Il futuro comincia il primo giorno di scuola
Ogni settembre chiediamo ai ragazzi che cosa diventeranno. La domanda più urgente riguarda gli adulti: quali possibilità siamo disposti ad aprire davanti a loro?
Mario Rusconi
9/24/2026
Il primo giorno di scuola ha un suono riconoscibile: i passi nei corridoi, i nomi pronunciati per la prima volta, le voci di chi si ritrova dopo l’estate. C’è chi entra con l’impazienza di rivedere gli amici e chi cerca, senza darlo a vedere, un posto in cui sentirsi al sicuro. Davanti al cancello gli adulti augurano «buon anno», chiedono di impegnarsi, talvolta ricordano che questo sarà un anno importante. Lo è. Ma il suo significato non dipende soltanto da ciò che i ragazzi riusciranno a fare. Dipende anche da ciò che troveranno ad attenderli.
Ogni settembre la scuola riceve studenti che conosce già attraverso un nome, una classe, forse una pagella. Nessuno, però, coincide con l’immagine lasciata nel registro a giugno. Un bambino può avere scoperto durante l’estate il piacere di leggere; un adolescente può aver perso fiducia in sé; un ragazzo che l’anno prima parlava poco può avere finalmente qualcosa che desidera dire. L’inizio dell’anno offre agli adulti una possibilità: incontrarli di nuovo, prima di decidere che sappiano già chi sono.
È qui che comincia il futuro. Non nel momento "solenne" in cui si sceglie una scuola superiore, un corso di laurea o una professione, ma nelle esperienze quotidiane che rendono una scelta immaginabile. Un alunno che impara a considerare l’errore come parte del lavoro affronta diversamente una difficoltà. Una studentessa a cui viene riconosciuta una capacità inattesa può iniziare a vedersi in un percorso che prima riteneva estraneo. Nessun episodio, da solo, determina una vita. Nel tempo, tuttavia, il modo in cui una scuola guarda i suoi studenti contribuisce a definire le possibilità che essi riescono a vedere.
Per questo interessa poco la formula secondo cui «i giovani sono il futuro», se non siamo disposti a chiederci quali condizioni offriamo loro nel presente. Gli adulti parlano spesso delle nuove generazioni al plurale: i giovani non leggono, sono distratti, hanno paura di scegliere, vogliono tutto subito. Sono giudizi comodi, perché assegnano ai ragazzi il compito di spiegare da soli le proprie difficoltà. In una classe, invece, le storie sono diverse. C’è chi dispone a casa di tempo, spazio e aiuto; chi arriva stanco per un viaggio lungo; chi conosce già le regole implicite della scuola e chi deve ancora imparare a interpretarle. Chiedere a tutti lo stesso impegno è giusto. Fingere che tutti partano dalle stesse condizioni non lo è.
La scuola non può cancellare da sola le disuguaglianze che attraversano la società. Può però evitare di renderle invisibili. Può accorgersi presto di una difficoltà, spiegare ciò che si aspetta, offrire occasioni per recuperare, ascoltare una famiglia senza presumere che tutte abbiano le stesse risorse. Sono scelte educative e organizzative; richiedono insegnanti sostenuti nel loro lavoro, tempo per conoscere le classi e istituzioni capaci di guardare oltre l’emergenza del momento. Sarebbe ingiusto chiedere alla sensibilità del singolo docente di compensare, da solo, ciò che manca al sistema.
C’è poi una questione che il primo giorno di scuola rende particolarmente visibile: sentirsi parte della scuola. Si può frequentare con regolarità e non avvertire mai che quel luogo abbia posto per noi. Nell’indagine PISA 2022, il 64% dei quindicenni in Italia ha dichiarato di sentirsi appartenente alla propria scuola, contro una media OCSE del 75%. Il dato non descrive ogni istituto né ogni studente, ma pone una domanda seria a chi organizza la vita scolastica: che cosa accade a chi entra in aula senza sentirsi davvero atteso? (OCSE)
Il senso di appartenenza non nasce da una cerimonia di benvenuto, per quanto utile. Si costruisce quando un ragazzo può fare una domanda senza temere di essere umiliato, quando un’assenza viene notata, quando una regola è comprensibile e vale per tutti. Si costruisce anche fra pari: nelle amicizie, nei conflitti affrontati, nello spazio lasciato a chi fatica a trovare il proprio posto. L’indagine Istat sui ragazzi dagli 11 ai 19 anni considera insieme scuola, relazioni, percezione di sé e progetti futuri. È un richiamo a leggere queste dimensioni come parti della stessa esperienza di crescita.
Interrogare gli adulti significa interrogare anche ciò che chiediamo alla scuola. Vogliamo che prepari i ragazzi a un mondo che cambia, ma talvolta misuriamo il suo valore soltanto attraverso ciò che è immediatamente verificabile. Le chiediamo di educare alla responsabilità, mentre il tempo per discutere una scelta, comprendere un errore o ricostruire una relazione appare facilmente sacrificabile. Il futuro di uno studente ha bisogno di conoscenze solide. Ha bisogno anche di adulti che sappiano mostrargli a che cosa possano servire e che non confondano una prestazione insufficiente con il valore della persona.
Questo vale per chi comincia la primaria e per chi sta per lasciare la scuola. Cambiano le domande, cresce la libertà di decidere, aumentano le conseguenze delle scelte. Rimane essenziale poter incontrare qualcuno che prenda sul serio ciò che non si sa ancora fare, senza trasformarlo in una condanna. Accompagnare un ragazzo non significa scegliere al suo posto. Significa dargli strumenti, informazioni e fiducia sufficienti perché possa assumersi, gradualmente, la responsabilità della propria strada.
Nei prossimi mesi questa rubrica seguirà i giovani nei passaggi della crescita: fra scuole, università, tecnologie, lavoro, ambiente sociale. Proverà a parlare delle loro scelte guardando anche a quelle degli adulti, perché ogni possibilità personale incontra condizioni che altri hanno contribuito a creare.
Il primo giorno di scuola dura poche ore. Ciò che gli adulti fanno capire a un ragazzo in quelle ore può accompagnarlo più a lungo: «Sappiamo già come sei» oppure «Abbiamo ancora molto da scoprire di te». Da questa differenza, piccola solo in apparenza, comincia una parte del suo futuro.
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