La Maturità dell’uomo davanti all’intelligenza artificiale

La prima prova non chiede di descrivere le macchine, ma di capire che cosa l’uomo deve custodire per restare umano.

Alfonso Benevento

6/16/2026

a person holding a black umbrella
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Ogni anno, quando si avvicina la Maturità, si cerca la traccia da indovinare. È un rito comprensibile, quasi inevitabile. Si inseguono anniversari, autori, ricorrenze, parole dell’attualità, temi ricorrenti nel dibattito pubblico. Si prova a prevedere ciò che il Ministero potrebbe proporre, come se la prima prova fosse soprattutto un esercizio di anticipazione. Ma la Maturità, quando è presa sul serio, non chiede agli studenti di indovinare il presente. Chiede di attraversarlo. E il presente che oggi attraversiamo non è semplicemente tecnologico. È antropologico. L’intelligenza artificiale (IA) non è soltanto un nuovo argomento possibile per la prima prova. È il segno di una domanda più profonda: che cosa resta del pensiero umano quando una macchina può produrre risposte corrette prima ancora che noi impariamo a formulare domande vere? Per questo sarebbe riduttivo prepararsi a un eventuale tema sull’intelligenza artificiale come se si trattasse di conoscere chatbot, algoritmi, modelli linguistici, software generativi, applicazioni digitali. La prima prova di italiano non misura la competenza informatica. Non chiede di descrivere una macchina. Non premia chi sa enumerare strumenti. Misura qualcosa di più radicale: la capacità di comprendere un testo, costruire un ragionamento, ordinare un pensiero, assumere un punto di vista, collegare il presente alla storia, alla letteratura, alla società, alla responsabilità personale. Se dunque una traccia dovesse riguardare l’intelligenza artificiale o le tecnologie digitali, il tema vero non sarebbe la macchina. Sarebbe l’uomo davanti alla macchina. Questa è la questione che gli studenti dovrebbero comprendere prima ancora di scrivere. La tecnologia non entra nella Maturità come moda. Entra come domanda sull’uomo. Entra perché modifica il modo in cui conosciamo, comunichiamo, ci rappresentiamo, lavoriamo, ricordiamo, verifichiamo, decidiamo. Entra perché non è più soltanto uno strumento esterno alla vita, ma un ambiente dentro cui la vita prende forma.

Negli ultimi anni le tracce della prima prova hanno mostrato una traiettoria chiara. Il digitale non è stato trattato come semplice novità tecnica, ma come soglia culturale. La reputazione online, la cittadinanza digitale, l’iperconnessione, il tempo dell’attesa nell’epoca della messaggistica istantanea, la rappresentazione di sé nei profili e nei diari digitali, il rapporto tra uomo e macchina, la tecnosfera, la parola pubblica, l’indignazione, il rispetto, l’ambiente: non sono frammenti separati. Sono i capitoli di una stessa domanda. Chi diventa l’uomo quando cambia l’ambiente in cui pensa, parla, scrive, si espone, si informa, lavora, entra in relazione con gli altri? Questa è la vera traccia. Il digitale non è più un “altrove”. Non è più il mondo virtuale contrapposto alla vita reale. È vita reale mediata da piattaforme, dispositivi, profili, immagini, dati, algoritmi, archivi, sistemi automatici. Siamo digitali quando comunichiamo, quando studiamo, quando cerchiamo una notizia, quando costruiamo la nostra immagine pubblica, quando lasciamo una traccia, quando partecipiamo a una conversazione, quando lavoriamo, quando scegliamo, quando veniamo valutati. La tecnologia non è più soltanto qualcosa che usiamo. È qualcosa dentro cui abitiamo. L’intelligenza artificiale radicalizza questa condizione. Non sostituisce il tema del digitale. Lo raccoglie, lo accelera, lo porta nel cuore stesso dell’esperienza umana. I social hanno cambiato il modo in cui ci rappresentiamo. Le piattaforme hanno modificato il modo in cui comunichiamo. La rete ha trasformato il rapporto con le informazioni. L’intelligenza artificiale porta tutto questo dentro il pensiero, la scrittura, la decisione, la produzione dei contenuti, la scuola, il lavoro, la cittadinanza. Per questo l’IA non è semplicemente una tecnologia in più. È il punto in cui il digitale entra nella mente. Riguarda l’identità, perché può generare testi, immagini, profili, rappresentazioni di sé. Riguarda la parola, perché può produrre contenuti in pochi secondi. Riguarda la verità, perché rende più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è soltanto plausibile. Riguarda la scuola, perché modifica il rapporto tra studio, fatica, ricerca e risultato. Riguarda il lavoro, perché trasforma competenze, professioni, tempi e responsabilità. Riguarda la democrazia, perché testi, immagini, video e voci artificiali possono influenzare l’opinione pubblica. Riguarda l’ambiente, perché anche il digitale ha infrastrutture, consumi, energia, costi materiali. Una eventuale traccia sull’intelligenza artificiale non chiederebbe dunque agli studenti di raccontare il funzionamento di una macchina, ma di interrogare il destino dell’uomo dentro una civiltà in cui le macchine producono linguaggio, simulano creatività, organizzano informazioni, suggeriscono decisioni, generano risposte.

