Il valore della lentezza, perché la buona medicina non corre sempre
In un sistema sanitario accelerato dalla tecnologia, rallentare diventa una scelta clinica, etica e relazionale che protegge la qualità della cura.
Matteo Benevento
5/19/2025
La medicina nel XXI secolo vive immersa in una cultura della velocità. Diagnosi in tempo reale, referti immediati, decisioni supportate da algoritmi che restituiscono risposte in pochi secondi. L’intelligenza artificiale (IA)incarna questa accelerazione e la rende desiderabile, quasi inevitabile. In questo contesto, la lentezza appare come un difetto, una resistenza al progresso. Eppure, proprio mentre tutto accelera, emerge una verità controintuitiva, la buona medicina non corre sempre. A volte, scegliere di rallentare è l’atto più competente e responsabile che si possa compiere.
La lentezza in medicina non è inerzia né inefficienza. È tempo qualitativo. È lo spazio necessario per osservare, comprendere, decidere. Per secoli, la pratica clinica ha riconosciuto il valore dell’attesa: attendere l’evoluzione di un sintomo, attendere che una terapia mostri i suoi effetti, attendere che una persona trovi le parole per raccontarsi. Questo tempo viene messo sotto pressione. L’IA promette di eliminare l’attesa, ma rischia di eliminare anche ciò che nell’attesa matura. Rallentare significa riconoscere che non tutte le decisioni beneficiano della velocità. Alcune scelte richiedono sedimentazione. Una diagnosi complessa, una prognosi incerta, una decisione che coinvolge valori profondi non possono essere compresse senza perdere senso. L’algoritmo può indicare l’opzione statisticamente più probabile, ma non può valutare il tempo emotivo necessario perché quella decisione diventi condivisa e sostenibile.
Nel rapporto medico-paziente, la lentezza è spesso ciò che permette la fiducia. Un colloquio non affrettato, un silenzio rispettato, una spiegazione che si adatta al ritmo di chi ascolta. Quando le interazioni rischiano di essere mediate da schermi e piattaforme, la lentezza diventa un gesto intenzionale. Dire prendiamoci un momento è un atto di cura tanto quanto prescrivere una terapia. La velocità ha un costo cognitivo. Decisioni rapide possono essere appropriate in situazioni acute, ma in contesti complessi aumentano il rischio di semplificazioni eccessive. L’IA, offrendo risposte immediate, può indurre un’illusione di completezza. Rallentare consente di interrogare l’output, di verificarne la coerenza con il contesto, di integrare informazioni che il modello non considera. La lentezza, qui, è una forma di controllo di qualità. La lentezza è anche una scelta etica. Significa resistere alla riduzione della cura a flusso produttivo. Significa riconoscere che l’efficienza non coincide sempre con il bene del paziente. Alcuni benefici emergono solo nel tempo: l’aderenza a una terapia, la comprensione di una diagnosi, l’accettazione di un limite. Accelerare questi processi può produrre esiti apparentemente positivi nel breve periodo e fallimentari nel lungo. C’è una lentezza che riguarda l’ascolto delle storie, come già emerso. Le storie non si comprimono senza perdere significato. Rallentare per ascoltare non è un lusso narrativo, ma un investimento clinico. Quando i dati arrivano prima del racconto, scegliere di ascoltare è una forma di resistenza professionale. Una resistenza che preserva la personalizzazione reale, non quella nominale.
La lentezza è anche una protezione per i professionisti. La pressione alla rapidità continua contribuisce al burnout, all’errore, alla perdita di senso. Rallentare quando possibile significa distribuire meglio il carico decisionale, permettere il confronto, ridurre l’isolamento. L’IA può ridurre alcuni carichi operativi, ma se il tempo risparmiato viene immediatamente riempito da nuove richieste, il beneficio si annulla. La lentezza richiede una scelta organizzativa, non solo individuale. Parlare di lentezza, oggi, significa anche ripensare gli indicatori di qualità. Se la qualità è misurata solo in termini di tempi di risposta e volumi, la lentezza sarà sempre penalizzata. Se invece includiamo esiti relazionali, comprensione, continuità, la lentezza riacquista valore. La medicina non è una catena di montaggio. È una pratica che lavora con l’incertezza e con le persone dedicare tempo alla spiegazione e all’ascolto riduce contenziosi, migliora l’aderenza terapeutica e aumenta la soddisfazione dei pazienti. La lentezza, quindi, non è inefficienza. È efficacia differita. L’intelligenza artificiale può essere alleata della lentezza, se usata bene. Automatizzare compiti ripetitivi può liberare tempo per ciò che non è automatizzabile. Ma questo richiede una governance che protegga il tempo clinico di qualità. Senza questa protezione, la tecnologia accelera tutto indiscriminatamente. La lentezza non nasce spontaneamente. Va difesa.
La lentezza è anche un linguaggio. Comunicare che una decisione richiede tempo può essere percepito come incertezza, ma può anche essere letto come cura. Dipende da come viene spiegato. Il medico che sa dire perché rallenta, che rende esplicito il valore dell’attesa, trasforma la lentezza in alleanza. L’IA non può fare questo lavoro di traduzione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che sistemi sanitari sostenibili devono bilanciare efficienza e qualità relazionale, evitando che la pressione alla rapidità comprometta la sicurezza e la fiducia. Nell’era dell’IA, questo equilibrio è più delicato che mai. Rallentare non significa rinunciare all’innovazione. Significa orientarla. Significa distinguere tra ciò che deve essere rapido e ciò che deve essere lento. Tra l’urgenza clinica e la maturazione decisionale. Tra il dato che corre e il senso che richiede tempo. Questa distinzione è una competenza clinica avanzata, non una nostalgia del passato.
La lentezza è una forma di responsabilità. Protegge il paziente da decisioni premature, il medico da automatismi, il sistema da errori sistemici. È una lentezza attiva, intenzionale, consapevole. Non è il rifiuto della tecnologia, ma il suo uso maturo. Alla fine, il valore della lentezza sta nel ricordarci perché curiamo. Non per arrivare primi, ma per arrivare giusti. Non per rispondere subito, ma per rispondere bene. In un mondo che corre, la medicina che sa quando rallentare conserva la sua umanità. Oggi la buona medicina non corre sempre. A volte cammina, osserva, ascolta. E proprio così, paradossalmente, arriva più lontano.
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