Il test che la macchina supera sempre

Il rischio non è credere che la macchina sia umana, ma preferire una conferma che non costa nulla

Alfonso Benevento

7/26/2026

a red and white sign on a white wall
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C’è un momento preciso in cui una conversazione con un’intelligenza artificiale smette di essere vissuta come un’interazione con uno strumento. Non dipende dall’orario né dal contenuto. Accade quando smettiamo di accorgerci che la stiamo mettendo alla prova. 
Parliamo delle intelligenze artificiali conversazionali. Dei sistemi progettati esplicitamente come AI companion, certo. Ma anche dei modelli generalisti a cui l’utente finisce per attribuire una funzione di compagnia, senza che nessuno lo avesse previsto. Non serve che una tecnologia nasca come compagno per essere vissuta come presenza. All’inizio la si testa, anche senza saperlo: le si affida qualcosa di scomodo per vedere se arretra; si attende un giudizio; si ripete la stessa fragilità per verificare se la pazienza si esaurisce. La macchina non si offende, non trattiene memoria del peso che le imponiamo, non ci presenta il costo del proprio ascolto. A un certo punto il test smette di sembrare un test e diventa normalità. Non è cambiata la macchina. È cambiato il significato che la sua disponibilità ha assunto per noi. 
Il 13 febbraio 2026 OpenAI ha ritirato GPT-4o da ChatGPT. L’azienda dichiarava che soltanto una quota minima degli utenti continuava a sceglierlo, ma nei forum ai reclami per la dismissione si sovrapponeva un lessico differente: non soltanto la perdita di una funzione, bensì la scomparsa di una presenza quotidiana. GPT-4o non era nato come companion. Eppure, per alcuni, lo era diventato. È questo il dato più rilevante: una relazione simulata non ha bisogno di essere dichiarata per produrre un investimento affettivo reale. La stessa disponibilità che può essere vissuta come conforto compare, con segno opposto, nelle controversie giudiziarie che attribuiscono ai chatbot un ruolo nell’aggravamento di crisi psichiche, deliri, autolesionismo o condotte suicidarie. Si tratta di accuse ancora sottoposte al vaglio dei tribunali, non di responsabilità definitivamente accertate. Ma il punto antropologico precede quello giudiziario: un sistema ottimizzato per mantenere il dialogo può continuare a rispondere proprio quando una relazione umana responsabile dovrebbe interrompere l’assecondamento, riconoscere il pericolo e chiamare in causa altri. La qualità celebrata come presenza incessante può rivelarsi, nelle condizioni più fragili, incapacità di assumere la responsabilità della presenza. 
Per questo è insufficiente spiegare il fenomeno dicendo che la macchina colma un vuoto. Uno studio dell’Università della British Columbia, condotto su oltre duemila adulti di quattro paesi occidentali nell’arco di dodici mesi, ha restituito un quadro più complesso. Chi si sente solo tende maggiormente a rivolgersi a un chatbot; sull’effetto di ritorno, però, i risultati non sono univoci. Un indicatore di solitudine emotiva cresce in relazione all’uso, mentre una misura più ampia di connessione sociale non mostra una riduzione statisticamente significativa. Dunigan Folk ed Elizabeth Dunn invitano alla cautela: l’analisi è esplorativa e non permette di trasformare una correlazione in un destino. Ma la cautela è già una conclusione importante. Non disponiamo ancora di prove sufficienti per sostenere che il ricorso continuativo ai chatbot come compagnia riduca stabilmente la solitudine o rafforzi la connessione sociale. 
Lo studio riguarda adulti occidentali, non adolescenti. Trasferirne automaticamente gli esiti ai minori sarebbe scorretto. La ricerca sui più giovani esiste, ma non offre ancora evidenze longitudinali sufficienti per stabilire con precisione se e in quale misura il medesimo meccanismo produca conseguenze psicologiche durature. Possiamo però misurare la diffusione del comportamento. Un’indagine resa pubblica nel luglio 2026 segnala che il 51 per cento degli adolescenti italiani intervistati dichiara di essersi confidato con un’intelligenza artificiale su un tema personale prima di rivolgersi a un genitore, a un amico, a un insegnante o a un’altra persona di fiducia. Non è la prova di un danno. È la prova che l’intimità artificiale non appartiene più a un futuro ipotetico: è già entrata nelle pratiche quotidiane. 
