Il dosaggio della presenza
Un messaggio letto e non risposto rivela una trasformazione silenziosa: la presenza che ci scambiamo non è più un dono che ci diamo, ma una quantità che ci viene somministrata — e quel piccolo dolore ne è il misuratore.
Alfonso Benevento
6/21/2026
Un messaggio letto e non risposto produce una sofferenza sproporzionata alla sua causa. Non è accaduto nulla di oggettivo — nessuna offesa, nessuna rottura — eppure il silenzio dopo una spunta di lettura lascia un segno reale, che chiunque abbia un telefono riconosce. Sostengo che quel dolore non sia un difetto della nostra sensibilità, ma uno strumento: misura con una certa precisione qualcosa che sta accadendo alle nostre relazioni, e che riguarda chi le governa. Vale la pena seguirne l’ago.
Per trent’anni, riflettendo sul digitale, abbiamo cambiato verbo più volte. Prima si navigava la rete, poi si è cominciato a viverci dentro, poi ad abitarla; oggi c’è chi parla di terraformare un pianeta-codice. Ogni volta nella convinzione di aver trovato la parola esatta. Ma quel silenzio dopo la spunta non si colloca in alcun luogo, e nessuno di quei verbi lo misura. Tutti rispondono alla stessa domanda “dove viviamo” mentre quel dolore ne pone un’altra: non dove siamo, ma come, e quanto, siamo presenti gli uni agli altri. La rete non è un luogo che abitiamo: è il modo in cui ci rendiamo presenti. E quel modo, oggi, è amministrato. La tesi che intendo sostenere è questa: la presenza che ci scambiamo ha cambiato statuto — da dono che ci si dà a quantità che viene dosata — e a regolarne il volume, oggi, siamo sempre meno noi.
Dalla rete come luogo alla presenza come misura
Quel dolore non è nuovo; è nuovo il modo in cui oggi viene prodotto. Per capirlo c’è un secolo di pensiero alle spalle, fatto di persone chine sulla stessa ferita. Ognuna ne ha sentito l’ago muoversi; nessuna ha visto la mano sul quadrante.
All’inizio ha prevalso l’immagine più comoda: la rete come altrove. Gibson l’ha chiamata cyberspazio; Barlow ne ha scritto una dichiarazione d’indipendenza, come di un territorio nuovo con leggi proprie. Vi si «entrava» lasciando il mondo alle spalle. Era un’immagine falsa, e l’abbiamo riconosciuta: ma cercava un luogo, non guardava ancora la ferita.
Nathan Jurgenson l’ha smontata con una formula efficace: digital dualism, l’illusione di due mondi separati. Vita online e vita offline non si alternano: si compenetrano, in quella che ha chiamato realtà aumentata. L’osservazione è corretta, ma si arresta alla geografia dei due piani: ci dice che non sono due luoghi, non che cosa passa fra due persone nell’unico che resta.
Più sottile è il pensiero di Floridi che ha definito onlife la condizione in cui domandarsi se si è online o offline perde senso: l’immagine è quella dell’acqua salmastra, dove fiume e mare non si separano più. Fabris ha mostrato che le tecnologie sono ambienti più che strumenti, e che a un ambiente non ci si limita ad accedere: lo si abita — dove abitare non significa occupare uno spazio fisico, ma esistere in un contesto che ci trasforma mentre lo attraversiamo. Qui si annida lo spostamento decisivo, e non è il salto da un verbo all’altro: è interno all’abitare stesso, dal dove si abita al come si abita. È una svolta relazionale autentica, il primato passa dalle cose alle relazioni. Eppure, compiendo quel passo, Fabris descrive pur sempre la relazione tra noi e l’ambiente che ci avvolge — lo sfondo — non quella tra me e te, la figura. Ha descritto l’acqua con precisione; non i due che, in quell’acqua, si cercano o si voltano le spalle.
Il legame tra persone l’aveva osservato da vicino un sociologo che scriveva prima di internet. Erving Goffman aveva mostrato che la presenza agli altri non dipende dalla posizione ma dal coinvolgimento: l’attenzione che si concede, la «disattenzione civile» con cui non si fissa lo sconosciuto in ascensore, le soglie che si aprono e si chiudono di continuo. Per lui la presenza era già un modo, non un luogo. Ma un modo che udiva solo nella stanza: corpi nello stesso spazio fisico.
Christian Licoppe lo ha portato alla distanza, con il concetto di presenza connessa: il legame non più mantenuto da pochi scambi densi, ma da un flusso di contatti brevi e quasi privi di contenuto — «ci sono», «ti penso», un’emoji — il cui scopo è tenere aperto il canale. È una descrizione esatta, e si ferma alla descrizione: dice come il fenomeno accade, non quale effetto produce su chi lo vive.
