Educare allo sguardo critico, perché vedere non significa comprendere nel digitale

Nel digitale vediamo continuamente, ma comprendiamo sempre meno. Tra immagini, algoritmi e flussi visivi accelerati, educare allo sguardo critico diventa una competenza culturale e civica imprescindibile.

Alfonso Benevento

2/1/2026

a close up of a person's eye
a close up of a person's eye

Nel mondo digitale vediamo continuamente. Scorriamo immagini, video, infografiche, meme, stories, flussi visivi che si susseguono senza sosta. Mai come oggi l’esperienza del vedere è stata così intensa, pervasiva e apparentemente immediata, con il rischio di confondere la visione con la comprensione. Vedere non significa comprendere, anzi, nel digitale, vedere può diventare una forma sofisticata di non comprendere affatto. Questa distinzione è tutt’altro che nuova. La filosofia occidentale nasce proprio come riflessione critica sul vedere. Già Platone, nel mito della caverna, metteva in guardia dal prendere le ombre per la realtà, ricordando che ciò che appare agli occhi non coincide necessariamente con ciò che è. Nel digitale contemporaneo, le ombre non sono più proiettate su una parete, ma scorrono sugli schermi che portiamo in tasca. E come allora, il problema non è la mancanza di immagini, ma l’eccesso di visibilità.

Dal punto di vista psicologico, la visione è un processo attivo, non una semplice registrazione di stimoli. La percezione è sempre mediata da aspettative, schemi cognitivi, emozioni. Gli studi di psicologia cognitiva mostrano come ciò che vediamo sia profondamente influenzato da ciò che ci aspettiamo di vedere. Daniel Kahneman ha descritto come il pensiero rapido, intuitivo e automatico tenda a prevalere in condizioni di sovraccarico informativo. Il digitale, con la sua accelerazione continua, favorisce proprio questo tipo di elaborazione superficiale. Le piattaforme visive amplificano tale dinamica. L’immagine colpisce prima che il pensiero possa interrogarsi. Il video emoziona prima che la riflessione possa prendere forma. In questo senso, il digitale non è solo un ambiente ricco di immagini, ma un dispositivo che privilegia la reazione sulla comprensione. Educare allo sguardo critico significa allora rallentare il vedere, restituirgli profondità, sottrarlo alla pura immediatezza.

La sociologia dei media ha da tempo sottolineato come ogni tecnologia della comunicazione modifichi i nostri sensi e le nostre forme di attenzione. Marshall McLuhan affermava che il medium è il messaggio, intendendo che non sono solo i contenuti a contare, ma le strutture percettive che i media producono. Nel digitale, lo sguardo è continuamente sollecitato, ma raramente accompagnato. Si vede molto, si comprende poco. Questo ha conseguenze profonde sul piano educativo. La scuola e l’università si trovano oggi di fronte a studenti che vedono moltissimo, ma faticano a interpretare ciò che vedono. L’alfabetizzazione visiva non può più essere considerata un ambito marginale. Come ricordava Jerome Bruner, comprendere significa costruire significati, non accumulare stimoli. Senza strumenti interpretativi, l’immagine resta superficie.

La pedagogia ha sempre attribuito valore allo sguardo come atto formativo. John Dewey sottolineava come l’esperienza educativa autentica richieda riflessione, connessione, continuità. Nel digitale, l’esperienza visiva è spesso frammentata, discontinua, isolata dal contesto. Educare allo sguardo critico significa ricostruire connessioni, restituire alle immagini una storia, un prima e un dopo. Anche la fenomenologia ha offerto strumenti preziosi per comprendere il senso profondo del vedere. Maurice Merleau-Ponty ha mostrato come la visione sia un’esperienza incarnata, radicata nel corpo e nel mondo. Nel digitale, questa incarnazione tende a indebolirsi. Si vede senza toccare, senza muoversi, senza esporsi. Lo sguardo diventa disincarnato, e con esso si attenua il senso di responsabilità verso ciò che si osserva.