La domanda decisiva non è: che cosa può fare l’IA? La domanda decisiva è: che cosa rischia di non fare più l’uomo se delega troppo all’IA? Questa è la soglia educativa del nostro tempo. Davanti all’intelligenza artificiale esistono due errori opposti e ugualmente poveri. Il primo è l’entusiasmo ingenuo. Pensare che l’IA risolva tutto, renda più facile ogni apprendimento, più veloce ogni lavoro, più efficace ogni comunicazione, più immediata ogni produzione. È la retorica della scorciatoia: meno fatica, più risultato; meno tempo, più efficienza; meno studio, più prestazione. Ma ogni tecnologia potente non porta soltanto possibilità. Porta anche dipendenze, asimmetrie, fragilità, responsabilità. Il secondo errore è la paura generica. Pensare che l’IA distrugga inevitabilmente la scuola, il lavoro, la creatività, la relazione, la scrittura. Anche questa è una visione povera. L’allarme, da solo, non produce pensiero. Spaventa, semplifica, irrigidisce. Ma non educa. La posizione matura è un’altra. L’intelligenza artificiale può aiutare l’uomo a pensare meglio. Diventa pericolosa quando lo abitua a pensare meno. Questa potrebbe essere una delle tesi più forti per qualunque studente chiamato a scrivere di IA. Non la macchina come salvezza. Non la macchina come rovina. Ma la macchina come prova del nostro rapporto con il pensiero. L’IA può aiutare uno studente a chiarire un concetto, ordinare appunti, confrontare idee, approfondire una domanda, individuare connessioni. Può essere uno strumento potente, se resta dentro un percorso di comprensione. Ma può anche permettere di evitare la fatica che rende la conoscenza davvero propria. Può generare un testo corretto, ma non un pensiero personale. Può produrre una sintesi efficace, ma non sostituire il cammino attraverso cui una persona capisce. La scuola, allora, non deve limitarsi a proibire l’intelligenza artificiale. E non deve neppure rincorrerla con entusiasmo superficiale. Deve fare qualcosa di più difficile: insegnare agli studenti a non diventare minori davanti agli strumenti che usano. Non diventare minori significa non rinunciare al giudizio, alla verifica, alla parola personale, alla responsabilità. Significa usare una macchina senza lasciarle occupare il posto della coscienza. Significa accettare l’aiuto senza consegnare l’autonomia. Significa comprendere che una risposta può arrivare da fuori, ma la comprensione deve accadere dentro. Nel tempo dell’IA, essere maturi non significa sapere più cose. Significa sapere quali parti del pensiero, della parola e della responsabilità non si possono delegare. Pensare è un esercizio. Scrivere è un esercizio. Verificare è un esercizio. Attendere è un esercizio. Argomentare è un esercizio. Anche scegliere una parola è un esercizio. Se deleghiamo sempre questi gesti, non perdiamo soltanto competenze tecniche. Rischiamo di perdere abitudini interiori. È qui che la Maturità acquista un significato nuovo. Non è soltanto la prova conclusiva di un percorso scolastico. È una soglia simbolica. Chiede allo studente non solo di dimostrare ciò che sa, ma di mostrare come pensa. Non solo di produrre un testo, ma di assumersi la responsabilità di un pensiero. Non solo di citare autori, ma di costruire un rapporto personale tra cultura e presente. Una macchina può produrre frasi corrette. Ma non può vivere il travaglio di una scelta. Non può sentire il peso morale di una parola. Non può trasformare la conoscenza in coscienza. Questo vale soprattutto per la verità. In un mondo in cui testi, immagini, video e voci possono essere generati con estrema facilità, il problema non è più soltanto la fake news grossolana. Il problema è il verosimile. Ciò che sembra vero. Ciò che appare credibile. Ciò che è ben costruito. Ciò che persuade proprio perché somiglia alla verità. Credibile non significa vero. Questa distinzione dovrebbe diventare una delle competenze decisive della cittadinanza contemporanea. La cittadinanza digitale non consiste soltanto nel saper usare dispositivi e piattaforme. Consiste nel saper distinguere, verificare, controllare le fonti, non reagire prima di comprendere, non confondere la velocità della risposta con la solidità del giudizio. In questo senso, la scuola è il primo laboratorio della democrazia. Ciò che accade davanti a una consegna, a una fonte, a una parola da scegliere, riguarda anche la vita pubblica. Uno studente che impara a verificare una fonte non sta soltanto preparando una prova. Sta esercitando una forma di cittadinanza. Uno studente che impara ad argomentare senza aggredire, a dubitare senza distruggere, a prendere posizione senza rinunciare alla complessità, sta imparando qualcosa che riguarda la democrazia. Lo stesso vale per la parola. L’intelligenza artificiale può suggerire la