La fine dell’esperto? Autorità e competenza nell’era dell’algoritmo
Quando il sapere perde la propria soglia, una società deve reimparare a riconoscere ciò che merita fiducia. Non restaurando vecchie gerarchie, ma costruendo nuove forme di responsabilità pubblica della conoscenza
Alfonso Benevento
7/5/2026
Nel 2017 Tom Nichols, docente di sicurezza nazionale allo US Naval War College, condensò in un titolo divenuto celebre — The Death of Expertise — un disagio diffuso: le società democratiche stavano smettendo di riconoscere la differenza tra un’opinione qualunque e un giudizio fondato su studio e competenza. La diagnosi di Nichols era prevalentemente culturale e politica: un populismo epistemico alimentato da eccesso di informazione, narcisismo digitale e sfiducia generalizzata nelle istituzioni. A quasi un decennio di distanza, la domanda resta valida ma chiede di essere riformulata. Il problema non è più soltanto se la società rispetti o meno l’esperto. È se l’ambiente in cui il sapere circola permetta ancora di riconoscerlo come tale.
La nostra epoca ha compiuto una conquista enorme: ha aperto l’accesso alla conoscenza. Ha portato fuori dai luoghi chiusi ciò che un tempo veniva ricevuto come autorità indiscutibile. Ha dato parola a chi restava ai margini dei circuiti riconosciuti. Questa apertura è parte della maturazione democratica del sapere e non va rimpianta. Ma ogni apertura, quando perde le proprie soglie, rischia di trasformarsi in esposizione. Il problema non è che molti parlino. Il problema è che tutto appare nello stesso spazio, e che quello spazio è governato da logiche che non hanno alcun rapporto con la qualità di ciò che ospitano.
Luciano Floridi ha descritto la nostra condizione come quella di organismi informazionali immersi in un’infosfera in cui la distinzione tra online e offline si dissolve. È una cornice utile per comprendere cosa accade all’esperto. Nel flusso digitale il sapere entra come contenuto fra contenuti: appare, scorre, compete per attenzione, viene accostato ad altro senza mediazione. Non conta soltanto ciò che una parola porta con sé; conta la forza con cui riesce a imporsi nell’economia dell’attenzione. L’algoritmo non decide chi sa. Decide chi appare. Questa distinzione è cruciale: l’algoritmo organizza lo spazio dell’apparizione, non quello del valore. Può rendere pubblico un sapere, ma può anche privarlo della sua differenza, mettendo una competenza disciplinare nella stessa fila della semplificazione più efficace. Il problema, come ha mostrato Cass Sunstein in #Republic, non è solo di appiattimento ma anche di frammentazione: quando l’algoritmo personalizza il flusso informativo, ciascuno finisce per abitare una nicchia che si autoconferma, e la voce dell’esperto, anziché raggiungere chi ne ha più bisogno, circola solo tra chi già la condivide.
Un esempio concreto aiuta a misurare la portata del problema. Nel 2020, nel pieno della pandemia, piattaforme come YouTube e TikTok restituivano, a chi cercava informazioni sul virus, un mosaico in cui la conferenza stampa dell’Istituto Superiore di Sanità conviveva con il video di un sedicente esperto che proponeva cure improbabili. L’algoritmo non mentiva: semplicemente organizzava i contenuti secondo la metrica del coinvolgimento, non della fondatezza. Analogamente, il dibattito sul cambiamento climatico ha visto per anni i rapporti dell’IPCC equiparati, nell’architettura delle piattaforme, ai blog di singoli negazionisti con nessuna pubblicazione peer-reviewed alle spalle. Il sapere, consegnato a questo flusso, non diventa falso. Diventa meno riconoscibile.
Da qui nasce una crisi che non riguarda soltanto l’informazione, ma la struttura stessa della convivenza. Niklas Luhmann ha mostrato come le società moderne funzionino grazie a un meccanismo di fiducia sistemica: ci affidiamo quotidianamente a competenze che non possediamo, dalla diagnosi medica alla perizia ingegneristica, dalla valutazione economica all’interpretazione giuridica. Questa fiducia non è cieca: è sostenuta da istituzioni, procedure, linguaggi condivisi, percorsi di legittimazione. Quando il tessuto che la sostiene si lacera, la realtà non diventa più chiara: diventa più rumorosa.
