Essere medico come atto pubblico di responsabilità e scelta nella società dell’IA
Nell’ecosistema informativo contemporaneo il medico non cura solo in corsia, ma assume una responsabilità pubblica nel modo in cui comunica e prende posizione.
Matteo Benevento
1/13/2025
Nel 2025 essere medico non è più soltanto esercitare una professione all’interno di uno spazio protetto come l’ambulatorio o l’ospedale. È diventato un atto pubblico. Le decisioni sanitarie circolano nello spazio mediatico, vengono discusse sui social, interpretate, giudicate. L’intelligenza artificiale, la pandemia recente, la crescente attenzione ai temi della salute hanno reso il medico una figura esposta, chiamata a prendere parola anche fuori dal contesto clinico. In questo scenario, emerge una domanda che riguarda l’identità stessa della professione che cosa significa oggi essere medico come atto pubblico?
Tradizionalmente, il medico parlava soprattutto attraverso l’atto clinico. La sua autorità era riconosciuta nel rapporto diretto con il paziente. Oggi, questa autorità si confronta con un ecosistema informativo affollato, in cui competenze diverse competono sullo stesso piano. Opinioni, esperienze personali, contenuti generati dall’IA convivono con l’evidenza scientifica. La parola del medico non è più l’unica, né sempre la più ascoltata. Questo non ne riduce l’importanza, ma ne cambia la natura. Essere medico significa anche saper comunicare in modo responsabile nello spazio pubblico. Ogni affermazione può essere estrapolata, amplificata, fraintesa. Il medico non parla solo a un singolo paziente, ma potenzialmente a una comunità. Questo amplifica il peso delle parole. Dire qualcosa di impreciso non è solo un errore individuale, ma può avere effetti collettivi. La responsabilità professionale si estende oltre il perimetro della cura individuale. L’intelligenza artificiale (IA) rende questo scenario ancora più complesso. I contenuti medici generati automaticamente circolano con grande velocità e apparente autorevolezza. In questo contesto, il silenzio del medico può essere interpretato come disinteresse o distanza. Ma parlare senza riflettere può contribuire alla confusione. Essere medico come atto pubblico significa trovare un equilibrio tra presenza e prudenza, tra chiarezza e complessità. C’è un rischio opposto, altrettanto problematico. Trasformare il medico in opinionista permanente. In un mondo che chiede risposte rapide, il medico può essere spinto a semplificare eccessivamente, a prendere posizione su temi complessi senza il tempo necessario per argomentare. Questo può erodere la fiducia, soprattutto quando le posizioni cambiano alla luce di nuove evidenze. La scienza procede per revisioni, ma il dibattito pubblico fatica ad accettare l’incertezza. Una delle responsabilità più difficili del medico è proprio quella di rendere visibile l’incertezza senza perdere autorevolezza. Dire non sappiamo ancora in uno spazio pubblico che chiede certezze è un atto controcorrente. Eppure, è un atto profondamente scientifico ed etico. L’intelligenza artificiale, con la sua capacità di produrre risposte fluide e sicure, rende questa postura ancora più necessaria. Il medico deve distinguersi non per la sicurezza apparente, ma per l’onestà epistemica. Essere medico come atto pubblico significa anche difendere il valore del metodo scientifico. In un ecosistema informativo in cui tutto sembra equivalersi, ricordare che non tutte le affermazioni hanno lo stesso peso è un servizio alla collettività. Questo non significa arroccarsi in una posizione di superiorità, ma spiegare come si costruisce una conoscenza, perché alcune evidenze sono più solide di altre, quali sono i limiti degli studi. È un lavoro di educazione civica, non solo sanitaria. Il medico è chiamato anche a prendere posizione sulle implicazioni sociali delle tecnologie sanitarie. L’uso dell’IA, la gestione dei dati, l’accesso alle cure non sono questioni neutrali. Hanno ricadute su equità, diritti, fiducia. Il medico, per la sua competenza e per il ruolo che occupa, è una delle poche figure in grado di tradurre queste questioni in termini comprensibili. Rinunciare a questa voce significa lasciare il campo a narrazioni parziali o interessate. Questo non implica che ogni medico debba diventare un attivista o un comunicatore professionista. Implica riconoscere che la professione ha una dimensione pubblica inevitabile. Anche scegliere di non parlare è una scelta che ha conseguenze. Nella società dell’informazione neutralità assoluta è difficile da sostenere, perché il contesto chiede interpretazioni. La sfida è esercitare questa responsabilità senza tradire la complessità.
Il medico come figura pubblica contribuisce a modellare il rapporto della società con la salute. Se la salute viene presentata come controllo totale del rischio, la popolazione interiorizzerà ansia e sorveglianza. Se viene presentata come equilibrio dinamico, fragilità accettata, responsabilità condivisa, si costruirà una cultura più sostenibile. La parola del medico non descrive solo la realtà. La costruisce. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che la fiducia nei sistemi sanitari dipende anche dalla qualità della comunicazione pubblica e dalla capacità dei professionisti di dialogare con la società in modo trasparente e responsabile, riconoscendo al medico questo ruolo. Nell’era dell’IA, questa capacità diventa una competenza chiave.
Essere medico come atto pubblico significa anche accettare di essere osservati. Ogni comportamento, ogni parola, ogni scelta contribuisce a costruire un’immagine della professione. Questo può essere vissuto come una pressione indebita, ma è anche una possibilità. La possibilità di restituire alla medicina un volto umano in un’epoca che tende a ridurla a sistema. La tecnologia rende possibile una medicina sempre più potente. Ma è la parola del medico che può renderla giusta nel senso di comprensibile, condivisa, orientata al bene comune. Senza questa parola, la tecnologia rischia di diventare autoreferenziale, al contrario può diventare uno strumento al servizio della società.
Alla fine, essere medico come atto pubblico non significa rinunciare alla prudenza, ma ampliarla. Significa portare nello spazio comune lo stesso rigore, la stessa attenzione, la stessa responsabilità che si portano nella relazione con il paziente. Significa ricordare che la medicina non è solo un insieme di atti tecnici, ma una pratica sociale che incide sul modo in cui una comunità pensa la vita, la malattia, il futuro. Scegliere di essere medico vuol dire anche assumersi questa responsabilità pubblica. Non per protagonismo, ma per servizio. Perché in una società attraversata dall’IA, dalla velocità e dall’incertezza, la voce di chi sa prendersi cura può ancora fare la differenza.
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