Il paziente letto prima di essere incontrato: l’effetto invisibile dell’IA nella clinica
Sapere tutto prima dell’incontro può sembrare un vantaggio. Ma senza apertura all’ascolto, il dato rischia di diventare pregiudizio.
Matteo Benevento
1/31/2025
L’intelligenza artificiale (IA) permette alla medicina di sapere molto prima di vedere. Profili di rischio, storie cliniche sintetizzate, probabilità calcolate accompagnano il medico già prima dell’incontro con il paziente. Questa anticipazione può essere utile, perché orienta l’attenzione e prepara il ragionamento. Ma introduce anche un rischio sottile, quello di conoscere una persona attraverso i dati prima ancora di incontrarla davvero. Nel lavoro clinico, l’incontro è sempre stato un momento generativo. Guardare, ascoltare, lasciarsi sorprendere da ciò che non era previsto. Quando il dato arriva prima, l’incontro rischia di diventare una conferma. Il medico entra nella stanza con un’ipotesi già strutturata, con un’aspettativa. Non necessariamente sbagliata, ma già orientata. In questo passaggio, qualcosa dell’apertura originaria può andare perso.
Il dato non mente, ma non racconta tutto. È una selezione, una riduzione, una rappresentazione. L’IA eccelle nel sintetizzare, nel mettere in relazione informazioni disperse. Ma ciò che viene sintetizzato è ciò che è stato raccolto. Restano fuori le sfumature, i contesti, le discontinuità. In medicina, queste zone d’ombra sono spesso decisive. Il rischio non è l’errore immediato, ma l’invisibilità di ciò che non rientra nel modello. Dal punto di vista clinico, conoscere prima può trasformarsi in pre-giudizio nel senso letterale del termine, un giudizio che precede. Il medico non smette di ascoltare, ma ascolta per confermare. Le parole del paziente vengono interpretate alla luce di un profilo già definito. Anche il silenzio, anche l’esitazione, rischiano di essere letti come dati mancanti, non come segnali da esplorare. Nel rapporto con il paziente, questa dinamica può essere percepita. Essere visti attraverso uno schermo prima ancora che come persona genera una distanza sottile. Il paziente può avvertire che qualcosa è già stato deciso, che il suo racconto arriva dopo. Anche quando le decisioni sono corrette, la sensazione di non essere davvero incontrati mina la fiducia. La cura, però, nasce proprio da quell’incontro. Il rischio per il medico è quello di partire dal dato invece che dalla persona. L’IA offre un accesso immediato a sintesi potenti, ma abbrevia il tempo dell’esplorazione. La capacità di farsi domande aperte, di tollerare l’ambiguità iniziale, può ridursi. Non perché venga scoraggiata, ma perché sembra meno necessaria. Questo spostamento silenzioso ha effetti sul modo di pensare la medicina, e sulla dimensione etica. Quando il dato precede la persona, si modifica il rapporto di potere. Chi possiede le informazioni ha un vantaggio interpretativo. Il paziente arriva già letto, classificato, inserito. Restituire spazio alla narrazione diventa allora un atto di riequilibrio. Non per negare il dato, ma per rimetterlo al suo posto. Questo non significa rifiutare l’utilizzo (e non uso) dei dati anticipati. In molti contesti, sono preziosi. Significa riconoscere che il primo contatto non dovrebbe essere l’output di un algoritmo, ma restare un incontro umano, capace di rimettere in discussione ciò che si credeva di sapere. La medicina non è solo riconoscimento di pattern, ma attenzione all’eccezione. Quotidianamente, il medico è chiamato a un esercizio delicato, usare il dato senza farsene guidare completamente. Lasciare che informi lo sguardo, ma non che lo sostituisca. Questo equilibrio richiede consapevolezza. Senza di essa, la pratica clinica rischia di diventare una verifica di ipotesi preconfezionate. La vera sfida non è sapere di meno, ma incontrare di più. L’IA può preparare il terreno, ma non può sostituire il momento in cui una persona si racconta e viene ascoltata senza filtri. In quel momento, il dato dovrebbe fare un passo indietro. Non per sparire, ma per lasciare spazio. La domanda non è quanto possiamo conoscere prima, ma quanto siamo disposti a rimettere in gioco ciò che conosciamo quando incontriamo qualcuno. Perché in medicina, l’incontro non è un passaggio formale. È il luogo in cui il sapere diventa cura.
PixelPost.it è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, n°164 del 15 Dicembre 2023