La sfiducia assoluta non produce autonomia. Produce quello che si potrebbe chiamare solitudine cognitiva: chi non riconosce più alcuna soglia finisce spesso per affidarsi alla prima parola che rassicura, alla spiegazione che arriva prima, alla certezza che assomiglia alle proprie paure. La diffidenza verso tutto, alla fine, non genera pensiero critico — genera soltanto un’altra forma di dipendenza, meno consapevole della precedente. Le campagne antivaccinali degli ultimi anni, la proliferazione di teorie complottiste sulla crisi climatica, la fortuna di presunti guru finanziari sui social media sono tutti episodi in cui la sfiducia verso il sapere istituzionale non ha prodotto cittadini più autonomi, ma consumatori più esposti a forme di autorità meno trasparenti e meno verificabili.
Qui si comprende perché la crisi dell’esperto sia anche, e forse soprattutto, una crisi pedagogica. John Dewey aveva intuito, già nei primi decenni del Novecento, che democrazia e educazione sono inseparabili: una società democratica non può funzionare se i suoi membri non sono formati alla capacità di giudizio. Paulo Freire ha radicalizzato questa intuizione mostrando che educare non significa trasferire contenuti in un recipiente passivo, ma formare soggetti capaci di leggere criticamente la realtà in cui sono immersi. Nell’ambiente algoritmico, questa lezione acquista un’urgenza nuova. Freire parlava di una pedagogia degli oppressi in un contesto di analfabetismo e dominazione politica esplicita; l’oppressione cognitiva dell’ambiente algoritmico è più sottile ma non meno insidiosa: non nega l’accesso all’informazione, lo satura, rendendo più difficile distinguere ciò che libera da ciò che manipola. La «coscientizzazione» di cui parlava Freire — il passaggio da una ricezione passiva a una lettura critica della realtà — è oggi il compito più urgente di qualunque progetto educativo che voglia fare i conti con l’infosfera.
Educare non significa aggiungere informazioni a informazioni. Significa formare la capacità di riconoscere il valore di ciò che si incontra. Una persona istruita non è soltanto una persona informata: è una persona capace di sostare davanti a una questione senza consumarla subito, che sa che comprendere richiede disciplina e che il dubbio non è il contrario del sapere ma una delle sue condizioni più serie. L’ambiente algoritmico riduce questo intervallo. Accorcia la distanza tra domanda e risposta. Trasforma la presenza in pressione. Chiede di reagire prima che il pensiero abbia trovato forma. In questo clima, il compito educativo non può limitarsi all’uso degli strumenti: deve custodire il tempo del giudizio, insegnando che non tutto ciò che appare merita lo stesso ascolto e che una risposta può essere brillante e povera, oppure prudente e fondata. Un caso esemplare è quello dei deepfake medici: nel 2023, video generati con intelligenza artificiale hanno diffuso sui social media falsi messaggi attribuiti a cardiologi e oncologi, promuovendo cure inesistenti con un grado di verosimiglianza che ha ingannato migliaia di utenti. Chi non è stato educato a distinguere la fonte dalla forma — chi non sa che un camice bianco in un video non equivale a una pubblicazione peer-reviewed — non ha strumenti per resistere. Il problema non è tecnologico: è pedagogico.
È in questo contesto che la figura dell’esperto torna a essere necessaria, ma non come figura da restaurare. Il sapere istituzionale ha conosciuto chiusure e presunzioni: ha talvolta confuso il ruolo con l’autorevolezza, ha usato linguaggi respingenti, ha dimenticato che la conoscenza, quando entra nella vita pubblica, deve anche saper rispondere di sé. Pierre Bourdieu ha descritto con precisione il rischio dell’homo academicus: un sapere che si autocelebra dentro le proprie mura e perde contatto con la società che dovrebbe servire. Max Weber, d’altra parte, ha distinto l’autorità — che può essere attribuita da un ruolo — dall’autorevolezza, che si guadagna soltanto nel modo in cui una parola regge alla domanda, al dissenso, alla prova pubblica.
L’esperto, nella sua forma migliore, non possiede il mondo meglio degli altri: risponde del modo in cui lo interpreta. Un titolo può indicare una storia; un ruolo può segnalare una responsabilità. Ma nessuno dei due basta se non diventa forma visibile di un metodo. La competenza autentica si riconosce dal percorso che porta con sé: una parola competente può mostrare da dove viene, quale prova ha attraversato, quale limite accetta. Non teme la verifica, perché sa che proprio lì si misura la sua serietà. Il sapere che resta chiuso nella propria cittadella perde forza civile; il sapere che si consegna interamente alla logica dell’attenzione si svuota dall’interno. La via più difficile — e la sola praticabile — è entrare nello spazio comune senza farsi ridurre a contenuto: rendere pubblico il sapere senza renderlo spettacolo.
