Il paziente informato da Google è davvero più consapevole?
L’accesso diffuso alle informazioni sanitarie cambia la relazione di cura, ma senza mediazione critica il sapere online rischia di aumentare confusione e ansia.
Matteo Benevento
10/14/2025
Prima ancora di varcare la soglia di uno studio medico, molti pazienti hanno già una diagnosi in tasca. Non è una diagnosi firmata, né sempre coerente, ma è una narrazione che si è costruita nel tempo, tra ricerche online, forum, video, testimonianze, algoritmi di suggerimento. Il paziente arriva informato, o almeno così si percepisce. Sa i nomi delle malattie, conosce acronimi, ha letto percentuali, spesso ha già un’idea precisa di ciò che potrebbe essere. In questo scenario, la domanda non è più se il paziente si informi online, ma se questa informazione lo renda davvero più consapevole.
L’accesso all’informazione sanitaria è una conquista. Per decenni, il sapere medico è stato concentrato nelle mani dei professionisti, con un rapporto fortemente asimmetrico tra chi sapeva e chi si affidava. Internet ha rotto questa barriera, permettendo a chiunque di cercare, confrontare, approfondire. In teoria, questo dovrebbe favorire l’autonomia, la partecipazione, il dialogo. In pratica, la situazione è molto più complessa. L’informazione non è mai neutra, e l’ecosistema digitale tende a privilegiare ciò che è emotivamente rilevante, non ciò che è clinicamente appropriato. Nel mondo online, infatti, le informazioni sanitarie convivono con esperienze personali, opinioni, semplificazioni, allarmismi. Gli algoritmi che regolano i motori di ricerca e le piattaforme social non sono progettati per garantire accuratezza clinica, ma per massimizzare l’attenzione. Questo significa che contenuti estremi, storie drammatiche o soluzioni miracolose hanno spesso più visibilità di spiegazioni equilibrate e basate su evidenze. Il paziente che si informa online non accede a un sapere ordinato, ma a un flusso caotico, in cui distinguere il rilevante dall’irrilevante richiede competenze che non tutti possiedono. La percezione di essere informati può diventare, paradossalmente, un ostacolo alla consapevolezza. Sapere molti nomi non significa comprendere un problema. Conoscere una percentuale non equivale a capire cosa significhi quel rischio per la propria vita. Studi pubblicati su JAMA e su Health Communication mostrano che l’esposizione non mediata a informazioni sanitarie online può aumentare l’ansia, favorire interpretazioni errate e rafforzare convinzioni preesistenti. In questi casi, l’informazione non emancipa, ma confonde. Il medico si trova sempre più spesso di fronte a pazienti che arrivano con un’idea già formata. Questo cambia profondamente la dinamica della visita. Il colloquio non parte più dalla raccolta dei sintomi, ma dal confronto tra due narrazioni: quella costruita dal paziente online e quella clinica del medico. Se questo confronto non viene gestito con attenzione, può trasformarsi in conflitto o, al contrario, in una falsa alleanza basata sull’accondiscendenza. Di fatto si crea un rischio sottile che attraversa questa relazione. Il medico può essere tentato di svalutare l’informazione portata dal paziente, percependola come superficiale o fuorviante. Il paziente, a sua volta, può percepire questa reazione come una chiusura, un rifiuto del dialogo. In questo clima, la fiducia si indebolisce. E senza fiducia, l’informazione, per quanto corretta, perde efficacia. L’intelligenza artificiale (IA) aggiunge un ulteriore livello di complessità. Oggi molti pazienti non si informano solo attraverso articoli o forum, ma attraverso chatbot e sistemi di IA generativa che forniscono risposte articolate, ben scritte, apparentemente personalizzate. Queste risposte possono essere utili, ma rischiano di rafforzare l’illusione di comprensione. Il linguaggio fluido e sicuro dell’IA può far sembrare semplice ciò che è intrinsecamente complesso, riducendo la percezione dell’incertezza. In questo contesto, la consapevolezza non dipende dalla quantità di informazioni, ma dalla capacità di interpretarle. Essere consapevoli significa sapere cosa si sa e cosa non si sa. Significa riconoscere i limiti delle proprie conoscenze. Il problema del paziente informato da Google non è l’informazione in sé, ma l’assenza di una mediazione critica. La consapevolezza nasce dal dialogo, non dall’accumulo. Diventa ancor di più importante l’alfabetizzazione sanitaria. In questo senso l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la health literacy come la capacità di accedere, comprendere, valutare e utilizzare le informazioni per prendere decisioni appropriate sulla salute. In un mondo digitale, questa competenza diventa centrale. Senza di essa, l’informazione rischia di diventare rumore. Il ruolo del medico non è più solo quello di fornire informazioni, ma di aiutare a orientarsi, diventando una guida interpretativa che aiuta il paziente a distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è, a contestualizzare, a ridimensionare. Questo richiede tempo, ascolto, capacità comunicativa. Richiede anche di riconoscere il valore dell’autonomia del paziente senza rinunciare alla propria competenza.
L’aspetto importante che spesso viene trascurato è quello del paziente che informandosi online sta cercando di fare qualcosa di legittimo capire, controllare, ridurre l’ansia. Ridicolizzare o ignorare questo bisogno significa perdere un’occasione. Quando il medico accoglie l’informazione portata dal paziente e la rielabora insieme a lui, l’informazione diventa conoscenza condivisa. In quel momento, la consapevolezza può davvero crescere.
Il medico oggi oltre a imparare a diagnosticare, trattare e interpretare esami, ha necessità di dialogare con un paziente che arriva con informazioni parziali o distorte. L’IA rischia di accentuare questa difficoltà se viene percepita come una fonte concorrente invece che come un oggetto di discussione. La sfida non è contrastare Google o l’IA, ma integrarli in un percorso di cura sensato. Il paziente informato non è un problema da gestire, ma una realtà con cui dialogare. La consapevolezza non nasce dalla supremazia del sapere medico, ma dalla costruzione di un significato condiviso. Il medico resta centrale non perché possiede tutte le risposte, ma perché sa porre le domande giuste. Alla fine, il paziente informato da Google non è automaticamente più consapevole. Può esserlo, se trova qualcuno che lo aiuti a interpretare ciò che ha trovato. Può non esserlo, se resta solo con informazioni frammentarie e non contestualizzate. La differenza non la fa la tecnologia, ma la relazione, poiché la vera consapevolezza nasce ancora dall’incontro tra due intelligenze quella del paziente, che conosce la propria esperienza, e quella del medico, che sa darle senso. Tutto il resto, algoritmi compresi, posso essere strumenti utili, ma senza questo incontro l’informazione resta solo un rumore di fondo.
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