L’intelligenza artificiale (IA) introduce un ulteriore livello di complessità. I sistemi di visione artificiale selezionano, classificano, riconoscono immagini su scala massiva. In molti casi decidono cosa è rilevante e cosa non lo è. Questo significa che una parte crescente della nostra esperienza visiva è pre-filtrata da algoritmi. Come ha evidenziato Luciano Floridi, viviamo in un’infosfera in cui l’accesso alla realtà è mediato da sistemi che incorporano valori, priorità, interessi. In questo quadro, lo sguardo critico diventa anche una questione etica. Vedere senza comprendere significa rinunciare al giudizio, accettare passivamente una realtà già selezionata da altri, delegare la responsabilità interpretativa a dispositivi che non rispondono a criteri morali, ma a logiche di ottimizzazione. Come ricorda Floridi, ogni tecnologia che media l’accesso al mondo modifica l’ambiente morale in cui viviamo. Educare allo sguardo critico non serve a controllare le immagini, ma a preservare la libertà di pensiero e la responsabilità dell’interpretazione nell’ecosistema digitale.Educare allo sguardo critico, in questo contesto, significa anche educare alla consapevolezza delle mediazioni algoritmiche. Non tutto ciò che vediamo è ciò che esiste realmente. Vediamo quanto viene selezionato per noi, e quello che è ritenuto rilevante secondo criteri spesso opachi. La comprensione richiede allora una doppia attenzione: all’immagine e al dispositivo che ce la mostra.

Sul piano sociale, la confusione tra vedere e comprendere alimenta fenomeni di semplificazione, polarizzazione e fraintendimento. Le immagini diventano prove, i video diventano verità, i frame sostituiscono l’argomentazione. La psicologia sociale mostra come le rappresentazioni visive abbiano un forte potere persuasivo, soprattutto quando confermano convinzioni preesistenti. Senza uno sguardo critico, il rischio è quello di una cittadinanza visivamente esposta ma cognitivamente fragile. In questo senso, lo sguardo critico è una competenza civica. Non riguarda solo la scuola, ma la qualità della vita democratica. Hannah Arendt ricordava che comprendere è un atto politico, perché permette di orientarsi nel mondo comune. Nel digitale, orientarsi significa distinguere tra visibilità e verità, tra emozione e argomentazione, tra mostrare e spiegare.

Educare allo sguardo critico non significa demonizzare le immagini o rifiutare le tecnologie visive. Significa, al contrario, riconoscerne la potenza e assumerne la responsabilità. Le immagini possono aprire mondi, ma solo se sono accompagnate da parole, contesti, domande. Altrimenti rischiano di chiudere il pensiero in reazioni immediate. La scuola, in particolare, ha un ruolo decisivo. Insegnare a leggere le immagini, a interrogare le fonti visive, a comprendere il linguaggio dei media digitali è oggi una forma essenziale di educazione alla cittadinanza. Non si tratta di aggiungere un contenuto in più, ma di ripensare il modo in cui si apprende e si conosce. Come ricorda Edgar Morin, educare significa insegnare a pensare la complessità. Nel digitale, la complessità passa anche attraverso lo sguardo. Vedere non basta. Comprendere richiede tempo, distanza critica, capacità di sospendere il giudizio. Le relazioni passano sempre più attraverso immagini, schermi, rappresentazioni visive. Se non educhiamo lo sguardo, educhiamo male anche le relazioni. E senza relazioni comprese, il digitale rischia di diventare un ambiente ipervisibile ma opaco, ricco di immagini ma povero di senso. Educare allo sguardo critico significa allora restituire profondità al vedere. Significa insegnare che comprendere è un atto più lento, più faticoso, ma anche più umano. In un tempo che ci invita a guardare tutto, la vera sfida educativa è imparare a vedere davvero.