La fiducia come infrastruttura invisibile, perché senza fiducia non esiste cura
Tecnologie avanzate e algoritmi non bastano: la fiducia resta il fondamento silenzioso che rende possibile ogni decisione clinica e ogni relazione di cura.
Matteo Benevento
1/17/2025
La medicina appare più potente che mai. Dispone di tecnologie capaci di analizzare enormi quantità di dati, di prevedere scenari complessi, di supportare decisioni cliniche in tempi rapidissimi. Eppure, sotto questa superficie di efficienza, esiste una struttura fragile e spesso trascurata senza la quale nessuna cura è possibile. È la fiducia. Non come sentimento vago, ma come infrastruttura invisibile che sostiene ogni relazione di cura, ogni decisione condivisa, ogni accettazione della vulnerabilità.
La fiducia è sempre stata al centro della medicina, anche quando non veniva nominata. Il paziente si affida al medico perché riconosce in lui una competenza, ma anche perché percepisce un’intenzione di bene. Questa combinazione di sapere e cura ha permesso, per secoli, di accettare interventi invasivi, terapie rischiose, percorsi incerti. Nel 2025, questo equilibrio è messo alla prova. Non perché la fiducia non sia più necessaria, ma perché è più difficile da costruire e più facile da perdere. L’intelligenza artificiale introduce un nuovo attore nella relazione di cura. Un attore che non prova empatia, ma produce raccomandazioni. La fiducia, in questo contesto, si sposta. Il paziente non si chiede più solo se fidarsi del medico, ma anche del sistema che lo supporta. Da dove arrivano quei suggerimenti? Su quali dati si basano? Chi li ha progettati? Quando queste domande restano senza risposta, la fiducia si incrina, anche se la tecnologia funziona. Molte decisioni cliniche sono il risultato di processi opachi. Anche il medico, talvolta, non è in grado di spiegare fino in fondo perché un algoritmo abbia suggerito una certa opzione. Questo crea una tensione nuova. La fiducia tradizionale si basava sulla possibilità di spiegare, di rendere conto del proprio ragionamento. Quando il ragionamento diventa in parte inaccessibile, la fiducia deve poggiare su altri elementi. Trasparenza, onestà, riconoscimento dei limiti diventano ancora più cruciali. La fiducia non è cieca. Non coincide con l’obbedienza. È un atto razionale ed emotivo insieme. Il paziente è spesso informato, talvolta iperinformato. Confronta fonti, legge, discute. Questo non indebolisce la fiducia, ma la rende più esigente. Il medico non può più contare solo sull’autorità del ruolo. Deve costruire la fiducia attraverso il dialogo, la chiarezza, la disponibilità a spiegare e ad ascoltare. L’IA può rafforzare o indebolire questa fiducia. Quando viene utilizzata come supporto esplicito, integrato in una relazione chiara, può aumentare la percezione di competenza e sicurezza. Quando viene percepita come un’entità che decide al posto delle persone, può generare sospetto e distanza. La differenza non sta nella tecnologia, ma nel modo in cui viene presentata e governata. La fiducia è anche una questione sistemica. Le persone non si fidano solo dei singoli medici, ma dei sistemi sanitari nel loro insieme. Trasparenza sui dati, equità nell’accesso alle cure, gestione responsabile delle tecnologie incidono profondamente sulla disponibilità a fidarsi. Un sistema percepito come opaco o orientato a interessi diversi dal bene del paziente erode la fiducia, anche quando offre prestazioni di alto livello. La letteratura scientifica conferma che la fiducia è un determinante di salute. Studi pubblicati su BMJ e Health Affairs mostrano che livelli elevati di fiducia sono associati a una maggiore aderenza alle terapie, a migliori esiti clinici e a una riduzione dei conflitti. La fiducia non è un accessorio. È parte integrante della cura. Senza di essa, anche la migliore terapia rischia di fallire.
Nel rapporto medico-paziente, la fiducia si costruisce nel tempo, attraverso piccoli gesti. La coerenza tra parole e azioni. La capacità di ammettere un errore. Il rispetto dei tempi e delle emozioni del paziente. L’IA non può sostituire questi gesti. Può semmai renderli più necessari. In un contesto tecnologicamente complesso, il bisogno di ancoraggi umani aumenta. Per il medico, la fiducia è anche una responsabilità. Non si tratta solo di essere degni di fiducia, ma di non abusarne. La possibilità di influenzare le decisioni attraverso dati e raccomandazioni algoritmiche è enorme. Usare questa influenza senza riflessione etica può tradire la fiducia del paziente. La fiducia non autorizza a decidere al posto dell’altro. Autorizza a decidere con l’altro. C’è una dimensione formativa spesso sottovalutata. La fiducia non si insegna come una tecnica, ma si apprende attraverso l’esempio. I medici in formazione osservano come i loro tutor parlano ai pazienti, come gestiscono l’incertezza, come spiegano l’uso della tecnologia. In questi momenti si trasmette un’idea di cura che va oltre le linee guida. Nell’era dell’IA, questa trasmissione è ancora più importante. La fiducia riguarda anche il rapporto del medico con la tecnologia. Fidarsi ciecamente dell’algoritmo è pericoloso quanto diffidarne sistematicamente. La fiducia matura è critica. Riconosce il valore dello strumento senza rinunciare al giudizio. Questo atteggiamento si riflette nella relazione con il paziente. Un medico che mostra di interrogare la tecnologia trasmette un senso di responsabilità e di controllo che rafforza la fiducia. La fiducia è messa alla prova anche dallo spazio pubblico. Informazioni contrastanti, fake news, contenuti generati automaticamente rendono difficile orientarsi. In questo contesto, la figura del medico come riferimento affidabile acquista un valore enorme. Non perché offra certezze assolute, ma perché offre un metodo, una postura, una disponibilità al confronto. La fiducia nasce anche dalla coerenza tra ciò che si dice nello spazio pubblico e ciò che si fa nella pratica clinica. L’adozione di tecnologie avanzate deve essere accompagnata da strategie che rafforzino la fiducia delle persone, attraverso trasparenza, partecipazione e responsabilità. Senza fiducia, l’innovazione non si traduce in beneficio. La fiducia non può essere data per scontata. Va costruita, mantenuta, riparata quando si incrina. Questo richiede tempo, attenzione, umiltà. Richiede anche la capacità di riconoscere che la tecnologia, per quanto avanzata, non sostituisce il legame umano. Può supportarlo, ma non generarlo.
Alla fine, la fiducia è ciò che permette alla medicina di esistere come pratica umana. È ciò che consente a una persona di esporsi, di raccontare, di accettare un aiuto. Nell’era dell’intelligenza artificiale, la fiducia non scompare. Diventa più fragile e più preziosa. Proteggerla è una responsabilità condivisa, che riguarda medici, istituzioni, sviluppatori di tecnologie e cittadini. Senza fiducia non esiste cura. Con la fiducia, anche la tecnologia più complessa può diventare uno strumento di bene. Perché la cura non nasce dai dati, ma dalla relazione che li rende significativi.
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