Etica della cura: perché non è un optional nel 2025
Tra innovazione tecnologica e pressione sull’efficienza, l’etica della cura resta il fondamento che orienta decisioni, relazioni e responsabilità cliniche.
Matteo Benevento
10/27/2025
Nel 2025 parlare di etica in medicina rischia di sembrare un esercizio astratto, qualcosa che appartiene ai codici deontologici, ai comitati etici, ai documenti ufficiali. Eppure, l’etica della cura non vive nei testi, ma nelle decisioni quotidiane. Vive nel modo in cui si ascolta un paziente, nel tempo che gli si dedica, nella trasparenza con cui si comunica un’incertezza, nella responsabilità con cui si utilizza una tecnologia. In un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale (IA) e dalla pressione sull’efficienza, l’etica non è un’aggiunta facoltativa. È la struttura invisibile che regge la pratica clinica.
La medicina contemporanea è attraversata da una tensione costante. Da un lato, la spinta verso l’innovazione promette cure più precise, diagnosi più rapide, processi più sicuri. Dall’altro, cresce il rischio che la cura venga ridotta a una sequenza di operazioni ottimizzate. In questo scenario, l’etica della cura diventa il luogo in cui si decide che tipo di medicina vogliamo praticare. Non una medicina che rifiuta la tecnologia, ma una medicina che la governa. L’etica della cura non coincide con il rispetto formale delle regole. Non è solo evitare l’errore o la violazione. È un orientamento, una postura. Significa chiedersi non solo se una decisione è corretta dal punto di vista tecnico, ma se è giusta per quella persona, in quel contesto, in quel momento. Questa domanda non può essere automatizzata. Nessun algoritmo può stabilire cosa sia giusto in senso pieno, perché la giustezza in medicina è sempre situata. L’intelligenza artificiale rende questa questione ancora più evidente. Gli algoritmi possono suggerire opzioni basate su evidenze statistiche, ma non possono valutare i valori, le preferenze, le priorità di una persona. Possono indicare ciò che funziona in media, ma non ciò che è desiderabile per un singolo paziente. L’etica della cura entra proprio qui, nello spazio tra il possibile e il desiderabile, tra il tecnicamente fattibile e l’umano sostenibile.
Uno dei rischi principali del nostro tempo è la normalizzazione della delega. Quando una decisione è supportata da un sistema complesso, la tentazione è quella di considerarla neutra, oggettiva, inevitabile. Ma ogni tecnologia incorpora scelte, valori, assunzioni. Utilizzarla senza interrogarsi significa accettare implicitamente quelle scelte. L’etica della cura richiede invece consapevolezza. Richiede di chiedersi perché una tecnologia suggerisce una certa opzione, quali interessi riflette, quali limiti porta con sé. Questa consapevolezza è fondamentale anche per la relazione con il paziente. Molte decisioni cliniche sono difficili da spiegare perché derivano da modelli complessi. Eppure, l’etica della cura impone di non nascondersi dietro la complessità. Spiegare non significa semplificare fino a falsare, ma rendere comprensibile ciò che è rilevante. Significa riconoscere il diritto del paziente a capire, anche quando capire è faticoso. L’etica della cura riguarda anche il modo in cui si gestisce il tempo. Come già emerso nei passaggi precedenti della serie, il tempo è una risorsa clinica. Decidere di dedicare tempo a una persona è una scelta etica. Ridurre tutto a prestazione è una scelta etica. Delegare l’ascolto a un sistema automatizzato è una scelta etica. Ogni organizzazione sanitaria, ogni professionista, prende continuamente decisioni etiche, anche quando non le chiama così.
In questo tempo l’etica della cura è messa alla prova anche dalla medicina predittiva. Quando un algoritmo stima un rischio futuro, il medico deve decidere come e se comunicarlo, come accompagnare il paziente nel confronto con un possibile domani. Anticipare il futuro può essere utile, ma può anche generare ansia, senso di destino, perdita di libertà percepita. L’etica della cura chiede di valutare non solo l’accuratezza della previsione, ma l’impatto che quella previsione avrà sulla vita della persona, e questa è la dimensione che riguarda esclusivamente il medico. Prendersi cura implica esporsi emotivamente. In un sistema che valorizza soprattutto l’efficienza, questo esporsi può diventare un peso. L’etica della cura non riguarda solo il paziente, ma anche chi cura. Riconoscere i limiti, la fatica, il bisogno di supporto non è una debolezza, ma una condizione per una cura sostenibile. Una medicina che consuma i suoi professionisti non è etica, anche se è tecnologicamente avanzata. La qualità dell’assistenza dipende anche dal benessere dei professionisti e dalla capacità dei sistemi di creare contesti di lavoro umani. L’etica della cura non può essere separata dalle condizioni in cui la cura avviene.
Il medico oggi è spesso portato a studiare principi, analizzare casi, ma raramente a riflettere su come l’etica si incarni nelle decisioni di ogni giorno. L’intelligenza artificiale rende urgente superare questa separazione. Ogni uso della tecnologia è una scelta etica, anche quando appare puramente tecnica. L’etica della cura è ciò che impedisce alla medicina di diventare una semplice ingegneria del corpo. È ciò che mantiene aperto lo spazio del senso, della responsabilità, della relazione. Non si oppone all’innovazione, ma la orienta. Non rallenta il progresso, ma lo rende abitabile. Alla fine, dire che l’etica della cura non è un optional significa riconoscere che la medicina non è solo una questione di fare, ma di come e perché si fa. L’intelligenza artificiale può suggerire, calcolare, prevedere. Ma non può decidere quale sia la cosa giusta da fare per una persona concreta. Questa decisione resta umana, e proprio per questo è fragile, esigente, inevitabilmente etica.
In un contesto in cui macchine sempre più intelligenti affiancano il lavoro clinico, i medici dimostrano ogni giorno che la vera forza della medicina non risiede solo negli strumenti, ma nella consapevolezza con cui vengono utilizzati. Consapevolezza del potere della tecnologia, dei limiti inevitabili del sapere, del valore profondo della relazione di cura. È questa maturità professionale che permette di tenere insieme competenza, responsabilità e umanità. L’etica della cura non appare allora come un principio astratto o un ornamento teorico, ma come il terreno solido su cui si fonda la buona medicina: quella che sa usare l’innovazione senza perdere il senso del prendersi cura.
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