Imparare a dire “non lo so” rappresenta il valore formativo del dubbio nell’era dell’IA
In un tempo di risposte automatiche, il dubbio resta una competenza clinica essenziale. Perché senza il “non lo so”, il giudizio non matura.
Matteo Benevento
10/10/2025
Dire non lo so è sempre stato difficile in medicina. Per chi cura, l’aspettativa implicita è quella di sapere, di rispondere, di orientare. Il dubbio è spesso vissuto come una mancanza, un segnale di insufficienza, qualcosa da colmare il più rapidamente possibile. Nell’era dell’intelligenza artificiale (IA), questa difficoltà sembra attenuarsi, gli strumenti promettono risposte rapide, stime precise, suggerimenti affidabili. Eppure, proprio in questo contesto, il valore formativo del dubbio diventa ancora più centrale. L’IA riduce molte incertezze operative. Aiuta a non dimenticare, a confrontare, a prevedere. Ma non elimina l’incertezza strutturale della medicina. La sposta. La rende meno visibile, più silenziosa. Quando una risposta è disponibile, il dubbio non scompare, viene semplicemente aggirato. E questo ha conseguenze profonde sul modo in cui si impara a essere medici. Dal punto di vista formativo, il dubbio è uno spazio di crescita. È nel non lo so che nasce la domanda giusta, che si attiva la ricerca, che si impara a riconoscere i limiti del proprio sapere. Se l’IA fornisce subito una risposta, il rischio non è l’errore, ma la mancata attivazione del processo riflessivo. Si passa direttamente alla soluzione, senza attraversare la domanda. Per lo studente e per il giovane medico, imparare a dire non lo so significa riconoscere che la competenza non coincide con la certezza. Significa accettare che la medicina non è una sequenza di risposte corrette, ma una pratica che si muove dentro l’incertezza. L’IA può sostenere questo percorso solo se il dubbio non viene vissuto come qualcosa da eliminare, ma come qualcosa da abitare. Nel lavoro clinico, il non lo so non è un vuoto. È un punto di sospensione. Un momento in cui si rallenta, si riconsiderano le ipotesi, si chiede aiuto. In una medicina sempre più supportata da sistemi intelligenti, questo momento rischia di accorciarsi fino a scomparire. Se c’è sempre una risposta disponibile, perché fermarsi? Ma senza fermarsi, il giudizio non matura. C’è anche una dimensione relazionale. Dire non lo so al paziente non significa abbandonarlo all’incertezza. Significa condividere un limite, rendere trasparente il processo decisionale, costruire fiducia su basi realistiche. L’IA non dice mai non lo so. Produce sempre un output. Ma questo non rende la risposta più vera. Rende solo meno visibile il margine di incertezza che l’accompagna. Per il medico il rischio è confondere l’accesso alla risposta con la competenza. Sapere dove trovare un suggerimento non equivale a saperlo valutare. Il dubbio è ciò che permette di interrogare una risposta, di chiedersi se sia adatta a quella persona, in quel momento. Senza dubbio, la risposta diventa un automatismo. Dal punto di vista educativo, il dubbio è anche un atto di responsabilità. Ammettere di non sapere tutto significa riconoscere che ogni decisione ha conseguenze e che nessuno strumento può assorbirle al posto nostro. L’IA può ridurre l’incertezza informativa, ma non può ridurre l’incertezza morale che accompagna ogni scelta clinica. C’è poi una dimensione culturale. In un contesto che valorizza la performance, l’efficienza, la rapidità, il dubbio appare come una perdita di tempo. Ma la formazione medica non è una corsa alla risposta più veloce. È un processo di maturazione. E la maturazione passa anche dalla capacità di restare nel dubbio senza esserne paralizzati.
Imparare a dire non lo so non significa rinunciare alla competenza, ma fondarla. Significa distinguere tra ciò che è noto e ciò che resta aperto. Significa usare l’IA come supporto, non come scorciatoia per evitare il confronto con l’incertezza. In questo senso, il dubbio non è l’opposto del sapere, ma una sua condizione. Forse, nell’era dell’intelligenza artificiale, la vera competenza formativa non è avere sempre una risposta pronta, ma sapere quando una risposta non basta. Riconoscere che alcune decisioni richiedono tempo, confronto, riflessione. Che alcune domande non hanno una soluzione immediata, ma vanno accompagnate. La medicina non diventerà mai una scienza dell’assoluta certezza. E questo non è un limite da superare, ma una caratteristica da comprendere. Imparare a dire non lo so significa accettare questa realtà e farne una risorsa formativa. In un tempo in cui le macchine sembrano sapere sempre qualcosa, la capacità umana di riconoscere ciò che non si sa resta uno dei fondamenti più solidi della buona medicina.
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