La medicina che resta: ciò che l’intelligenza artificiale può sostenere ma non sostituire
Matteo Benevento
11/15/2024
L’intelligenza artificiale (IA) ha ampliato in modo significativo le possibilità della medicina. Analizza, confronta, prevede, suggerisce. In molti contesti migliora l’accuratezza e riduce gli errori. Eppure, proprio mentre le sue capacità crescono, diventa sempre più chiaro che esiste una soglia che non può essere oltrepassata, non tecnica, ma umana. La cura, nel suo significato più profondo, non è delegabile. Curare non significa solo prendere decisioni corrette. Significa assumersi la responsabilità di quelle decisioni nel tempo, davanti a una persona concreta. L’IA può indicare una strada, ma non può percorrerla al posto del medico. Non può sostenere il peso di una scelta difficile, né condividere l’incertezza che la accompagna. In medicina, la decisione non è mai solo un atto cognitivo. È un atto relazionale. Nel lavoro clinico, questo diventa evidente nei momenti di confine. Quando le opzioni sono equivalenti, quando i benefici sono marginali, quando il rischio di fare e quello di non fare si equivalgono. In questi casi, nessun algoritmo può stabilire cosa sia giusto. Può offrire scenari, ma non può attribuire valore. La cura nasce proprio lì, dove la tecnica si ferma e inizia il giudizio. L’intelligenza artificiale non conosce il contesto emotivo in cui una decisione viene presa. Non percepisce la paura, la speranza, la stanchezza, la resilienza di una persona. Può modellizzare variabili, ma non può abitare la relazione. E senza relazione, la cura perde la sua dimensione trasformativa. Diventa intervento, non accompagnamento.
Nel rapporto con il paziente, ciò che non è delegabile emerge nella fiducia. La fiducia non si costruisce con la precisione dei dati, ma con la presenza. Con la capacità di spiegare, di ascoltare, di restare. Anche la migliore raccomandazione perde valore se non è sostenuta da una relazione che la renda comprensibile e accettabile. L’IA non costruisce fiducia, la supporta, al massimo, indirettamente. Crescere professionalmente in un’epoca di strumenti potenti può indurre a confondere competenza con accesso alla tecnologia. Ma la competenza clinica non coincide con la capacità di usare un sistema. Coincide con la capacità di decidere se e quando usarlo oppure no. Di integrare senza delegare. Di mantenere la responsabilità anche quando il supporto è forte, poiché la dimensione etica attraversa tutta la pratica clinica. Delegare completamente significa rinunciare a una parte della propria responsabilità morale. Anche quando una decisione è suggerita da un algoritmo, è il medico che la rende reale applicandola a una persona. Questo passaggio non può essere automatizzato. È qui che la medicina resta una professione e non diventa una procedura. La non delegabilità della cura riguarda anche il tempo. Restare accanto a qualcuno, spiegare più volte, accettare l’incertezza richiede tempo non comprimibile. L’IA può velocizzare molti processi, ma non può sostituire questo tempo. Quando il tempo della relazione viene sacrificato in nome dell’efficienza, la cura si impoverisce, anche se i risultati tecnici migliorano.
L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, ma non neutro. Amplifica ciò che trova. Se trova una medicina orientata alla relazione, la può sostenere. Se trova una medicina orientata solo alla prestazione, la può irrigidire. La differenza non la fa la tecnologia, ma la cultura clinica in cui viene inserita. La cura non è delegabile perché implica responsabilità, presenza, scelta, limite. Implica anche la capacità di stare con ciò che non si risolve. L’IA non sa stare. Sa calcolare, proporre, ottimizzare. Ma non sa accompagnare. Questo non è un difetto. È il suo statuto. Confondere i piani significa attribuirle un ruolo che non può avere. La maturità della medicina nell’era dell’intelligenza artificiale non si misurerà dalla quantità di decisioni automatizzate, ma dalla capacità di riconoscere ciò che deve restare umano. Non per nostalgia, ma per responsabilità. Non per rifiuto della tecnologia, ma per un suo uso giusto. Curare, alla fine, significa esporsi. Mettere la propria competenza, il proprio giudizio e la propria presenza al servizio di qualcuno. Nessun algoritmo può sostituire questo gesto. Può accompagnarlo, sostenerlo, rafforzarlo. Ma non prenderne il posto. Ed è forse qui che la medicina conserva il suo nucleo più resistente al tempo, nella scelta quotidiana di non delegare ciò che definisce davvero la cura. Anche quando la tecnologia sembra rendere possibile farlo.
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