Il DNA come destino? Rischi culturali della genetica predittiva

Quando il rischio genetico viene letto come certezza, la prevenzione può trasformarsi in determinismo e comprimere libertà e identità personale.

Matteo Benevento

12/1/2025

a blue and white swirl on a light blue background
a blue and white swirl on a light blue background

La genetica predittiva è diventata una presenza quotidiana nel discorso medico e sociale. Test genetici sempre più accessibili promettono di anticipare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, oncologiche, neurodegenerative. Il DNA sembra parlare del futuro prima ancora che il corpo manifesti un sintomo. In questo scenario, la domanda non è più se la genetica predittiva funzioni, ma come venga interpretata. Il rischio più grande non è scientifico, ma culturale: trasformare il DNA in un destino.

La medicina ha sempre lavorato con la previsione. Valutare il rischio fa parte della pratica clinica. La differenza, oggi, è la profondità temporale e simbolica della previsione genetica. Sapere di avere una predisposizione significa portare nel presente un possibile futuro. Questo sapere non resta confinato alla cartella clinica, ma entra nella vita quotidiana, nelle scelte, nell’identità. Il rischio non è solo biologico. È esistenziale. Dal punto di vista scientifico, la genetica predittiva è uno strumento potente, ma intrinsecamente probabilistico. Avere una variante genetica associata a una malattia non equivale a svilupparla. I geni interagiscono con l’ambiente, lo stile di vita, fattori epigenetici. Eppure, nel linguaggio comune, questa complessità tende a scomparire. La predisposizione diventa etichetta. Il rischio diventa quasi una condanna anticipata. Il DNA smette di essere una informazione e diventa una definizione.

L’intelligenza artificiale (IA) amplifica questa dinamica. Gli algoritmi integrano dati genetici con altre informazioni e producono stime sempre più sofisticate. Questo può migliorare la prevenzione e la personalizzazione delle cure, ma può anche rafforzare una visione deterministica. Quando una previsione è accompagnata da numeri, grafici, percentuali, acquista un’aura di oggettività che rende difficile metterla in discussione. Il futuro appare già scritto, anche quando non lo è. Tuttavia il rischio culturale principale della genetica predittiva è la riduzione della persona al suo profilo genetico. Il paziente non viene più visto come qualcuno che potrebbe ammalarsi, ma come qualcuno che è già, in qualche modo, potenzialmente malato. Questa anticipazione può modificare il modo in cui il paziente si percepisce e viene percepito. Può influenzare relazioni, progetti di vita, decisioni riproduttive. La medicina entra così in uno spazio delicato, in cui il confine tra informare e determinare si fa sottile. La letteratura scientifica mostra che la conoscenza del rischio genetico non produce effetti univoci. Studi pubblicati indicano che alcune persone utilizzano questa informazione per adottare comportamenti preventivi, mentre altre sviluppano ansia, fatalismo o senso di impotenza. L’effetto dipende dal contesto, dalla comunicazione, dal supporto ricevuto. La genetica predittiva non è neutra. Il modo in cui viene comunicata è parte integrante del suo impatto. Nel rapporto medico-paziente, questo significa assumere una responsabilità nuova. Comunicare un rischio genetico non è come comunicare un valore di colesterolo. È introdurre una narrazione sul futuro della persona. Il medico non può limitarsi a spiegare il dato. Deve aiutare il paziente a collocarlo nella propria vita, a comprenderne i limiti, a non trasformarlo in un’identità. Questo richiede tempo, ascolto, competenze comunicative avanzate.

C’è anche una dimensione sociale. In un mondo sempre più orientato alla prevenzione, il rischio genetico può diventare un criterio di selezione implicito. Assicurazioni, datori di lavoro, sistemi di welfare potrebbero essere tentati di utilizzare queste informazioni per classificare, escludere, differenziare. Anche quando questo non avviene formalmente, il sospetto può minare la fiducia. Il DNA come destino non è solo una questione individuale, ma collettiva. Le istituzioni sanitarie internazionali mettono in guardia da queste derive, sottolineando che le informazioni genetiche devono essere utilizzate in modo etico, rispettando la privacy, evitando discriminazioni e garantendo che la persona resti al centro del processo decisionale. La genetica predittiva deve essere uno strumento di empowerment, non di controllo. Inoltre la tentazione del determinismo genetico è rafforzata da una cultura che cerca certezze. In un mondo incerto, sapere in anticipo sembra rassicurante. Ma la medicina non può promettere certezze senza tradire la propria natura. La vita biologica è complessa, aperta, influenzata da fattori che sfuggono a qualsiasi modello. Ridurre tutto al DNA significa semplificare eccessivamente questa complessità.

Per il medico confrontarsi con la genetica predittiva significa anche interrogarsi sul proprio ruolo. Non è più solo colui che cura una malattia, ma colui che accompagna una persona nella gestione di un rischio. Questo spostamento richiede una nuova etica della comunicazione. Dire ciò che si sa, ma anche ciò che non si sa. Esplicitare le incertezze. Restituire alla persona la possibilità di scegliere come vivere quell’informazione. È da considerarsi anche la dimensione antropologica. L’idea che il DNA definisca chi siamo entra in tensione con la concezione dell’essere umano come essere libero, capace di progetto, di cambiamento. La genetica predittiva può aiutare a prevenire, ma non può definire il senso di una vita. Quando il rischio genetico viene interiorizzato come destino, la libertà si restringe, anche in assenza di una malattia reale. La sfida non è rinunciare alla genetica predittiva, ma sottrarla al determinismo. Utilizzarla come strumento di conoscenza, non come etichetta identitaria. Ricordare che il DNA parla di possibilità, non di certezze. Che la biologia influenza, ma non determina in modo assoluto.

Alla fine, chiedersi se il DNA sia destino significa riaffermare un principio fondamentale della medicina umana. Le informazioni possono guidare, ma non devono imprigionare. La cura non consiste solo nel prevenire una malattia futura, ma nel permettere a una persona di vivere il presente senza essere schiacciata da ciò che potrebbe accadere. Attualmente la genetica predittiva è una risorsa straordinaria. Ma solo se resta al servizio della libertà, e non della paura.