Il paziente informato dall’algoritmo, cosa cambia davvero nella relazione di cura

Tra dati, aspettative e mediazione clinica, la relazione si sposta dal fornire risposte al costruire senso insieme.

Matteo Benevento

9/16/2025

man in white coat and black pants standing beside white wooden picnic table
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Negli ultimi anni, il paziente arriva sempre più spesso alla visita già informato. Non solo da ricerche personali o da esperienze condivise online, ma da veri e propri sistemi algoritmici capaci di analizzare sintomi, stimare rischi, suggerire ipotesi diagnostiche. App, piattaforme di triage digitale, chatbot sanitari e motori predittivi stanno modificando il modo in cui le persone entrano in contatto con la medicina. Il paziente non arriva più vuoto. Arriva già orientato. E questo cambia profondamente la relazione di cura. Essere informati non è una novità. Ciò che è nuovo è la fonte dell’informazione. L’algoritmo non racconta, non interpreta, non dialoga. Produce output. Probabilità, categorie, raccomandazioni. Quando il paziente si presenta con queste informazioni, la relazione non inizia più dall’ascolto, ma dal confronto. Il medico non è più solo colui che spiega, ma colui che deve rimettere in ordine ciò che è già stato detto da una macchina. Dal punto di vista clinico, questo spostamento è ambivalente. Da un lato, un paziente informato può essere più consapevole, più attento, più coinvolto nel percorso di cura. Dall’altro, l’informazione algoritmica tende a essere decontestualizzata. Non tiene conto della storia personale, delle comorbidità, delle priorità di vita. Il rischio non è l’errore diretto, ma l’eccesso di sicurezza con cui l’informazione viene assunta. Quando l’algoritmo informa, il paziente può arrivare con un’aspettativa precisa. Una diagnosi probabile, un rischio calcolato, una soluzione suggerita. Il medico si trova allora in una posizione nuova, non solo valutare clinicamente, ma anche rielaborare una narrazione già iniziata altrove. Questo richiede tempo, competenza comunicativa e una grande attenzione relazionale di cura, in questo contesto, rischia di trasformarsi in una negoziazione implicita. Il paziente non chiede più solo che cosa ho?, ma è vero quello che mi ha detto il sistema?. Il medico non è più l’unica fonte di sapere, ma diventa il mediatore tra informazione e significato. Questa mediazione è delicata. Se gestita male, può generare conflitto o sfiducia. Se gestita bene, può rafforzare l’alleanza terapeutica.

Per il paziente, l’informazione algoritmica può essere rassicurante o spaventosa. Sapere in anticipo di essere a rischio può aiutare a prepararsi, ma può anche amplificare l’ansia. L’algoritmo non accompagna emotivamente. Non calibra il momento, il linguaggio, il contesto. Il medico si trova così a dover accogliere non solo una persona, ma anche l’impatto emotivo di un’informazione ricevuta senza mediazione. Dal punto di vista del medico, questo scenario richiede una ridefinizione dell’autorevolezza. Non si tratta di smentire l’algoritmo per riaffermare il proprio ruolo, né di accettarlo passivamente. Si tratta di ricollocarlo. Spiegare cosa può fare e cosa non può fare. Chiarire che una probabilità non è una diagnosi, che una stima non è una decisione. Questo lavoro di chiarificazione è oggi parte integrante della cura. Per i medici, il paziente informato dall’algoritmo rappresenta una sfida educativa. Non basta conoscere la patologia. Bisogna saper dialogare con informazioni che arrivano da fonti esterne, spesso percepite come autorevoli. La competenza clinica si intreccia sempre di più con la competenza comunicativa. Saper spiegare perché un suggerimento algoritmico non è applicabile in quel caso diventa una competenza chiave. C’è anche una dimensione di potere che cambia. L’informazione algoritmica può ridurre alcune asimmetrie, ma crearne di nuove. Chi ha accesso a certi strumenti arriva con un vantaggio interpretativo. Chi non li ha rischia di sentirsi escluso. La relazione di cura deve farsi carico anche di queste disuguaglianze, evitando che l’informazione diventi una barriera invece che una risorsa. Il rischio più sottile è che la relazione si sposti dal piano umano a quello tecnico. Si discute di dati, di percentuali, di modelli. Ma la cura non si gioca solo lì. Si gioca nella capacità di ascoltare cosa quella informazione ha prodotto nella persona. Paura, aspettativa, speranza, confusione. L’algoritmo informa, ma non comprende. Il medico resta l’unico in grado di fare questo passaggio.

La relazione di cura cambia, ma non scompare. Diventa più complessa, più esigente. Richiede al medico di essere meno depositario di risposte e più costruttore di senso. Richiede al paziente di accettare che l’informazione non equivale alla decisione. In questo spazio di rinegoziazione, la relazione può indebolirsi o rafforzarsi. La vera questione non è se il paziente debba essere informato dall’algoritmo, ma come questa informazione venga integrata nella relazione. Se resta un elemento isolato, rischia di creare distanza. Se viene rielaborata insieme, può diventare uno strumento di consapevolezza condivisa. Curare, oggi, significa anche questo: accogliere un paziente che arriva con dei dati e restituirgli una storia. Dare senso a ciò che è stato calcolato. Ricordare che l’informazione, da sola, non cura. È la relazione che la rende utile.