Il patto di cura nel XXI secolo, che cosa ci dobbiamo l’un l’altro nell’era dell’IA
L’ingresso dell’IA in sanità ridefinisce il patto tra pazienti, medici e istituzioni, rendendo più esigente la responsabilità condivisa della cura.
Matteo Benevento
4/8/2025
La medicina non è soltanto un insieme di pratiche cliniche. È un patto. Un accordo implicito e fragile tra persone, professionisti, istituzioni e tecnologie. Questo patto non è scritto in un documento, ma si manifesta ogni volta che qualcuno chiede aiuto e qualcun altro risponde. L’intelligenza artificiale, entrando in modo strutturale nella sanità, non distrugge questo patto. Lo mette alla prova. E ci costringe a chiederci che cosa, oggi, ci dobbiamo l’un l’altro quando parliamo di cura. Per molto tempo il patto di cura è stato semplice nella sua asimmetria. Il paziente si affidava, il medico decideva. Questa asimmetria era giustificata dalla competenza e dalla responsabilità. Nel tempo, il patto si è trasformato. È diventato più dialogico, più consapevole, più partecipato. L’intelligenza artificiale aggiunge un nuovo livello. Il sapere non è più concentrato in una sola figura. Circola tra sistemi, dati, modelli. Questo rende il patto più complesso, ma anche più esigente.
Il patto di cura si fonda innanzitutto sulla fiducia. Ma la fiducia, come abbiamo visto, non è cieca. È una fiducia informata, critica, relazionale. Il paziente non si affida solo a una persona, ma a un ecosistema. Si affida al medico, al sistema sanitario, alle tecnologie che mediano la decisione. Questo allarga il patto e ne moltiplica le responsabilità. Quando qualcosa non funziona, la frattura non è solo individuale. È sistemica. Che cosa ci dobbiamo, dunque? Il paziente deve portare la propria storia, i propri valori, la propria disponibilità a partecipare. Non può essere ridotto a un insieme di dati, ma nemmeno sottrarsi completamente alla corresponsabilità. La cura condivisa richiede presenza, ascolto, decisione. Il paziente non è un destinatario passivo, ma un interlocutore. Questo non significa caricarlo di un peso eccessivo, ma riconoscerne l’autonomia. Il medico, dal canto suo, deve molto. Deve competenza, certo, ma anche onestà. Deve saper usare la tecnologia senza nascondersi dietro di essa. Deve saper spiegare, ammettere i limiti, riconoscere l’incertezza. Il medico non è più il detentore esclusivo del sapere, ma resta il garante del senso della decisione. È colui che tiene insieme dati e significati, possibilità tecniche e valori umani. Questo è il cuore del patto. Le istituzioni devono garantire condizioni eque. Un patto di cura non può reggersi se l’accesso alle cure dipende dal contesto socioeconomico o dalla capacità di usare strumenti digitali complessi. La tecnologia può migliorare l’efficienza, ma può anche creare nuove esclusioni. Le istituzioni hanno il dovere di governare l’innovazione, non solo di adottarla. Devono garantire trasparenza, equità, protezione dei diritti. Senza questo, il patto si spezza. E la tecnologia? L’intelligenza artificiale, nel patto di cura, non è un soggetto morale. Ma produce effetti morali. Deve essere progettata e utilizzata in modo coerente con i valori della cura. Questo significa spiegabilità, controllo umano, attenzione ai bias, responsabilità chiara. La tecnologia deve servire il patto, non sostituirlo. Quando l’IA viene presentata come autorità indiscutibile, il patto si impoverisce. Quando viene integrata come strumento, può rafforzarlo.
Il patto di cura è messo alla prova anche dallo spazio pubblico. Informazioni contrastanti, promesse tecnologiche, narrazioni semplificate creano aspettative difficili da gestire. Il patto rischia di diventare un contratto implicito basato su promesse di controllo totale della malattia. Ma la cura non è controllo totale. È accompagnamento in un territorio incerto. Restituire questa verità è parte del patto. vIl patto di cura include anche il riconoscimento del limite. Non tutto è curabile, non tutto è prevenibile, non tutto è risolvibile con un algoritmo. Accettare il limite non significa rinunciare alla scienza, ma usarla con saggezza. Questo è forse l’atto più difficile. La tecnologia spinge ad andare sempre oltre. Il patto di cura chiede di fermarsi quando andare oltre non è più cura. Dal punto di vista formativo, questo patto deve essere insegnato. Non si apprende solo nei manuali. Si apprende osservando come i professionisti parlano ai pazienti, come gestiscono l’errore, come spiegano l’uso dell’IA, come si assumono la responsabilità. Formare medici significa anche formare custodi del patto di cura. Persone capaci di tenere insieme tecnica e relazione, efficienza e giustizia.
La letteratura scientifica e i documenti internazionali insistono su questo punto. Senza questo orientamento, anche le tecnologie più avanzate rischiano di fallire nel loro obiettivo fondamentale: migliorare la salute delle persone. Il patto di cura è anche un patto intergenerazionale. Le scelte che facciamo oggi sull’uso dell’IA in sanità modelleranno il modo in cui le future generazioni vivranno la cura. Decidere ora di privilegiare equità, trasparenza e responsabilità significa costruire un sistema più giusto domani. Ignorare queste dimensioni significa lasciare in eredità un sistema efficiente ma disumanizzato.
Alla fine, chiedersi che cosa ci dobbiamo l’un l’altro nell’era dell’intelligenza artificiale significa tornare alla domanda originaria della medicina. Perché curiamo? Non solo per eliminare la malattia, ma per prenderci cura delle persone. La tecnologia può ampliare le possibilità, ma non può definire il senso. Questo senso nasce dal patto. Nel XXI secolo, il patto di cura non è più un accordo tacito tra due individui. È una responsabilità condivisa tra persone, professionisti, istituzioni e tecnologie. Tenerlo vivo richiede impegno, vigilanza, capacità di riflessione. Richiede anche il coraggio di dire no quando l’innovazione tradisce i valori della cura. Il futuro della medicina non dipende solo da ciò che sapremo fare con l’intelligenza artificiale, ma da ciò che sceglieremo di essere insieme. Se il patto di cura resta al centro, l’IA può diventare una grande alleata. Se il patto si spezza, nessuna tecnologia potrà ricomporlo. E forse è proprio questa la responsabilità più grande del medico oggi: essere custode di un patto che rende la cura possibile. Anche, e soprattutto, nell’era dell’algoritmo.
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