Identità sociale e gruppi digitali. Come mai online non siamo mai solo individui

Nel digitale l’identità non è mai solitaria: nasce, si rafforza e si irrigidisce nei gruppi. Le piattaforme rendono visibili appartenenze che orientano comportamenti, conflitti e riconoscimento.

Alfonso Benevento

10/12/2025

silhouette of man illustration
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Uno dei fraintendimenti più comuni nel modo in cui si parla di rete è l’idea che l’esperienza digitale sia fondamentalmente individuale. L’utente, il profilo, l’account vengono spesso descritti come unità autonome, come se la relazione fosse un effetto secondario dell’uso delle piattaforme. La psicologia sociale, al contrario, ci invita a rovesciare questa prospettiva poichè online non agiamo mai come individui isolati, ma sempre come membri di gruppi, portatori di identità sociali più o meno esplicite. L’identità, infatti, non è mai soltanto un fatto personale. Come mostrano gli studi classici dello psicologo sociale Henri Tajfel, una parte essenziale del modo in cui definiamo noi stessi deriva dall’appartenenza a gruppi sociali. Siamo ciò che siamo anche perché ci riconosciamo in un noi, distinto da un loro. Questo meccanismo, tutt’altro che marginale, struttura la percezione di sé, orienta il comportamento e contribuisce a dare senso all’esperienza sociale. Nel contesto digitale, le identità sociali non scompaiono. Al contrario, diventano più visibili, più rapide da attivare e spesso più rigide. Le piattaforme favoriscono la formazione di comunità basate su interessi, opinioni, stili di vita, appartenenze simboliche. Ogni like, ogni follow, ogni condivisione contribuisce a tracciare confini identitari, a rafforzare l’idea di chi siamo e di chi non siamo.

La rete, in questo senso, non è uno spazio neutro di espressione individuale, ma un potente dispositivo di aggregazione sociale. Come aveva già intuito il sociologo Erving Goffman, l’identità è sempre una costruzione situata, che prende forma nel rapporto con gli altri e nel contesto in cui avviene l’interazione. Nel digitale, però, questo processo avviene sotto condizioni particolari poiché l’interazione è spesso asincrona, pubblica, osservabile da un pubblico potenzialmente illimitato. Questa esposizione continua produce un effetto rilevante sul modo in cui le persone si collocano nei gruppi. L’appartenenza non è solo vissuta, ma anche mostrata, dichiarata, performata. Le identità sociali diventano etichette visibili, segnali di posizionamento che aiutano a orientarsi nello spazio sociale digitale, ma che possono anche irrigidirsi in forme di contrapposizione. Dal punto di vista della psicologia sociale, i gruppi svolgono una funzione ambivalente. Offrono protezione, senso di appartenenza, riconoscimento. Allo stesso tempo, però, tendono a rafforzare il conformismo e a ridurre la tolleranza per il dissenso. Questo vale nei contesti offline, ma nel digitale tali dinamiche risultano amplificate. Le piattaforme premiano l’allineamento, rendono più visibile il consenso e più costoso il disaccordo, soprattutto quando questo comporta l’esclusione simbolica o l’attacco identitario. Le cosiddette bolle digitali non sono solo un fenomeno informativo, ma un fenomeno profondamente psicologico. Vivere prevalentemente all’interno di gruppi omogenei rafforza l’identità sociale, ma impoverisce il confronto. Come osserva lo studioso dell’economia comportamentale Cass Sunstein, l’esposizione selettiva alle opinioni simili alle proprie può condurre a una crescente polarizzazione, riducendo la capacità di comprendere l’altro come interlocutore legittimo. A questo quadro si aggiunge il ruolo degli algoritmi, che non creano i gruppi, ma ne rafforzano le dinamiche. Selezionando contenuti affini alle preferenze dell’utente, le piattaforme contribuiscono a consolidare identità sociali già esistenti e a rendere più stabili i confini tra i gruppi. Non si tratta di un complotto, ma di una conseguenza strutturale di sistemi progettati per massimizzare l’attenzione e l’engagement. Il rischio, dal punto di vista sociale, è che l’identità si trasformi da risorsa relazionale a strumento di chiusura. Quando l’appartenenza diventa totalizzante, il gruppo smette di essere uno spazio di riconoscimento e diventa un dispositivo di esclusione. In questo senso, le dinamiche di odio, stigmatizzazione e disumanizzazione che emergono online non sono anomalie, ma esiti possibili di processi sociali ben noti, resi più rapidi e visibili dal contesto digitale.

La riflessione etica su questi fenomeni non può limitarsi alla condanna dei comportamenti estremi. Come ricorda la filosofa Hannah Arendt, il vero pericolo per la vita collettiva non risiede solo negli atti eclatanti, ma nei processi di normalizzazione che rendono accettabile l’esclusione dell’altro. Nel digitale, questa normalizzazione può avvenire attraverso piccoli gesti ripetuti un silenzio, una non-risposta, un’esclusione algoritmica. Da qui nasce una responsabilità educativa che riguarda tutti gli attori sociali. Educare alle relazioni digitali significa aiutare a riconoscere il peso delle identità sociali, a comprendere il funzionamento dei gruppi e a sviluppare competenze critiche per abitare il conflitto senza trasformarlo in negazione dell’altro. Come suggerisce il sociologo Edgar Morin, educare alla complessità significa accettare la pluralità, senza rinunciare alla propria identità. Relazioni aumentate continua da qui il suo percorso: interrogando i gruppi digitali non per demonizzarli, ma per comprenderli. Perché le identità sociali non sono un problema da eliminare, ma una dimensione da rendere consapevole. E perché solo riconoscendo il ruolo dei gruppi possiamo tornare a pensare le relazioni online come spazi di incontro, e non soltanto di contrapposizione.