Il tempo clinico nell’era dell’algoritmo per curare più in fretta e forse meglio.

La velocità promessa dall’IA migliora l’efficienza, ma mette sotto pressione il tempo necessario per ascoltare, comprendere e decidere con responsabilità.

Matteo Benevento

12/5/2025

person using laptop
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Il tempo è ormai diventato una delle risorse più scarse della medicina. Non solo perché le liste d’attesa si allungano o perché i sistemi sanitari sono sotto pressione, ma perché il tempo stesso è stato risignificato dalla tecnologia. Gli algoritmi promettono velocità, le piattaforme riducono i passaggi, i sistemi di intelligenza artificiale offrono risposte in tempo reale. In questo scenario, una domanda attraversa silenziosamente la pratica clinica quotidiana: curare più in fretta significa davvero curare meglio?

La medicina ha sempre avuto un rapporto ambivalente con il tempo. Da un lato, la tempestività è cruciale. Intervenire presto può salvare una vita, prevenire una complicanza, ridurre una sofferenza. Dall’altro, la cura richiede attesa, osservazione, maturazione delle decisioni. Il tempo clinico non coincide mai perfettamente con il tempo dell’orologio. È un tempo qualitativo, fatto di ascolto, di interpretazione, di aggiustamenti progressivi. Oggi ancor di più questo tempo è messo sotto pressione come mai prima. L’intelligenza artificiale (IA) promette di comprimere il tempo clinico. Analizzare un’immagine in pochi secondi, suggerire una diagnosi immediata, indicare un trattamento ottimale senza passaggi intermedi. Tutto questo appare come un progresso indiscutibile. E in molti casi lo è. Ma la velocità, quando diventa valore assoluto, rischia di trasformarsi in criterio unico di qualità. Ciò che è rapido viene percepito come efficiente, ciò che richiede tempo come inefficiente. Questa equivalenza è pericolosa. Molte decisioni cliniche vengono prese prima ancora che il paziente abbia avuto il tempo di raccontarsi. I dati arrivano prima della storia. I parametri precedono il vissuto. Il rischio non è tanto l’errore tecnico, quanto la perdita di senso. Curare non significa solo scegliere l’opzione corretta, ma comprendere cosa quella scelta significa per la persona che la riceve. Questo passaggio non può essere accelerato oltre un certo limite. Il tempo clinico è anche il tempo dell’incertezza. Non tutte le diagnosi sono immediate. Non tutte le risposte emergono al primo esame. La medicina ha sempre dovuto convivere con il dubbio, con l’attesa di un’evoluzione, con la necessità di rivedere ipotesi iniziali. L’IA, offrendo risposte rapide, può creare l’illusione che l’incertezza sia un difetto da eliminare. Ma l’incertezza è parte integrante della pratica clinica. Ridurla artificialmente può produrre decisioni premature.

Dal punto di vista del paziente, la velocità ha un significato ambiguo. Ricevere rapidamente una risposta può essere rassicurante, ma può anche essere destabilizzante. Una diagnosi comunicata senza il tempo necessario per elaborarla può generare smarrimento. Un percorso terapeutico avviato troppo in fretta può lasciare poco spazio alla comprensione e al consenso reale. Il tempo della persona non coincide sempre con il tempo del sistema. Il tempo è anche una variabile economica. Ridurre i tempi significa aumentare il numero di prestazioni, ottimizzare le risorse, migliorare gli indicatori di performance. In questo contesto, l’IA appare come una soluzione ideale. Ma quando il tempo viene misurato solo in termini di produttività, il rischio è che la cura venga frammentata. Ogni atto diventa un’unità da completare rapidamente, perdendo la continuità del percorso. In questo senso la letteratura scientifica mostra che la relazione tra tempo e qualità delle cure non è lineare e che ridurre alcuni tempi, come quelli di accesso alle cure, migliora gli esiti. Altri tempi, come quelli dedicati alla comunicazione e alla decisione condivisa, se compressi, peggiorano l’esperienza del paziente e possono ridurre l’aderenza terapeutica. Non tutto il tempo è uguale. Saper distinguere è una competenza clinica. L’intelligenza artificiale può aiutare a liberare tempo, automatizzando compiti ripetitivi, migliorando l’organizzazione, riducendo gli sprechi. Questo è il suo potenziale più promettente. Ma questo tempo liberato deve essere restituito alla relazione, non semplicemente reinvestito in ulteriori prestazioni. Se la tecnologia accelera tutto senza ridefinire le priorità, il risultato è solo una medicina più veloce, non necessariamente migliore.

Nel rapporto medico-paziente, poi, il tempo ha un valore simbolico. Dedicare tempo significa riconoscere l’altro come degno di attenzione. Ridurlo sistematicamente comunica, anche senza parole, che ciò che conta è l’efficienza, non la persona. Molti pazienti percepiscono questa accelerazione come una forma di distanza. Non perché il medico sia meno competente, ma perché appare sempre più di fretta, sempre più mediato da uno schermo. Il medico, a sua volta, vive una compressione temporale che incide sulla qualità del lavoro e sul benessere personale. Decidere in fretta, continuamente, senza spazi di riflessione, aumenta il rischio di burnout e di errori. L’IA viene spesso presentata come un supporto proprio in questo contesto, ma se non cambia l’organizzazione del tempo, può diventare un ulteriore fattore di pressione. La risposta rapida dell’algoritmo diventa un nuovo standard di velocità a cui adeguarsi. Questo implica riconoscere che il tempo dedicato alla persona non è uno spreco, ma un investimento. L’IA rischia di accentuare questa lacuna se viene presentata solo come strumento di accelerazione. Al contrario, potrebbe diventare un’occasione per ripensare il tempo della cura, distinguendo ciò che può essere reso più rapido da ciò che deve restare lento. La vera sfida, allora, non è scegliere tra velocità e lentezza, ma riconoscere che la medicina ha bisogno di entrambi. Ci sono decisioni che devono essere rapide e altre che devono maturare. Ci sono dati che possono essere analizzati in pochi secondi e significati che richiedono tempo per emergere. Confondere questi piani produce una medicina squilibrata. Alla fine, curare più in fretta non significa automaticamente curare meglio. La qualità della cura dipende dalla capacità di usare il tempo in modo appropriato. L’intelligenza artificiale può aiutare a risparmiare tempo dove il tempo è sprecato. Ma non può sostituire il tempo necessario per comprendere, decidere, accompagnare.

Il tempo clinico è diventato una scelta etica. Decidere come usarlo significa decidere che tipo di medicina vogliamo praticare. Una medicina che corre sempre rischia di non vedere chi resta indietro. Una medicina che sa quando rallentare può invece restare umana anche nell’era dell’algoritmo.