Il sé che si scopre nodo
Non sei tu, del tutto, a decidere chi stai diventando
Alfonso Benevento
8/16/2026
Non sei tu a scrivere chi stai diventando. Non del tutto, e sempre meno. È una frase che suona eccessiva finché non si prova a smentirla. Prova con un esempio banale. Guarda una tua vecchia foto, un vecchio messaggio, un post di qualche anno fa: la persona che li ha scritti ti sembra estranea, e non sapresti indicare il momento preciso in cui hai smesso di esserlo. Diamo per scontato che sia il tempo, da solo, a fare quel lavoro. Il tempo non scrive da solo. Qualcuno, sempre più spesso, scrive insieme a lui.
Paul Ricoeur ha dato un nome filosofico a questo smarrimento. Distingue l'idem, l'identità di sostanza — ciò che resta identico a se stesso, come una pietra finché non si sgretola — dall'ipse, l'identità di chi cambia in tutto e resta, nondimeno, fedele: fedele al racconto che lega chi promette a chi, un giorno, dovrà rispondere. Non sei rimasto lo stesso. Sei rimasto fedele alla trama. Per questo puoi ancora essere ritenuto responsabile di una parola data ieri, anche se quasi nulla di te, ieri, è sopravvissuto fino a oggi. La soluzione di Ricoeur funziona a una condizione, che lui non aveva motivo di mettere in dubbio: che l'autore della trama fossi tu. Quella condizione, oggi, non è più garantita. La scorsa settimana questa rubrica ha mostrato che il campo di relazioni in cui viviamo ha un autore senza volto. Se quel campo fornisce parte del materiale con cui scrivi la tua trama, la domanda di Ricoeur diventa un'accusa: chi sta scrivendo, davvero, il racconto a cui dovresti restare fedele?
Le neuroscienze offrono un dato che rende meno astratta la domanda. Ogni persona possiede un pattern unico di connessioni cerebrali — un'impronta capace di identificarla fra centinaia di altre e di predirne persino l'intelligenza fluida (Finn et al., 2015). Ma quell'impronta non è scritta allo stesso modo ovunque: le reti sensoriali sono in larga parte ereditarie, stabili fin dall'infanzia; le reti dell'attenzione — quelle che decidono a che cosa la tua mente torna, che cosa diventa materiale per la trama che raccontano di te — lo sono molto meno, e restano aperte all'esperienza per tutta la vita (Anderson et al., 2021). Nessuno studio ha ancora misurato l'effetto specifico degli algoritmi su queste reti — è onesto dirlo, prima di trarre conclusioni. Ma la logica precede il dato: se la tua attenzione decide che cosa entra nella trama, e il campo firmato decide sempre più spesso la tua attenzione, il problema non è più soltanto se cambi. È chi cura l'edizione di quel cambiamento. Il cambiamento, oggi, ha un editore. E sempre più spesso non sei tu. C'è un'obiezione seria, e va accolta fino in fondo: esiste un nucleo — il sé nucleare di cui parla Antonio Damasio — generato dall'interazione fra il cervello e lo stato interno del corpo, che precede ogni narrazione e resta, per sua natura, fuori dalla portata di qualunque algoritmo. Nessun campo firmato ha accesso al tuo battito cardiaco. Ma quel nucleo, nei termini di Ricoeur, ti garantisce al massimo una forma di idem: la continuità minima di un organismo che permane. Non ti garantisce l'ipse — la fedeltà narrativa che ti rende ancora chiamato a rispondere di una parola data ieri. Quella fedeltà si costruisce con ciò a cui presti attenzione, giorno dopo giorno. Ed è precisamente lì, nel materiale della tua trama, che il campo firmato ha più margine di chiunque altro per scrivere al posto tuo.
Guarda di nuovo quella vecchia foto. Non ti è diventata estranea solo perché sei cambiato. Ti è diventata estranea anche perché una parte di quel cambiamento non l'hai scritta tu. Non hai un'anima da proteggere. Hai una parola da mantenere — e devi cominciare a chiederti se la stai ancora scrivendo tu, o se qualcun altro ne sta già curando l'edizione. È la domanda che Relazioni Aumentate porterà, la prossima domenica, dentro un ambulatorio: chi risponde di una diagnosi, quando a deciderla non è più, del tutto, un solo medico.
Bibliografia essenziale
Paul Ricoeur, Oneself as Another.
Antonio Damasio, The Feeling of What Happens: Body and Emotion in the Making of Consciousness.
Emily S. Finn, Xilin Shen, Dustin Scheinost, Monica D. Rosenberg, Jessica Huang, Marvin M. Chun, Xenophon Papademetris, R. Todd Constable, "Functional connectome fingerprinting: identifying individuals using patterns of brain connectivity", Nature Neuroscience, 18(11), 2015, pp. 1664–1671.
Kevin M. Anderson, Tian Ge, Ru Kong, Lauren M. Patrick, R. Nathan Spreng, Mert R. Sabuncu, B.T. Thomas Yeo, Avram J. Holmes, "Heritability of individualized cortical network topography", Proceedings of the National Academy of Sciences, 118(9), 2021, e2016271118.
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