forma, ma non può assumersi il peso morale del contenuto. Può aiutare a scrivere meglio, ma non può decidere per noi che cosa meriti di essere detto. Può generare un testo, ma non può assumersi la responsabilità della sua presenza nel mondo. Una parola può chiarire o confondere, curare o ferire, unire o distruggere. Anche se un testo è stato aiutato da una macchina, la responsabilità resta umana. Ogni parola, quando entra nel mondo, porta una firma morale. Per questo scrivere non significa soltanto riempire una pagina. Significa assumersi la responsabilità di un punto di vista. Qui la letteratura non è ornamento. È orientamento. Dante può ricordare che ogni conoscenza è anche un viaggio morale, una scelta tra smarrimento e direzione. Pirandello mostra la fragilità dell’identità e il rapporto inquieto tra uomo e macchina. Calvino aiuta a pensare leggerezza, esattezza e complessità in un mondo attraversato da sistemi e linguaggi. Eco resta decisivo per comprendere segni, interpretazione, media e manipolazione. Pasolini illumina il rischio dell’omologazione, Leopardi riporta il progresso al confronto con il limite, Arendt richiama il giudizio e la responsabilità nella vita pubblica, Anders avverte la sproporzione tra potenza tecnica e capacità morale. Questi riferimenti non servono a fare bella figura. Servono a non restare prigionieri dell’attualità. Una traccia sulla tecnologia non chiede semplicemente di commentare il presente. Chiede di dargli profondità. Il punto, allora, non è inserire citazioni. È costruire una genealogia del problema. Capire che l’intelligenza artificiale non inaugura dal nulla la questione dell’uomo davanti alla tecnica, ma la porta a una soglia nuova. L’uomo ha sempre costruito strumenti. Ma oggi costruisce strumenti che producono linguaggio, simulano pensiero, suggeriscono decisioni e sembrano restituirgli una versione semplificata della propria intelligenza. Qui la domanda educativa diventa più severa. Che cosa accade a uno studente se confonde il testo generato con il pensiero conquistato? Che cosa accade alla scuola se scambia la rapidità della produzione con la profondità della formazione? Che cosa accade alla cittadinanza se la parola pubblica diventa sempre più veloce, plausibile, automatica, emotiva, ma sempre meno verificata, meditata, responsabile? Non sono domande tecniche. Sono domande civili. Sono domande sulla qualità dell’uomo che stiamo formando. Anche la relazione viene toccata da questa trasformazione. Possiamo dialogare con sistemi artificiali, ricevere risposte, spiegazioni, consigli, simulazioni di ascolto. Ma una relazione umana non è soltanto uno scambio di messaggi. L’altro essere umano non è programmato per assecondarci. Può contraddirci, sorprenderci, deluderci, chiederci di cambiare. Proprio per questo può educarci. Una macchina può rispondere bene. Una persona può cambiarci la vita. Se una traccia dovesse toccare intelligenza artificiale, digitale o tecnologia, uno studente dovrebbe dunque chiedersi: qual è la questione umana nascosta dentro questo tema? È l’identità? È la verità? È la parola? È la scuola? È il lavoro? È la relazione? È il rapporto tra progresso e limite? È l’ambiente? È la democrazia? Questa è la vera preparazione. Non indovinare la traccia, ma riconoscere la domanda profonda che la traccia contiene. La Maturità non chiede di prevedere il futuro. Chiede di saper leggere il presente. E il presente ci dice che la tecnologia non è più soltanto uno strumento. È un ambiente. Per questo non basta utilizzarla. Bisogna comprenderla, governarla, abitarla con responsabilità.

Se il tema sarà l’intelligenza artificiale, non bisognerà scrivere soltanto di software, algoritmi o macchine. Bisognerà scrivere dell’uomo. Dell’uomo che può essere aiutato, ma anche reso più fragile. Dell’uomo che può imparare meglio, ma anche delegare troppo. Dell’uomo che può comunicare di più, ma non necessariamente incontrare meglio. Dell’uomo che può avere più risposte, ma non per questo domande più profonde. Una buona prova scritta nascerà da qui: dalla capacità di mostrare che la tecnologia non è mai neutra quando entra nella vita, nella scuola, nella parola, nella democrazia, nella relazione. La domanda decisiva, allora, non sarà se l’intelligenza artificiale entrerà nella Maturità. È già entrata nel nostro modo di scrivere, cercare, studiare, dubitare, decidere. La domanda decisiva sarà un’altra. Che cosa vogliamo che uno studente continui a fare da uomo, quando una macchina può già fare molte cose al suo posto? La Maturità non dovrà chiedere agli studenti che cosa può fare l’intelligenza artificiale. Dovrà chiedere che cosa l’uomo non deve smettere di pensare, scegliere e custodire per restare umano.

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