Il grande inganno della performance nelle aule della maturità
L’Esame di Stato non dovrebbe certificare l’adattamento dei giovani alla società del rendimento, ma riconoscere il loro diritto a crescere, sbagliare e immaginare il futuro.
Annalisa Laudando
6/22/2026
A metà giugno, puntuale, nelle scuole superiori italiane si riaccende un rito collettivo. I corridoi cambiano volto, le aule assumono un’altra densità, le commissioni si insediano, gli studenti attraversano una soglia che continua ad avere una forte eco sociale e simbolica. C’è ancora chi la racconta come “la notte prima degli esami”, aggrappandosi a una nostalgia fatta di canzoni, caffè, fogli protocollo e attese cariche di emozione. Ma i ragazzi che oggi siedono davanti alle commissioni non affrontano soltanto un rito di passaggio. Entrano in uno spazio in cui si riflettono molte delle ansie collettive del nostro tempo: la paura di non essere abbastanza, la pressione del risultato, l’ossessione della prestazione, il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore. L’Esame di Stato, in questo senso, non è soltanto una prova scolastica. È diventato uno specchio particolarmente sensibile della società del rendimento. Non misura soltanto la preparazione raggiunta al termine di un percorso, ma rischia di essere percepito dai ragazzi come una prima grande certificazione della loro adeguatezza al futuro. Il cambiamento non è solo psicologico, ma anche culturale e strutturale. Le recenti trasformazioni dell’esame — dalla valorizzazione della Formazione Scuola-Lavoro, già PCTO, alla centralità del Curriculum dello Studente, fino al colloquio articolato anche intorno alle discipline individuate annualmente dal Ministero — mostrano una crescente attenzione alla dimensione orientativa del percorso scolastico. Questa attenzione può essere preziosa, se aiuta lo studente a rileggere esperienze, competenze, interessi e prospettive. Diventa però problematica se viene interpretata soltanto come verifica dell’occupabilità futura. La scuola non dovrebbe chiedere ai ragazzi soltanto di mostrare quanto siano pronti a inserirsi nel mondo produttivo, ma di far emergere come abbiano imparato a comprenderlo, interrogarlo e abitarlo criticamente. Il rischio, altrimenti, è che il voto finale non venga vissuto come la sintesi di un percorso umano e culturale, ma come una prima misura del valore sociale dello studente. Un numero scritto su un tabellone può così assumere un peso sproporzionato, fino a diventare, agli occhi di chi lo riceve, non più un’indicazione sulla prova sostenuta, ma un giudizio sull’identità.
Per comprendere questa metamorfosi, occorre guardare al modello antropologico che la nostra epoca sembra avere eletto a regola implicita: la società della performance. Il vecchio modello disciplinare, fondato su divieti e doveri imposti dall’alto, è stato progressivamente sostituito da un dispositivo più sottile, l’imperativo dell’auto-ottimizzazione. Ai giovani non si chiede più semplicemente di fare il proprio dovere. Si chiede di eccellere, di distinguersi, di essere costantemente la versione migliore, più produttiva, più competitiva e più spendibile di sé stessi. La scuola, che dovrebbe anche essere uno spazio di decompressione rispetto alle pressioni del mondo esterno, rischia talvolta di interiorizzare questo meccanismo. In questa cornice, il voto smette di essere un indicatore utile a comprendere un passaggio del percorso e può trasformarsi in una sentenza simbolica sul valore della persona. L’insuccesso non viene vissuto come un errore da attraversare, ma come una ferita identitaria. Non riguarda più soltanto una prestazione, sembra riguardare l’intero individuo. È qui che la scuola è chiamata a un capovolgimento di prospettiva. Quando uno studente non raggiunge un risultato atteso, la domanda educativa non può limitarsi al “perché non ce l’hai fatta?”. Occorre avere il coraggio di chiedersi “come mai questo percorso ha prodotto questo esito?”