Empatia, disumanizzazione e linguaggio online, quando l’altro smette di essere una persona
Nel digitale il linguaggio non descrive soltanto: costruisce realtà. Quando l’altro diventa etichetta, l’empatia si indebolisce e la disumanizzazione diventa socialmente accettabile.
Alfonso Benevento
10/26/2025
Tra tutte le trasformazioni che il digitale ha introdotto nelle relazioni sociali, una delle più profonde riguarda il modo in cui percepiamo l’altro. Non si tratta soltanto di nuove forme di comunicazione o di nuovi codici espressivi, ma di un cambiamento più radicale, la progressiva fragilizzazione dell’empatia e, nei casi più estremi, la disumanizzazione dell’interlocutore. La psicologia sociale ha sempre riconosciuto nell’empatia una competenza relazionale fondamentale. Comprendere l’altro, riconoscerne l’intenzionalità, attribuirgli uno statuto umano pieno è ciò che rende possibile la convivenza sociale. Eppure, nel contesto digitale, questa capacità sembra sottoposta a una tensione continua. Non perché gli esseri umani siano diventati improvvisamente meno empatici, ma perché le condizioni relazionali in cui l’empatia si sviluppa sono profondamente mutate. Le relazioni online si caratterizzano per l’assenza del corpo, della voce, dello sguardo. Elementi che nella comunicazione faccia a faccia svolgono una funzione essenziale nel riconoscimento reciproco vengono ridotti o del tutto eliminati. La psicologia sociale ha mostrato come la presenza fisica favorisca l’attribuzione di intenzioni e stati mentali all’altro. Quando questa presenza viene meno, il rischio è che l’interlocutore venga percepito non come una persona, ma come un profilo, un nome, un’opinione. Questo processo è stato descritto da diversi studi come de-individuazione, una condizione in cui l’altro perde i tratti che lo rendono unico e viene ridotto a membro indistinto di una categoria. Nel digitale, la de-individuazione non riguarda solo chi agisce, ma anche chi viene percepito. L’altro diventa facilmente una funzione simbolica, un avversario, un bersaglio, un rappresentante di un gruppo. In questo senso, il linguaggio gioca un ruolo decisivo. Le parole non si limitano a descrivere la realtà sociale, ma la costruiscono. Come aveva già mostrato il filosofo Ludwig Wittgenstein, il significato nasce dall’uso, e l’uso del linguaggio definisce ciò che è dicibile, pensabile e legittimo. Nel contesto digitale, il linguaggio tende spesso alla semplificazione, alla polarizzazione, alla riduzione dell’altro a etichetta. Quando il linguaggio perde la sua funzione relazionale e diventa strumento di affermazione identitaria, l’empatia si indebolisce. L’altro non è più qualcuno da comprendere, ma qualcuno da classificare. Questo processo è particolarmente evidente nei contesti di conflitto online, dove l’uso sistematico di stereotipi, ironia aggressiva e disprezzo contribuisce a rendere accettabile la negazione dell’umanità altrui.
La filosofia morale e politica ha riflettuto a lungo su questi meccanismi. La filosofa Hannah Arendt ha mostrato come la disumanizzazione non inizi mai con la violenza esplicita, ma con il linguaggio che rende l’altro invisibile come persona. Nel digitale, questa invisibilità può assumere forme sottili, la riduzione dell’altro a commento, a nickname, a contenuto. Anche la sociologia contemporanea ha evidenziato come le piattaforme favoriscano una comunicazione orientata alla visibilità più che alla relazione. Il filosofo Byung-Chul Han parla di una società dell’esposizione, in cui la comunicazione perde profondità e si trasforma in superficie. In questo scenario, l’empatia richiede uno sforzo attivo, perché non è più sostenuta automaticamente dal contesto. Dal punto di vista psicologico, la disumanizzazione non è un’anomalia, ma una possibilità sempre presente nelle dinamiche di gruppo. Gli studi sull’identità sociale mostrano come l’appartenenza a un gruppo possa rafforzare la coesione interna a scapito della considerazione per l’esterno. Nel digitale, questo meccanismo è amplificato dalla velocità delle interazioni e dalla riduzione della responsabilità percepita. Parlare a uno schermo rende più facile dimenticare che dall’altra parte c’è una persona. Il linguaggio dell’odio, dell’insulto e della delegittimazione non nasce quindi dal nulla. È il prodotto di un contesto relazionale che riduce l’altro a oggetto simbolico. Contrastare questi fenomeni non significa limitarsi a censurare le parole, ma interrogarsi sulle condizioni che rendono quelle parole possibili e socialmente accettabili. Qui si apre una questione eminentemente educativa. Educare all’empatia digitale non significa insegnare a essere gentili online, ma sviluppare la capacità di riconoscere l’altro come soggetto, anche quando è distante, anonimo o portatore di opinioni radicalmente diverse. Significa educare al linguaggio come pratica etica, consapevoli che ogni parola contribuisce a costruire o a erodere il legame sociale.
Pedagoghi come Edgar Morin hanno insistito sulla necessità di un’educazione che tenga insieme conoscenza e responsabilità. Nel digitale, questa responsabilità passa anche attraverso il linguaggio. Saper argomentare senza disumanizzare, dissentire senza annientare, criticare senza negare l’umanità dell’altro è una competenza che va coltivata intenzionalmente.
Una delle dimensioni più delicate della vita online è la capacità di restare umani nella comunicazione. Perché l’empatia non è un sentimento spontaneo e garantito, ma una pratica sociale che dipende dai contesti in cui viviamo. Nell’epoca delle piattaforme, difendere l’umanità dell’altro è una delle forme più alte di responsabilità relazionale.
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