Quell’effetto lo hanno avvertito, e documentato, in due. Gergen ha coniato absent presence, l’esserci col corpo e non con l’attenzione; Turkle, in pagine di acuta osservazione clinica, ha reso senso comune la formula soli insieme. A loro va il merito di aver individuato la ferita e di averla descritta con esattezza. Ne hanno sentito l’ago calare, e l’hanno letto come una perdita di qualità: il venir meno di qualcosa che prima c’era — la conversazione piena, l’attenzione indivisa. La mia tesi sposta la diagnosi su un altro piano: non una qualità che si perde, ma uno statuto che cambia. La presenza non è diventata più povera; è diventata un’altra cosa — da dono che ci si scambia a quantità che viene dosata. È il passo che, da Turkle in poi, restava da compiere.
Da Goffman a Turkle, l’oggetto resta lo stesso: il variare della presenza fra due persone. Resta però da interrogare la manopola che ne regola intensità e sottrazione.
Ciò che resta da nominare
Il punto rimasto in ombra, capace di dare coerenza a tutti questi passaggi, è questo: la presenza — l’esserci l’uno per l’altro, ciò che di più essenziale ci scambiamo — non è più qualcosa che ci diamo. È qualcosa che ci viene dosato. La presenza era un dono, e un dono — lo si sa almeno dall’Essai di Mauss — cessa di essere tale nell’istante in cui viene contabilizzato. E il dolore del «visto» muto è l’ago che ne segnala il movimento.
Non è una formula a effetto, ma un’affermazione verificabile. Quando si viene ignorati per il telefono — il fenomeno noto come phubbing — non si prova un disagio generico, ma i sintomi specifici dell’esclusione sociale. In condizioni sperimentali, Chotpitayasunondh e Douglas (2018) hanno rilevato nei soggetti «phubbati» umore deteriorato, minore senso di appartenenza e una minaccia ai bisogni psicologici fondamentali: la stessa firma dell’ostracismo descritto da Kipling Williams. Un esperimento successivo di Knausenberger e colleghi (2022) ha replicato l’effetto e ne ha mostrato anche una ricaduta comportamentale: chi viene phubbato concede meno fiducia a chi lo ignora. Il messaggio letto e non risposto da cui sono partito è una forma minima di ostracismo — non un’informazione mancata, ma un ritiro di presenza. In questa luce la sproporzione del dolore non è irrazionale: se ne può leggere la misura di ciò che è stato sottratto.
C’è una conferma quasi paradossale nella stessa letteratura. L’effetto della mera presenza del telefono — l’oggetto fisico posato sul tavolo, una variabile puramente spaziale — si è rivelato fragile: lo studio che lo propose, Przybylski e Weinstein (2013), ha incontrato repliche fallite. L’effetto del modo, invece — la presenza ritirata, vissuta come esclusione — trova conferme convergenti. Anche sul piano empirico la variabile esplicativa non è dove si trova l’oggetto, ma come la presenza viene concessa o sottratta. L’ago non misura un luogo: misura una quantità.
Chi tiene la manopola
Se la presenza è la misura del legame, e la presenza si dosa, resta da chiedersi chi ne regoli il dosaggio. La risposta impone di tornare sul come dell’abitare. Abitare un ambiente ibrido significa, come si è detto, esistere in un contesto che reagisce e si modifica mentre lo agiamo. Ma quel contesto non è un dato naturale: è progettato. E ciò che il progetto stabilisce, regolando l’ambiente, è esattamente quanta della mia presenza raggiunge l’altro, e quanta della sua raggiunge me.
Gli strumenti sono sotto gli occhi di tutti: la conferma di lettura che indica se e quando; l’indicatore «sta scrivendo»; lo stato di connessione; le notifiche calibrate per richiamarci; il conteggio che converte un rapporto in un numero. Ogni interfaccia è, anche qui, una scelta di sguardo: decide che cosa farci vedere della presenza dell’altro, e che cosa tenerci nascosto. Nessuno di questi strumenti è un dettaglio tecnico neutro: sono i parametri con cui le piattaforme regolano la reattività dell’ambiente che abitiamo, e con essa il grado in cui ci sentiamo attesi, in debito, raggiungibili, trascurati. Che un’economia dell’attenzione governi i nostri comportamenti è cosa nota almeno da Tim Wu e da Shoshana Zuboff; e si lega a due invisibilità contigue — quella del lavoro umano che sostiene la macchina, e quella delle emozioni che la rete impara ad accendere e a misurare. Ma il punto, qui, è diverso, e più stretto: non l’attenzione, non l’emozione, ma la presenza — quanto di noi arriva davvero all’altro, l’unità stessa del legame. Presi insieme, il silenzio che ferisce come un’esclusione, i default che quasi nessuno modifica e l’attenzione ormai monetizzata convergono su una conclusione che nessuno di questi elementi, da solo, basterebbe a dimostrare: la manopola del «volume» con cui esistiamo gli uni per gli altri è, in larga parte, in mani altrui.