. Il passaggio dal perché al come mai non è un sofisma linguistico, ma una scelta pedagogica. Significa spostare lo sguardo dalla colpa individuale alla responsabilità condivisa. Significa interrogare il metodo, l’accompagnamento, il contesto, la qualità dell’ascolto, la relazione educativa. Non per negare la responsabilità dello studente, ma per evitare che diventi l’unico luogo su cui scaricare il peso del fallimento. Solo rifiutando la logica del capro espiatorio la scuola può riscoprirsi comunità. L’inciampo, allora, non è più un trauma solitario, ma può diventare un momento di evoluzione congiunta. L’errore non è la prova definitiva di una mancanza, ma l’occasione per comprendere, correggere, ripartire. Finché questo ribaltamento non troverà pieno spazio nelle aule, lo slittamento dal “fare” all’“essere” continuerà a produrre conseguenze profonde. Il rischio è che i ragazzi non dicano più “ho sbagliato una prova”, ma “sono sbagliato”. Non “devo migliorare un metodo”, ma “non valgo abbastanza”. Non si tratta di una percezione marginale. Il disagio giovanile, l’ansia scolastica, la paura dell’errore e il senso di inadeguatezza sono segnali sempre più evidenti. Molti studenti vivono la scuola non solo come luogo di apprendimento, ma anche come spazio di pressione psicologica. Si parla sempre più spesso di burnout scolastico, di esaurimento emotivo legato all’iper-competizione e al terrore di non essere all’altezza.
Nelle aule in cui si prepara la maturità, l’errore sembra spesso bandito. Eppure l’apprendimento autentico ha bisogno del tentativo, del fallimento, della revisione, del tempo lento della maturazione. Senza il diritto di sbagliare, la scuola rischia di diventare un luogo in cui gli studenti imparano a proteggere la propria immagine più che a sviluppare il proprio pensiero. I maturandi arrivano così al traguardo dell’esame spesso stanchi, non soltanto per lo studio, ma per lo sforzo continuo di apparire pronti, performanti, lucidi, invulnerabili. La fragilità viene vissuta come difetto, mentre dovrebbe essere riconosciuta come parte del processo di crescita. Fino a pochi decenni fa, l’aggettivo “maturo” portava con sé un’idea di approdo. Essere maturi significava avere acquisito un pacchetto di certezze spendibili in una traiettoria di vita relativamente lineare: il lavoro stabile, la casa, un ruolo riconoscibile nella comunità. Oggi questa idea non regge più. In quella che Zygmunt Bauman ha definito società liquida, diventare adulti non significa più occupare un posto fisso nel mondo, ma sviluppare la capacità di abitare l’incertezza. La maturità contemporanea non è una fortezza di certezze, ma la capacità di orientarsi nel cambiamento, di attraversare l’instabilità senza perdere il proprio centro, di reinventarsi senza smarrire il senso di sé. In questo scenario si consuma uno dei paradossi più profondi della generazione dei maturandi. Sono ragazzi cresciuti nell’iper-connessione, abituati a trovare risposte immediate attraverso motori di ricerca, piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale. Eppure raramente una generazione si è trovata così sola davanti alle grandi scelte. La rete offre infinite opzioni, ma non sempre offre una bussola. Moltiplica le possibilità, ma non sostituisce l’orientamento. Accelera l’accesso alle informazioni, ma non garantisce comprensione. Quando il candidato si siede davanti alla commissione per il colloquio orale, si produce allora un cortocircuito significativo: l’interfaccia digitale scompare. Non ci sono notifiche, filtri, suggerimenti automatici, algoritmi pronti a completare la frase. Restano un corpo, una voce, uno sguardo, la capacità di argomentare, collegare, sostenere una posizione, dare forma a una visione critica del mondo. Proprio qui risiede il valore culturale ancora vivo della maturità. Non nella sua dimensione burocratica, non nella retorica della prova finale, ma nella possibilità che essa diventi uno spazio in cui