocità. Le tecnologie digitali, e in particolare i sistemi algoritmici e l’intelligenza artificiale (IA), hanno reso possibile un’accelerazione senza precedenti dei processi cognitivi, comunicativi e decisionali. Risposte immediate, suggerimenti automatici, flussi continui di informazioni scandiscono la quotidianità di studenti, docenti e famiglie. In questo scenario, parlare di lentezza può sembrare anacronistico, se non apertamente controcorrente. Eppure, proprio nell’epoca dell’algoritmo, educare alla lentezza diventa una delle sfide culturali più urgenti per la scuola. La lentezza non va intesa come inefficienza o resistenza nostalgica al cambiamento. È, piuttosto, una condizione cognitiva e relazionale necessaria per la comprensione profonda, per l’elaborazione critica e per la costruzione di senso. La scuola, storicamente, è uno dei pochi luoghi sociali deputati a sospendere l’urgenza dell’immediato, a dilatare il tempo dell’apprendimento, a rendere possibile l’errore, la riflessione, il dubbio. L’irruzione delle logiche algoritmiche mette in tensione questa funzione.
Dal punto di vista filosofico, il rapporto tra tempo, tecnica e conoscenza è tutt’altro che nuovo. Il filosofo Martin Heidegger aveva già colto come la tecnica moderna tenda a imporre un tempo accelerato, orientato alla disponibilità immediata e alla prestazione. Applicata all’educazione, questa logica rischia di trasformare l’apprendimento in un processo di ottimizzazione, in cui ciò che conta non è comprendere, ma arrivare rapidamente a una risposta corretta. Gli algoritmi, per loro natura, operano sulla base della velocità e della previsione. Analizzano grandi quantità di dati, riconoscono pattern, anticipano comportamenti. In ambito educativo, questo si traduce in promesse di personalizzazione, adattività, efficienza. Tuttavia, come mostrano gli studi di psicologia cognitiva, apprendere non è un processo lineare né immediatamente prevedibile. Richiede tempo, sedimentazione, rielaborazione. Lo psicologo Jerome Bruner ha insistito sull’importanza della scoperta e della narrazione come dimensioni fondamentali dell’apprendimento, entrambe incompatibili con una logica puramente accelerata. La lentezza è, innanzitutto, una condizione della comprensione. Comprendere significa sostare su un concetto, esplorarne le implicazioni, metterlo in relazione con altri saperi. In un ambiente dominato da notifiche, suggerimenti automatici e risposte istantanee, questa capacità viene messa a dura prova. La scuola si trova così a svolgere una funzione contro-culturale, insegnare che non tutto deve essere immediato, che il tempo dell’apprendere non coincide con il tempo dell’algoritmo.
Dal punto di vista sociologico, l’accelerazione non è solo tecnica, ma sociale. La sociologa Hartmut Rosa ha descritto le società contemporanee come società dell’accelerazione, in cui il tempo diventa una risorsa sempre più scarsa e l’esperienza tende a impoverirsi. In questo contesto, l’educazione rischia di essere risucchiata in una logica prestazionale, orientata a risultati rapidi e misurabili, a scapito della profondità. L’algoritmo, in quanto dispositivo culturale, incarna questa tensione. Non impone solo velocità, ma produce un’idea di sapere come qualcosa di sempre disponibile, facilmente accessibile, immediatamente utilizzabile. La conoscenza diventa informazione, e l’informazione diventa risposta. Ma la scuola non può ridursi a un sistema di risposte. È, o dovrebbe essere, uno spazio di domande ben poste. Qui entra in gioco la dimensione pedagogica. Il filosofo John Dewey ha sottolineato come l’educazione autentica nasca dall’esperienza riflessiva, non dalla semplice acquisizione di contenuti. L’esperienza riflessiva richiede tempo, perché implica la capacità di collegare, di interrogare, di rivedere le proprie convinzioni. In questo senso, educare alla lentezza significa educare alla riflessione.
Anche la psicologia dello sviluppo evidenzia l’importanza del tempo lento nei processi di apprendimento. La costruzione delle funzioni esecutive, dell’autoregolazione e del pensiero critico non può essere compressa artificialmente. Lo psicologo-pedagogista Lev Vygotskij ha mostrato come l’apprendimento sia un processo sociale mediato, che si sviluppa attraverso l’interazione e il linguaggio. La mediazione educativa non è immediata: è fatta di attese, di ritorni, di negoziazioni di significato. Nel contesto dell’intelligenza artificiale (IA), la lentezza assume anche una valenza etica. Gli algoritmi tendono a semplificare la complessità, a ridurre l’ambiguità, a offrire soluzioni ottimali. Ma l’educazione non può rinunciare all’ambiguità senza rinunciare all’umano. Il pedagogista Edgar Morin ha più volte ribadito che educare significa preparare a vivere nell’incertezza, non eliminarla. La lentezza è ciò che rende possibile questa preparazione.
Dal punto di vista dell’etica digitale, il problema non è l’uso dell’IA in sé, ma l’adozione acritica delle sue logiche. Il filosofo Luciano Floridi ha sottolineato come le tecnologie informazionali non siano neutrali, ma plasmino gli ambienti in cui viviamo e apprendiamo. Se l’ambiente educativo viene modellato esclusivamente su criteri di efficienza algoritmica, il rischio è quello di impoverire le dimensioni relazionali, narrative e temporali dell’apprendimento. Educare alla lentezza significa allora educare a un uso consapevole del tempo. Significa restituire valore alla lettura approfondita, alla scrittura riflessiva, al dialogo argomentato. Significa insegnare che non tutte le domande hanno una risposta immediata e che, in alcuni casi, il tempo dell’attesa è parte integrante del processo formativo. Per la scuola, questa è una sfida culturale prima ancora che didattica. Non si tratta di rifiutare le tecnologie, né di opporsi all’innovazione. Si tratta di governarla pedagogicamente, riconoscendo che il tempo dell’algoritmo e il tempo dell’educazione rispondono a logiche diverse. L’uno è orientato alla previsione e all’efficienza, l’altro alla comprensione e alla crescita. In un’epoca in cui tutto accelera, la scuola può e deve restare uno dei pochi luoghi in cui è legittimo rallentare. Non per sottrarsi al presente, ma per comprenderlo. Educare alla lentezza non significa andare più piano, ma andare più a fondo. E forse, proprio per questo, è una delle forme più radicali di educazione alla cittadinanza nell’era dell’intelligenza artificiale. Dal modo in cui sapremo educare al tempo dipende non solo la qualità dell’apprendimento, ma la qualità delle relazioni e del pensiero nel mondo che stiamo costruendo.
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