Il dubbio che cura perché la medicina del futuro deve continuare a farsi domande
Quando le risposte sembrano immediate e automatiche, il dubbio diventa una competenza di sicurezza, etica e responsabilità clinica.
Matteo Benevento
7/21/2025
La medicina sembra muoversi con sicurezza. Algoritmi predittivi, linee guida aggiornate in tempo reale, sistemi di supporto decisionale restituiscono risposte rapide e coerenti. L’intelligenza artificiale (IA) rafforza l’idea che, di fronte a una quantità sufficiente di dati, il dubbio possa essere progressivamente ridotto fino a scomparire. Eppure, proprio mentre le risposte si moltiplicano, il dubbio torna a imporsi come una competenza essenziale. Non come esitazione paralizzante, ma come forma attiva di responsabilità. Il dubbio non è l’opposto della conoscenza. È ciò che la mantiene viva. In medicina, dubitare significa riconoscere che ogni sapere è situato, che ogni decisione avviene in un contesto concreto, che ogni paziente introduce una variabile irriducibile. L’IA fornisce modelli robusti, ma nessun modello esaurisce la complessità del reale. Senza dubbio, la conoscenza rischia di irrigidirsi in automatismo. Dubitare non significa non sapere cosa fare. Significa interrogarsi sul perché si sta facendo una certa scelta e non un’altra. L’algoritmo può suggerire l’opzione più probabile, ma il dubbio chiede se quella probabilità sia sufficiente, se sia coerente con i valori della persona, se tenga conto delle condizioni specifiche. In questo senso, il dubbio è un filtro etico che precede l’azione.
Nel rapporto medico-paziente, il dubbio può essere percepito come fragilità o come onestà. La differenza sta nel modo in cui viene comunicato. Un dubbio condiviso, spiegato, accompagnato rafforza la fiducia. Mostra che la decisione non è automatica, ma pensata. Quando molte risposte sembrano già pronte prima dell’incontro, il dubbio restituisce spazio al dialogo proteggendo dall’eccesso di fiducia nella tecnologia. L’IA funziona per approssimazioni statistiche, non per certezze individuali. Dubitare di un output non significa rifiutarlo, ma verificarlo, contestualizzarlo, integrarlo. Questo atteggiamento riduce il rischio di errori sistemici e mantiene il controllo umano sulla decisione. Senza dubbio, l’IA diventa un’autorità. Con il dubbio, resta uno strumento. Il dubbio è messo sotto pressione dalla cultura della performance. Sistemi sanitari orientati all’efficienza premiano risposte rapide e conformi. Dubitare richiede tempo, riflessione, talvolta spiegazioni aggiuntive. Può sembrare improduttivo. Ma molte decisioni sbagliate nascono proprio dall’assenza di dubbio, dalla fretta di chiudere un caso senza esplorare alternative.
Il dubbio è centrale anche nella gestione dell’incertezza prognostica. Previsioni sofisticate possono creare l’illusione di sapere come andrà. Dubitare di una previsione non significa negarla, ma riconoscerne i limiti. Significa preparare il paziente a scenari diversi, evitare promesse implicite, mantenere flessibilità. Questa capacità è cruciale per non trasformare la probabilità in destino. Dal punto di vista formativo, il dubbio è spesso scoraggiato. L’IA, offrendo soluzioni immediate, rischia di ridurre ulteriormente l’esercizio del dubbio. Eppure, la maturità clinica si riconosce proprio dalla qualità delle domande che un medico sa porsi. Dubitare è un segno di competenza avanzata, non di inesperienza. Il dubbio è anche una forma di tutela del paziente. Impedisce decisioni affrettate, invita alla consultazione, apre alla revisione. In un sistema complesso, il dubbio distribuisce la responsabilità senza dissolverla. Chiedere un secondo parere, rivedere un piano, sospendere un intervento sono atti di dubbio che migliorano la qualità delle cure. L’IA può supportare queste revisioni, ma non può sostituire l’atteggiamento dubitativo. Il dubbio riguarda anche il linguaggio. Come si parla di ciò che non è certo? Come si comunicano le probabilità senza trasformarle in verità assolute? Dubitare significa usare un linguaggio prudente, capace di lasciare aperti gli scenari. Questo non indebolisce la comunicazione. La rende più onesta e più rispettosa dell’esperienza del paziente. L’overconfidence è un fattore di rischio clinico. Studi pubblicati su BMJ e JAMA mostrano che l’eccessiva sicurezza nelle proprie decisioni è associata a errori evitabili. Il dubbio, al contrario, favorisce la verifica e la collaborazione. In questo senso, il dubbio è una strategia di sicurezza, non un ostacolo.
Nel contesto delle decisioni difficili, il dubbio può convivere con l’azione. Si può decidere pur riconoscendo l’incertezza. Anzi, spesso è l’unico modo eticamente corretto di decidere. L’IA può aiutare a esplorare scenari, ma il dubbio ricorda che ogni scenario è una rappresentazione, non la realtà stessa. Questa consapevolezza evita che la decisione diventi dogmatica. Il dubbio è anche una forma di cura verso se stessi. Accettare di non avere tutte le risposte protegge il medico dall’isolamento e dal burnout. In un contesto che richiede prestazioni elevate, il dubbio legittima la richiesta di supporto, il confronto, la condivisione. L’IA può ridurre alcuni carichi cognitivi, ma non elimina la pressione emotiva. Il dubbio la rende gestibile. Il dubbio è una risorsa anche per il sistema. Organizzazioni sanitarie che incoraggiano il dubbio sono più capaci di apprendere dagli errori, di adattarsi, di migliorare. Sistemi che lo reprimono tendono a nascondere i problemi fino a quando diventano crisi. Integrare il dubbio nella governance dell’IA significa prevedere audit, revisioni, possibilità di contestazione. È una scelta di maturità istituzionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che i sistemi di intelligenza artificiale devono essere utilizzati in modo da consentire la revisione, la contestazione e l’adattamento delle decisioni. Questo presuppone una cultura del dubbio, non della certezza automatica, la necessità di un controllo umano critico sull’uso dell’IA
Alla fine, il dubbio che cura non è indecisione. È attenzione, responsabilità, apertura. È ciò che impedisce alla medicina di trasformarsi in un esercizio di applicazione meccanica. Nell’era dell’intelligenza artificiale, il dubbio è ciò che mantiene viva la dimensione umana della cura. Continuare a farsi domande non è un segno di arretratezza. È una forma di intelligenza. Perché solo chi dubita può davvero ascoltare, scegliere, fermarsi quando serve. E in questo spazio di domanda, la cura trova ancora il suo senso più profondo.
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