lo studente mostra non soltanto ciò che sa, ma come collega ciò che ha imparato, come interpreta il proprio tempo, come si colloca di fronte alle domande del presente. Le riforme hanno cercato di intercettare questa esigenza attraverso l’educazione civica, l’orientamento, la valorizzazione delle esperienze e delle competenze trasversali. Ma perché tutto ciò non resti solo procedura, occorre che il colloquio non diventi una somma di adempimenti. Deve restare un momento educativo, capace di ascoltare la persona oltre la prestazione. Diventare maturi oggi significa comprendere che la propria traiettoria individuale non è separabile dal destino collettivo. I ragazzi che affrontano l’esame mostrano spesso una sensibilità acuta verso le grandi crisi del nostro tempo: emergenza climatica, disuguaglianze sociali, guerre, nuove povertà, solitudine, fragilità psicologica, trasformazioni tecnologiche. La maturità, allora, non può ridursi a una rincorsa privata verso il successo personale. Può diventare il momento in cui lo studente comincia a rivendicare il proprio diritto di cittadinanza attiva: il passaggio da chi è stato accompagnato dentro le mura scolastiche a chi inizia a prendere parola nella comunità, con maggiore consapevolezza e responsabilità. Se l’Esame di Stato è lo specchio in cui si riflettono le tensioni di una società iper-performante, la fine dei colloqui non può coincidere soltanto con la chiusura di un faldone burocratico. Non possiamo permettere che un numero, scritto su un tabellone di fine giugno, diventi il perimetro dentro cui i ragazzi definiscono il proprio valore. C’è bisogno di riscattare la parola “maturità”, liberandola dalle logiche soffocanti della competizione e della prestazione. In natura, la maturazione non è l’allineamento a uno standard industriale. È il momento in cui un frutto completa il proprio sviluppo, accumula sapore, si prepara a staccarsi dall’albero e a generare nuova vita. La maturità umana dovrebbe essere esattamente questo: non un addestramento all’obbedienza produttiva, ma l’acquisizione progressiva del coraggio necessario per diventare sé stessi. Non la certificazione di una perfezione raggiunta, ma la consapevolezza di un cammino che continua. I segnali che arrivano dalle nuove generazioni indicano che una domanda di cambiamento esiste già. I maturandi di oggi non chiedono una scuola più facile. Chiedono una scuola più sensata. Uno spazio che non sia soltanto una camera di pressione psicologica o un hub di certificazione, ma un laboratorio di cittadinanza, di relazione, di ricerca e di orientamento autentico. Reclamano adulti capaci di ascoltare, non solo di valutare, proteggendo il loro diritto di sbagliare, perchè l’errore non sia vissuto come una condanna, ma come una delle scintille più potenti dell’intelligenza. Un cambiamento reale sarà possibile solo se gli adulti avranno il coraggio di rivedere il proprio sguardo. Non si tratta di rinunciare al rigore, né di svuotare l’esame del suo valore. Si tratta di ricordare che il rigore educativo non coincide con la pressione, e che la valutazione non dovrebbe mai cancellare la persona. Agli studenti che escono da quelle aule, dunque, non va augurato soltanto di trovare un posto nel mercato del lavoro, ma di trovare un posto nel mondo. Un posto che non sia semplicemente assegnato dalla performance, ma costruito attraverso libertà, responsabilità, relazioni autentiche e capacità di pensiero. La vera maturità non consiste nell’imparare a sopravvivere dentro la gabbia della prestazione, ma nel trovare, insieme agli altri, il coraggio di aprirne le porte. Il futuro non è un binario già scritto a cui piegarsi, ma uno spazio da abitare e costruire. Guardando la passione, la vulnerabilità e la lucidità con cui molti ragazzi affrontano il proprio presente, possiamo ancora credere che quel futuro non debba somigliare alla nostra ansia, ma alla loro possibilità.
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