I cinque sensi dell’uomo e quelli dell’IA

Quando parliamo dei “sensi” dell’intelligenza artificiale non stiamo descrivendo una nuova forma di umanità, ma mettendo in discussione la nostra.

Alfonso Benevento

1/4/2026

a close-up of a circuit board
a close-up of a circuit board

Parlare di intelligenza artificiale (IA) significa sempre più spesso confrontarsi con una domanda implicita: quanto l’IA assomiglia all’essere umano? È una domanda antica, che accompagna ogni svolta tecnologica, ma che oggi si carica di un significato nuovo. I sistemi intelligenti non si limitano più a calcolare poichè riconoscono immagini, interpretano suoni, analizzano testi, anticipano comportamenti. In altre parole, sembrano dotarsi di sensi. Ma cosa significa davvero parlare dei sensi dell’IA? E, soprattutto, cosa ci dice questo confronto sui sensi dell’uomo?

I cinque sensi umani non sono semplici canali di ingresso dell’informazione. Sono il modo in cui il corpo abita il mondo. La percezione non è un atto neutro, ma un’esperienza incarnata, situata, carica di significato. La filosofia lo ha chiarito da tempo. Il filosofo Maurice Merleau-Ponty ha mostrato come il corpo non sia un oggetto tra gli altri, ma il luogo originario del senso. Vedere, ascoltare, toccare, gustare, odorare non significa registrare dati, ma entrare in relazione con ciò che ci circonda. Quando attribuiamo sensi all’intelligenza artificiale, utilizziamo inevitabilmente una metafora. I sistemi di visione artificiale non vedono nel senso umano del termine ma elaborano pattern visivi. I sistemi di riconoscimento vocale non ascoltano ma trasformano onde sonore in dati. L’IA non percepisce il mondo, lo calcola. Eppure, questa differenza fondamentale tende spesso a essere oscurata dal linguaggio dell’innovazione, che parla di occhi elettronici, orecchie digitali, tatto artificiale.

Dal punto di vista epistemologico, il divario è profondo. La percezione umana è sempre interpretazione. Come già osservava il filosofo Immanuel Kant, non conosciamo il mondo in sé, ma attraverso le forme della nostra sensibilità e del nostro intelletto. I sensi umani non sono semplici strumenti di misurazione, ma strutture che danno forma all’esperienza. L’IA, al contrario, non ha esperienza. Non c’è per essa un mondo che appare, ma un insieme di dati che vengono trattati. Questa distinzione è centrale anche dal punto di vista psicologico. La percezione umana è inseparabile dall’emozione, dalla memoria, dall’intenzionalità. Un volto non è solo una configurazione di tratti, ma una presenza che suscita reazioni affettive, richiami mnestici, aspettative relazionali. Gli studi di psicologia cognitiva mostrano come la percezione sia sempre influenzata dal contesto e dalla storia personale. L’IA, invece, opera su correlazioni statistiche. Riconosce un volto perché lo ha visto migliaia di volte sotto forma di dati, non perché lo incontri come altro-da-sé. Anche il tatto, spesso evocato quando si parla di robotica e intelligenza artificiale, rivela una differenza decisiva. Per l’essere umano, toccare significa entrare in un rapporto di reciprocità con il mondo. Il tatto è il senso della prossimità, della vulnerabilità, della relazione. Il filosofo Emmanuel Levinas ha insistito sul carattere etico dell’incontro con l’altro, che passa anche attraverso la corporeità. Un sensore tattile, per quanto sofisticato, non conosce la vulnerabilità. Registra pressione, temperatura, resistenza, ma non espone l’IA a un rischio, a un coinvolgimento. Il confronto diventa ancora più interessante se spostiamo lo sguardo sul linguaggio, spesso considerato una sorta di sesto senso umano. Il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione, ma una forma di organizzazione dell’esperienza. Come ci ha insegnato il filosofo Ludwig Wittgenstein, i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. I modelli linguistici dell’IA producono testi coerenti, risposte articolate, simulazioni di dialogo. Ma non abitano un mondo di significati. Non parlano da un’esperienza, parlano su un corpus di testi. Questo scarto ha implicazioni profonde sul piano educativo e culturale. Se i sensi dell’IA sono sensori e modelli, mentre quelli umani sono esperienze incarnate, il rischio è quello di confondere due piani diversi. La pedagogia lo sa bene. Il filosofo pedagogista John Dewey ha sottolineato come l’apprendimento nasca dall’esperienza vissuta, non dalla semplice esposizione a informazioni. Un’educazione che delega eccessivamente la percezione all’IA rischia di impoverire il rapporto diretto con il mondo.

Dal punto di vista sociologico, la questione dei sensi riguarda anche il modo in cui costruiamo realtà condivise. Le piattaforme digitali filtrano ciò che vediamo, ascoltiamo, leggiamo. In questo senso, l’IA diventa un mediatore percettivo collettivo. Il sociologo Marshall McLuhan aveva già mostrato come ogni medium estenda e al tempo stesso amputi i sensi umani. L’intelligenza artificiale radicalizza questo processo, selezionando per noi ciò che è rilevante e ciò che non lo è. Qui emerge una questione etica centrale. Se i sensi dell’IA non sono sensi nel senso umano, ma strumenti di selezione e previsione, chi decide cosa deve essere visto, ascoltato, reso percepibile? Il filosofo Luciano Floridi parla dell’infosfera come di un ambiente morale, in cui le tecnologie non sono neutrali ma modellano possibilità e limiti dell’esperienza. Affidare la mediazione percettiva all’IA significa accettare una ridefinizione profonda del nostro rapporto con il mondo.

