La fiducia come farmaco invisibile

Non si prescrive e non si misura, ma la fiducia influenza l’aderenza alle terapie, la comunicazione e l’efficacia stessa della cura nell’era dell’IA.

Matteo Benevento

11/8/2025

two people sitting during day
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Ci sono terapie che non compaiono in nessun prontuario e che non vengono prescritte in milligrammi, ma che accompagnano ogni atto di cura. Non hanno un principio attivo identificabile, non producono effetti misurabili in modo immediato, eppure influenzano profondamente l’andamento della malattia e l’esperienza del paziente. Mentre la medicina diventa sempre più tecnologica, una di queste terapie invisibili emerge con forza, si chiama fiducia. Questa non è un sentimento vago o un accessorio della relazione. È una condizione clinica. Quando un paziente si fida, aderisce meglio alle terapie, comunica in modo più sincero, affronta l’incertezza con maggiore equilibrio. Quando la fiducia manca, anche la cura più avanzata può diventare fragile. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale (IA) promette precisione e affidabilità, la fiducia sembra quasi superflua. Eppure, proprio l’ingresso dell’IA rende evidente quanto essa resti centrale.

Per molto tempo la fiducia in medicina è stata quasi automatica. Il medico incarnava l’autorità del sapere, il paziente si affidava. Questo modello, fortemente asimmetrico, è stato messo in discussione dall’accesso diffuso all’informazione, dalla medicina basata sulle evidenze, dalla crescente attenzione ai diritti del paziente. Oggi la fiducia non è più data per scontata. Deve essere costruita, mantenuta, meritata. L’intelligenza artificiale entra in questo scenario come un elemento ambivalente. Da un lato, può rafforzare la fiducia mostrando che le decisioni sono supportate da grandi quantità di dati e da modelli sofisticati. Dall’altro, può incrinarla se il paziente percepisce che la decisione non è più realmente umana. Quando una scelta viene giustificata con un lo dice l’algoritmo, la fiducia rischia di spostarsi dalla relazione al sistema, o di dissolversi del tutto, poichè non si costruisce sulla perfezione tecnica, ma sulla responsabilità. Il paziente non chiede al medico di non sbagliare mai, ma di prendersi carico delle decisioni. Di spiegare, di ascoltare, di restare presente anche quando l’esito è incerto. L’algoritmo può essere accurato, ma non può assumersi questa responsabilità. Non può condividere il rischio. Non può accompagnare.

Numerosi studi mostrano che la fiducia è uno dei principali determinanti dell’aderenza terapeutica e della soddisfazione del paziente. Non si tratta di un fattore psicologico marginale, ma di una variabile che incide sugli esiti di cura. La fiducia agisce come un moltiplicatore invisibile, rende più efficaci le terapie, più tollerabili gli effetti collaterali, più sostenibile il percorso di cura. Però, la fiducia è messa alla prova da diversi fattori. La frammentazione dei percorsi di cura, il turnover dei professionisti, la mediazione tecnologica rendono più difficile costruire relazioni continuative. Il paziente incontra spesso molti medici, ciascuno per un frammento del percorso. In questo contesto, la fiducia non può più essere legata solo alla continuità personale. Deve trovare nuove forme. L’IA può contribuire a questo processo solo se viene integrata in modo trasparente. Quando il medico spiega come una tecnologia ha supportato una decisione, ne riconosce i limiti e ne assume la responsabilità finale, la fiducia può crescere. Quando invece la tecnologia viene usata come scudo o come autorità incontestabile, la fiducia si indebolisce. Il paziente non sa più a chi affidarsi: alla persona o al sistema.

Anche la dimensione comunicativa è fondamentale. La fiducia si costruisce nel modo in cui le informazioni vengono condivise. Dire la verità non significa riversare dati, ma aiutare a comprenderli. Con l’aumento delle informazioni disponibili, il rischio è che il paziente si senta sommerso. Il medico diventa allora un traduttore, qualcuno che trasforma numeri e probabilità in significati comprensibili. Questa mediazione è un atto di fiducia reciproca. La fiducia è fragile perché è bidirezionale. Anche il medico deve potersi fidare. Fidarsi del paziente quando racconta i sintomi, quando descrive l’aderenza alla terapia, quando esprime dubbi o resistenze. In un clima di sospetto o di medicina difensiva, questa fiducia reciproca si erode. L’IA, se mal utilizzata, può accentuare questo clima, trasformando ogni interazione in una verifica, ogni parola in un dato da controllare.

La fiducia è anche una questione di giustizia. Se i sistemi tecnologici producono decisioni percepite come opache o discriminatorie, la fiducia nelle istituzioni sanitarie diminuisce. Il paziente deve poter credere che la cura che riceve non dipenda da fattori invisibili o incomprensibili. La fiducia non riguarda solo il singolo medico, ma l’intero sistema. L’adozione dell’intelligenza artificiale in sanità allora deve essere accompagnata da trasparenza, equità e responsabilità, proprio per preservare la fiducia pubblica. Senza fiducia, anche le tecnologie più avanzate rischiano di essere rifiutate o utilizzate in modo distorto. La fiducia, per il medico, rappresenta una competenza spesso invisibile, ma cruciale. Non si insegna facilmente. Non si valuta con un esame. Eppure, è ciò che distingue una buona pratica clinica da una pratica solo corretta. La fiducia si costruisce nel tempo, attraverso coerenza, ascolto, presenza. L’IA può supportare il lavoro clinico, ma non può sostituire questo processo. Più la medicina diventa potente, più ha bisogno di fiducia. Quando le possibilità terapeutiche erano limitate, le aspettative erano più basse. Oggi, ogni decisione sembra carica di promesse e di rischi. Senza fiducia, questa complessità diventa insostenibile per il paziente. La fiducia funziona come un contenitore emotivo, che rende possibile affrontare scelte difficili.

Alla fine, la fiducia è davvero un farmaco invisibile. Non cura da sola, ma senza di essa la cura perde efficacia. Non elimina l’incertezza, ma la rende condivisibile. Non si prescrive, ma si costruisce. In una medicina attraversata dall’intelligenza artificiale, la fiducia non è un residuo del passato. È una necessità del presente. Se l’IA rappresenta una delle più grandi trasformazioni della medicina, la fiducia rappresenta il suo banco di prova. Non perché la tecnologia sia inaffidabile, ma perché la cura resta un atto umano. E finché la medicina sarà un incontro tra persone, la fiducia continuerà a essere uno dei suoi strumenti più potenti, anche se invisibili.