Da qui passa anche il compito dell’università. L’università non è soltanto il luogo della specializzazione: è uno dei luoghi in cui una società impara che conoscere significa attraversare una soglia. Non basta incontrare un’informazione; bisogna imparare a trattarla, interrogarla, verificarla, collocarla. Quando l’università custodisce questa funzione, diventa presidio civile. Quando la dimentica — quando insegue metriche di visibilità, quando riduce la formazione a trasferimento di competenze operative, quando rinuncia alla lentezza necessaria del pensiero — diventa apparato. La corsa alla bibliometria ne è un sintomo eloquente: quando il valore di un ricercatore si misura in h-index e impact factor, quando la pressione al «publish or perish» spinge a moltiplicare pubblicazioni marginali piuttosto che a coltivare pensiero originale, l’università finisce per applicare a sé stessa la logica della visibilità che dovrebbe insegnare a decostruire. Non è un caso che le riviste predatorie — quelle che pubblicano qualunque cosa in cambio di un pagamento, senza reale peer review — proliferino proprio in questo clima: sono il prodotto di un sistema accademico che ha confuso la quantità di apparizioni con la qualità del sapere. Il suo compito più alto non è difendere il proprio prestigio: è mostrare che una conoscenza non nasce dall’urgenza di apparire ma dalla pazienza di comprendere, che il metodo non è una gabbia ma una responsabilità, che il limite non impoverisce il pensiero ma lo salva dall’arbitrio.
Lo stesso vale per ogni competenza che entri nella società. Il medico, il ricercatore, il docente, il giornalista, il magistrato non sono autorevoli perché occupano una posizione. Lo diventano quando il loro sapere si lascia riconoscere come servizio alla realtà. Hannah Arendt ha scritto che la menzogna politica moderna non punta a far credere qualcosa di falso: punta a distruggere il senso stesso della distinzione tra vero e falso. L’erosione dell’autorevolezza dell’esperto partecipa di questa stessa dinamica: quando ogni voce vale solo per la forza con cui riesce a imporsi, non è il singolo esperto a perdere credito — è la società intera che perde la capacità di orientarsi.
Nelle relazioni aumentate, l’autorevolezza non è più garantita in partenza. Si costruisce nel tempo, nel modo in cui una parola affronta il dissenso, riconosce il proprio limite, espone le proprie ragioni senza farsi travolgere dalla velocità del flusso. L’ambiente è aumentato, ma la fiducia resta un’esperienza umana. Nessun algoritmo può sostituire il lavoro attraverso cui una comunità impara a riconoscere ciò che merita ascolto.
La domanda, allora, non è se l’esperto stia finendo. È se una società possa vivere senza soglie di riconoscimento. Può sopportare il conflitto delle interpretazioni, la critica severa dell’autorità, la revisione dei propri riferimenti. Fatica invece a sopravvivere quando la qualità di una parola conta meno della sua visibilità. La crisi dell’esperto chiede una nuova cultura dell’autorevolezza: sobria, esposta, responsabile. Capace di stare nello spazio pubblico senza arroccarsi e senza dissolversi. Capace di comprendere che la fiducia non si pretende, ma si costruisce attraverso la qualità della presenza. La posta in gioco non è il prestigio di chi sa. È la possibilità di riconoscere il sapere quando appare nel flusso. Da questa possibilità dipende una parte decisiva del nostro futuro pubblico.
Nichols aveva ragione a suonare l’allarme. Ma l’esperto non è morto: è la soglia che lo rendeva riconoscibile a essersi abbassata. Ricostruirla non è un compito nostalgico. È la condizione perché il sapere torni a essere forza civile, e non soltanto un contenuto fra contenuti.
Bibliografia essenziale
● Hannah Arendt, Verità e politica, in Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991.
● Pierre Bourdieu, Homo academicus, Dedalo, Bari 2013.
● John Dewey, Democrazia e educazione, Anicia, Roma 2018.
● Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano 2017.
● Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, EGA, Torino 2011.
● Niklas Luhmann, La fiducia, il Mulino, Bologna 2002.
● Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, LUISS University Press, Roma 2018.
● Cass R. Sunstein, #Republic. La democrazia nell’epoca dei social media, il Mulino, Bologna 2017.
● Max Weber, Economia e società, Donzelli, Roma 2003.
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