Esiste una relazione profonda tra i cinque sensi dell’uomo e l’intelligenza artificiale, ma non si tratta di una copia biologica dell’esperienza umana. È, piuttosto, una traduzione tecnologica della percezione. L’IA non sente il mondo ma lo misura, lo calcola, lo confronta. I suoi sensi possono essere compresi come forme di imitazione ed estensione funzionale, ma anche come trasformazione radicale del modo in cui la realtà viene colta. I sistemi di visione artificiale, ad esempio, non vedono come l’uomo, ma riconoscono pattern visivi e configurazioni statistiche. Un volto, che per l’essere umano è presenza e relazione, per l’IA diventa una combinazione di dati. Allo stesso modo, i sistemi di riconoscimento sonoro analizzano frequenze e intonazioni, ma non ascoltano nel senso umano del termine, perché l’ascolto implica intenzionalità ed esperienza. Il tatto artificiale, sviluppato in ambito robotico, simula pressione e contatto, ma resta privo della dimensione di vulnerabilità e reciprocità che caratterizza il tatto umano. Anche olfatto e gusto, tradotti in sensori chimici, vengono ridotti a rilevazioni molecolari, perdendo il legame con memoria, emozione e cultura.

In questo senso, i sensi dell’IA non sono sensi vissuti, ma strumenti operativi. Dove l’uomo percepisce, l’IA rileva; dove l’uomo interpreta, l’IA confronta. Comprendere questa differenza è essenziale per evitare antropomorfismi e per preservare il confine antropologico tra esperienza e simulazione, ricordando che i sensi umani non servono solo a conoscere il mondo, ma a stare nel mondo. Qui emerge la vera differenza antropologica, dal sentire al dare senso. L’essere umano percepisce con il corpo, interpreta con l’esperienza, attribuisce significato ed emozione. L’IA elabora dati sensoriali, costruisce correlazioni, produce decisioni statistiche. Come direbbe il filosofo Maurice Merleau-Ponty, il corpo non è un oggetto che percepisce, ma il luogo stesso del senso. L’IA vede senza sguardo, ascolta senza ascolto, tocca senza pelle. È qui accade qualcosa di decisivo proprio perché l’IA non sostituisce i sensi, li potenzia. Riesce ad aumentare la visione per i non vedenti, restituire un’analisi sonora per le diagnosi mediche, potenziare le protesi tattili intelligenti, aumentare i sistemi predittivi (quelli che sentono prima). In questo senso, come suggerisce Marshall McLuhan, ogni tecnologia è un’estensione dei sensi umani. L’IA può integrare più sensi insieme (multimodalità), ma manca ciò che rende umano il sentire: coscienza, intenzionalità, responsabilità, relazione, rendendo la multisensorialità diversa dall’umanità. L’IA vive nell’infosfera, non nell’esperienza incarnata. Per questo non basta insegnare a sentire alle macchine ma serve insegnare agli esseri umani a capire cosa stanno delegando. I sensi umani sono esperienza vissuta, mentre i sensi dell’IA sono simulazioni funzionali. Il rischio non è che l’IA senta come noi ma che noi iniziamo a sentire come le macchine, diventando fondamentali gli aspetti etico-culturali della persona.

Il problema allora non è l’uso dei sensi artificiali, ma la loro sostituzione simbolica ai sensi umani. Quando deleghiamo all’IA ciò che vale la pena vedere, ascoltare, leggere, rischiamo di atrofizzare la nostra capacità percettiva. La sostenibilità digitale passa anche da qui, dalla difesa di una percezione ricca, lenta, incarnata, capace di ambiguità. Come ricorda il pedagogo Edgar Morin, la complessità dell’esperienza umana non può essere ridotta senza perdita. I sensi umani non sono efficienti, non sono ottimizzati, non sono perfetti. Proprio per questo sono umani. Consentono errore, sorpresa, meraviglia. L’IA, al contrario, tende a ridurre l’imprevisto, a normalizzare l’esperienza, a rendere il mondo leggibile secondo modelli predefiniti. Il confronto tra i cinque sensi dell’uomo e quelli dell’IA non serve dunque a stabilire chi sia migliore, ma a chiarire una responsabilità. L’intelligenza artificiale può ampliare le nostre capacità percettive, ma non può sostituire l’esperienza. Può aiutarci a vedere di più, ma non a sentire di più. Questa differenza non è un limite tecnico, ma un confine antropologico.

In un’epoca in cui le macchine sembrano acquisire sensi, il compito dell’educazione, della cultura e dell’etica è ricordare che i sensi umani non servono solo a conoscere il mondo, ma a stare nel mondo. E che nessuna intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, può prendere il posto di questa esperienza senza trasformarla radicalmente. Proprio su questo confine si gioca una delle questioni decisive del nostro tempo, non cosa l’IA può percepire, ma che tipo di percezione vogliamo coltivare come esseri umani.