Si obietterà che la manopola è anche nostra: possiamo silenziare le notifiche, disattivare le conferme di lettura, posare il telefono. È vero, ed è irrilevante in due sensi. Primo, perché l’architettura agisce per impostazione predefinita, e i default governano la condotta proprio di chi non li cambierà mai — uno dei risultati più solidi delle scienze del comportamento. Dallo studio classico di Johnson e Goldstein (2003) alle ricerche sui social network, sappiamo che i default orientano le scelte proprio perché quasi nessuno li modifica: oltre il 99% degli utenti su Twitter e la maggioranza su Facebook conservano le impostazioni iniziali. La conferma di lettura è attiva di default, le notifiche sono tarate di default, e quasi nessuno tocca quei parametri. Secondo, e più in profondità, perché la presenza è una grandezza relazionale: posso regolare il mio segnale, non il significato che gli viene attribuito. Disattivare una conferma di lettura non viene letto come tutela della propria libertà, ma come ritiro — perché è il sistema, non io, ad aver reso quella spunta il segno dell’attenzione. Controllo l’emissione; non il codice con cui viene interpretata. Che i segnali temporali della comunicazione mediata — il ritardo di una risposta, l’ora di un messaggio — siano letti come indizi relazionali, e non come dati neutri, è dimostrato almeno da Walther e Tidwell (1995): il loro significato lo fissa il codice condiviso, non chi li emette. Ed è quel codice a dosare il legame.
Si capisce allora perché la sola idea di abitare, per quanto ricca, non basti a descrivere la nostra condizione. Continuiamo a vivere in un ambiente che reagisce mentre lo agiamo: questo è esatto. Ma le regole di quella reattività — e con esse la manopola che dosa la nostra presenza — le ha scritte qualcun altro. Non basta più, allora, spostare la domanda dal dove al come dell’abitare: occorre chiedersi chi quel come lo decide. Riconoscerlo non è pessimismo, è la condizione per tornare a mettere mano al quadrante.
Rimettere la mano sulla manopola
Conviene tornare al punto di partenza: quel messaggio letto e non risposto. Per trent’anni ci siamo chiesti dove stessimo andando — nella rete, nell’infosfera, in un ambiente, in un mondo nuovo. Era la domanda sbagliata. Quella pertinente era contenuta per intero in quel piccolo dolore: non dove ci troviamo, ma quanta parte di noi arriva ancora alle persone a cui teniamo, e chi lo decide.
Per chi studia i legami la conseguenza è un cambio di oggetto: dalle relazioni «in rete» alle modalità della presenza — i ritmi, le intensità, le asimmetrie con cui ci rendiamo raggiungibili, e i dispositivi che li regolano. La domanda non è più soltanto se ciò che leggiamo sia vero, né quale emozione ci venga accesa: è quanto di noi raggiunge davvero l’altro. Ma è una conseguenza, non il punto.
Il punto è più semplice, e più scomodo. La presenza è diventata una quantità amministrata, e di quell’amministrazione quasi non ci accorgiamo — tranne in un istante: quando lo schermo dice «visto» e tace, e qualcosa dentro si stringe. Quel dolore sproporzionato, che ci vergogniamo di provare, è l’ultimo strumento di misura rimasto onesto: l’unica parte di noi che sa ancora dire, con esattezza, quanta presenza ci è stata tolta. Conviene non spegnerlo. Accorgersene è già un atto: il primo con cui, da soli e insieme, si torna a mettere la mano sulla manopola. È un compito intimo e civile, che chiama in causa non solo chi subisce quelle architetture, ma anche chi le progetta e dovrebbe regolarle. Non per cercare un luogo nuovo dove vivere, ma per decidere quanta parte di noi lasciamo arrivare a chi amiamo.
Riferimenti essenziali
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A. Fabris, Etica delle nuove tecnologie, La Scuola, 2012.
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W. Gibson, Neuromante, 1984. — J. P. Barlow, A Declaration of the Independence of Cyberspace, 1996.
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J. Knausenberger, A. Giesen-Leuchter, G. Echterhoff, Feeling ostracized by others’ smartphone use: the effect of phubbing on fundamental needs, mood, and trust, «Frontiers in Psychology», 13 (2022).
B. Krishnamurthy, C. E. Wills, Characterizing privacy in online social networks, in Proceedings of WOSN 2008, ACM, 2008.
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M. Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, 2002 (ed. orig. Essai sur le don, 1925).
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