Il tempo che non c’è: il nuovo nemico della buona medicina

Tra agende serrate e sistemi digitali, il tempo della cura si assottiglia, mettendo sotto pressione ascolto, riflessione e qualità delle decisioni cliniche.

Matteo Benevento

9/22/2025

selective focus photo of brown and blue hourglass on stones
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Non c’è tempo è la lamentela silenziosa, quasi rassegnata, che attraversa la medicina contemporanea più di qualsiasi altra. Manca il tempo per ascoltare, per spiegare, per pensare. Proprio il tempo è diventato una delle risorse più scarse nei contesti di cura, e forse anche una delle più decisive. Perché la qualità della medicina non si misura solo con l’accuratezza delle diagnosi o l’efficacia delle terapie, ma con il tempo che si riesce a dedicare alle persone. Il paradosso è evidente. Mai come oggi la medicina dispone di strumenti capaci di velocizzare i processi. L’intelligenza artificiale (IA) promette di ridurre i tempi diagnostici, di automatizzare la burocrazia, di ottimizzare i flussi. Eppure, la percezione diffusa tra i professionisti è quella di avere sempre meno tempo. Più dati, più sistemi, più procedure non si sono tradotti in più spazio per la relazione, ma spesso nel loro contrario. Il tempo sembra dissolversi proprio mentre la tecnologia promette di restituirlo.

Il tempo della medicina non è un’entità unica. Esiste il tempo biologico della malattia, il tempo clinico della decisione, il tempo organizzativo del sistema e il tempo vissuto del paziente. Quando questi tempi non coincidono, nasce la frizione. Il medico è spesso costretto a muoversi secondo il tempo del sistema, fatto di agende fitte, obiettivi di produttività, indicatori di performance. Il paziente, invece, vive il tempo della malattia come sospensione, attesa, urgenza emotiva. In mezzo, il tempo clinico, che richiederebbe calma, riflessione, ascolto. Questa frattura sta diventando sempre di più strutturale. Il medico ha pochi minuti per ogni incontro, ma in quei minuti deve raccogliere informazioni, consultare sistemi digitali, spiegare decisioni complesse, compilare documentazione. Il rischio non è solo quello di fare meno bene, ma di fare una medicina diversa. Una medicina che privilegia ciò che è rapido, misurabile, standardizzabile, e sacrifica ciò che richiede tempo e non produce risultati immediatamente quantificabili.

La letteratura scientifica mostra con chiarezza che il tempo è una variabile clinica. Diversi studi pubblicati su riviste scientifiche evidenziano come visite più brevi siano associate a una minore soddisfazione del paziente, a una ridotta aderenza terapeutica e a un aumento degli errori comunicativi. Il tempo non è solo una cornice della cura, ma una sua componente essenziale. Senza tempo, anche la decisione più corretta rischia di diventare fragile. L’intelligenza artificiale entra in questo scenario con una promessa ambivalente. Da un lato, può effettivamente ridurre il tempo dedicato a compiti ripetitivi, come la trascrizione delle cartelle cliniche o l’analisi preliminare dei dati. Dall’altro, introduce nuove richieste di attenzione. Alert da valutare, sistemi da consultare, interfacce da gestire. Il tempo risparmiato da una parte viene spesso reinvestito altrove, non necessariamente nella relazione. Il problema, quindi, non è solo tecnologico, ma organizzativo e culturale. Se il tempo liberato non viene protetto, finisce per essere riassorbito dal sistema. L’IA può restituire tempo al medico solo se esiste una scelta consapevole di utilizzarlo per migliorare la qualità della cura, e non semplicemente per aumentare la quantità delle prestazioni. In questo senso, il tempo diventa una questione etica. Vi è poi la dimensione cognitiva. Pensare richiede tempo. Il ragionamento clinico, soprattutto nei casi complessi, non è immediato. Ha bisogno di pause, di ripensamenti, di confronto. Un sistema che accelera costantemente può ridurre lo spazio del dubbio, spingendo verso decisioni rapide ma meno riflettute. L’IA può suggerire risposte in tempo reale, ma il medico ha bisogno di tempo per valutare se quelle risposte abbiano senso per quel paziente.

Il tempo è fondamentale anche per l’empatia. Ascoltare non è un gesto istantaneo. Richiede presenza, attenzione, disponibilità a lasciar emergere ciò che il paziente non dice subito. Quando il tempo è poco, l’ascolto diventa selettivo. Si ascolta ciò che serve per prendere una decisione tecnica, ma si perde ciò che serve per comprendere l’esperienza della malattia. In questo modo, la cura si impoverisce. Tuttavia il tempo che manca non è solo quello del medico. È anche il tempo del paziente, spesso costretto a incastrare la propria vita in percorsi di cura frammentati, fatti di attese, rinvii, passaggi rapidi. La mancanza di tempo genera frustrazione da entrambe le parti, alimentando una distanza che nessuna tecnologia può colmare da sola. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che la qualità dell’assistenza non può essere separata dalle condizioni di lavoro dei professionisti sanitari. Senza tempo, la sicurezza diminuisce, la relazione si indebolisce, il rischio di burnout aumenta. Il tempo non è un lusso, ma una condizione di possibilità della buona medicina. Nel percorso di formazione e post-formazione, però, il tempo viene ancora raramente tematizzato. Si insegna cosa fare, come fare, quando intervenire. Molto meno si riflette su quanto tempo serve per fare bene. L’IA rischia di rafforzare l’illusione che il tempo sia un ostacolo da eliminare, anziché una risorsa da proteggere. Ma una medicina senza tempo è una medicina che perde profondità.

Oggi il nuovo nemico della buona medicina non è la tecnologia, ma l’assenza di tempo. Non perché il tempo garantisca automaticamente qualità, ma perché senza tempo non esiste spazio per la responsabilità, per la relazione, per il pensiero critico. L’IA può accelerare molti processi, ma non può sostituire il tempo necessario per prendersi cura. Alla fine, difendere il tempo in medicina significa difendere il senso stesso della pratica clinica. Significa riconoscere che non tutto può essere ottimizzato, che non tutto deve essere accelerato. Alcuni momenti richiedono lentezza. Una diagnosi difficile, una decisione complessa, una comunicazione delicata non possono essere compressi senza perdere qualcosa di essenziale. Proiettando la medicina al domani, forse, la vera innovazione non sarà solo tecnologica, ma temporale. Riuscire a restituire tempo alla cura, proteggere spazi di ascolto, riconoscere il valore della presenza. Perché la medicina non è solo ciò che si fa, ma anche il tempo che si sceglie di dedicare. E finché il tempo resterà una risorsa sacrificabile, la buona medicina resterà sotto pressione.