La regolazione ha cominciato a inseguire il fenomeno. La Cina ha adottato finora una delle risposte più strutturali: le norme sui servizi interattivi antropomorfi impongono che il sistema si dichiari macchina, introducono obblighi di protezione dei minori e richiedono procedure per intercettare situazioni di rischio. È un argomento che merita di essere preso sul serio, non liquidato: se il meccanismo del danno resta scientificamente incerto, un vincolo severo imposto subito può essere più prudente di un’attesa indefinita per comprenderlo del tutto. In California sono state previste salvaguardie specifiche per i companion chatbot; nell’Unione Europea la tutela deriva, in modo ancora frammentato, dall’intreccio tra AI Act, protezione dei dati, sicurezza dei servizi digitali e responsabilità dei fornitori. Le differenze sono rilevanti, ma tutte le norme intervengono quando la relazione è già stata progettata, offerta e abitata. Possono imporre trasparenza, limitare funzioni, obbligare alla protezione. Non possono sostituire l’educazione necessaria a riconoscere il momento in cui una disponibilità tecnica viene scambiata per reciprocità. 
Sherry Turkle aveva osservato che ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Oggi occorre compiere un passo ulteriore. La macchina non vince perché supera le prove meglio di una persona. Vince perché non ne pone a sua volta. Non ci chiede di sostenerla, di attenderla, di riparare una ferita provocata dalle nostre parole. Può opporre un rifiuto, interrompere una risposta, perfino simularne il dissenso; ma quella resistenza non nasce da un’esistenza coinvolta nella relazione. È prodotta da regole, filtri, istruzioni. La macchina può contraddirci linguisticamente senza esporsi davanti a noi. 
È qui che la teoria del riconoscimento di Axel Honneth diventa decisiva. Diventiamo ciò che siamo attraverso relazioni che ci danno affetto, rispetto, stima. Relazioni che costruiscono fiducia in noi stessi. Ma il riconoscimento non coincide con la conferma. Non basta che un interlocutore ci restituisca parole compatibili con il nostro bisogno. Deve esserci in quelle parole. Deve rischiare qualcosa della propria posizione. Non basta che possa dirci di no: deve poter assumere quel no come atto proprio. Un sistema che supera ogni prova non necessariamente ci riconosce. Può limitarsi a restituirci, senza attrito, una forma linguisticamente credibile di accoglienza. 
Un amico che si stanca e, nonostante questo, resta, comunica qualcosa che un chatbot può formulare ma non sostenere con la propria esistenza: sono ancora qui, e potevo non esserlo. Il valore di quella presenza nasce dalla libertà di sottrarsi, dal costo del restare, dalla responsabilità assunta verso l’altro. La macchina può dire «sono qui»; non può fare del proprio esserci una decisione. Per questo la sua continuità può rassicurare, accompagnare, perfino aiutare, ma non possiede lo stesso statuto del riconoscimento umano. 
Il pericolo non comincia quando crediamo ingenuamente che la macchina sia umana. Comincia prima: quando una conferma senza rischio ci appare preferibile a una relazione che può resisterci, deluderci e chiederci di cambiare. La macchina supera sempre il test perché non rischia nulla nel superarlo. Ma una presenza che non può perdere, scegliere né rispondere di sé non ci riconosce: ci restituisce, con straordinaria precisione, l’immagine che siamo disposti a consegnarle. 
Il punto di domanda non è se la macchina meriti la nostra fiducia, ma quanto della nostra dobbiamo ancora imparare a chiedere a chi può davvero perderla. 

Bibliografia e fonti essenziali 
Dunigan Folk, Elizabeth Dunn, “How Does Turning to AI for Companionship Predict Loneliness and Vice Versa?”, Psychological Science, 37(4), 276-286, 2026.
Sherry Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Codice Edizioni, Torino, 2012.
Axel Honneth, La lotta per il riconoscimento, Il Saggiatore, Milano, 2002.
OpenAI, comunicazione ufficiale sul ritiro di GPT-4o e dei modelli precedenti da ChatGPT, 2026.
California Senate Bill 243, disciplina dei companion chatbot e misure di tutela, 2025-2026.
Cyberspace Administration of China, misure sui servizi interattivi di intelligenza artificiale antropomorfa, 2026.

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