La medicina può essere empatica in un mondo iper-tecnologico?

Schermi, algoritmi e procedure ridisegnano la pratica clinica, ma l’empatia non scompare: diventa una competenza ancora più necessaria e consapevole.

Matteo Benevento

9/10/2025

grayscale photo of man and woman holding their hands
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Nella società contemporanea parlare di empatia in medicina sembra, a volte, un esercizio nostalgico. I contesti di cura sono sempre più mediati da schermi, dati, algoritmi. Il tempo è poco, le richieste sono molte, le procedure numerose. In questo scenario iper-tecnologico, l’empatia rischia di apparire come qualcosa di accessorio, una qualità auspicabile ma non essenziale. Eppure, proprio mentre la tecnologia cresce, la domanda sull’empatia diventa più urgente. La medicina può essere empatica in un mondo che sembra andare nella direzione opposta? Eppure l’empatia, in medicina, non è un sentimento generico di gentilezza. È una competenza clinica. Significa comprendere l’esperienza del paziente, riconoscere il suo punto di vista, comunicare in modo che l’altro si senta visto e ascoltato. Numerosi studi dimostrano che l’empatia influisce sugli esiti di cura, sull’aderenza terapeutica, sulla soddisfazione del paziente e persino sulla riduzione degli errori. Non è un’aggiunta umanistica a una medicina vera, ma una parte integrante della pratica clinica.

Nell’attuale mondo iper-tecnologico, però, l’empatia deve confrontarsi con nuovi ostacoli. La presenza costante di dispositivi digitali modifica la postura del medico. Lo sguardo si sposta spesso dal paziente allo schermo, dalla narrazione alla cartella elettronica, dalla relazione al dato. Non è una scelta consapevole, ma l’effetto cumulativo di sistemi progettati per raccogliere informazioni, tracciare processi, ottimizzare flussi. In questo contesto, l’empatia rischia di essere compressa non per mancanza di volontà, ma per mancanza di spazio. L’intelligenza artificiale (IA) accentua questa dinamica. Da un lato, promette di semplificare il lavoro clinico, di ridurre il carico cognitivo, di liberare tempo. Dall’altro, introduce una mediazione ulteriore tra medico e paziente. Le decisioni sono sempre più supportate da sistemi complessi, difficili da spiegare, che parlano il linguaggio delle probabilità. Il rischio è che la comunicazione si appiattisca su formule standardizzate, perdendo la capacità di adattarsi alla singolarità dell’altro. Eppure, l’empatia non è incompatibile con la tecnologia. Al contrario, può diventare più necessaria. Quando una decisione è guidata da un algoritmo, il paziente ha bisogno di qualcuno che la renda comprensibile. Quando una diagnosi è il risultato di un modello predittivo, il paziente ha bisogno di qualcuno che lo accompagni nel confronto con l’incertezza. L’IA può fornire informazioni, ma non può sostenere emotivamente una persona che riceve una notizia difficile.

La letteratura scientifica è chiara su questo punto. Studi pubblicati sul Journal of General Internal Medicine e su The Lancet mostrano che la percezione di empatia da parte del medico migliora la fiducia e la collaborazione del paziente, anche in contesti altamente tecnologizzati. L’empatia non richiede necessariamente più tempo, ma una diversa qualità della presenza. A volte basta riconoscere un’emozione, nominare una paura, fare spazio a una domanda. La sfida contemporanea è che l’empatia non può più essere lasciata alla spontaneità individuale. Deve essere sostenuta dal sistema. Se l’organizzazione del lavoro non prevede spazi di relazione, se le tecnologie sono progettate solo per raccogliere dati e non per facilitare il dialogo, anche il medico più motivato farà fatica a essere empatico. In questo senso, l’empatia diventa una responsabilità collettiva, non solo una virtù personale. Il tema dell’empatia riguarda anche la formazione. Molti studenti di medicina entrano nel percorso con un forte desiderio di aiutare le persone. Nel tempo, però, questo desiderio può essere eroso dalla pressione, dalla burocrazia, dalla centralità crescente degli strumenti tecnologici. L’empatia non scompare, ma viene messa tra parentesi. L’IA rischia di accelerare questo processo se viene presentata solo come strumento di efficienza, e non anche come occasione per ripensare il senso della cura. Paradossalmente, proprio la presenza dell’IA può rendere l’empatia più visibile. Quando una macchina fornisce una risposta rapida e precisa, ciò che distingue il medico non è più la capacità di ricordare informazioni, ma la capacità di stare nella relazione. L’empatia diventa una competenza distintiva, non sostituibile. Non perché la tecnologia sia “fredda”, ma perché non può condividere l’esperienza emotiva della malattia. Alcuni sistemi di intelligenza artificiale cercano di simulare l’empatia, modulando il linguaggio, riconoscendo segnali emotivi, adattando le risposte. Questi strumenti possono essere utili per migliorare la comunicazione, soprattutto in contesti di educazione sanitaria o di supporto. Ma simulare non significa provare. Il rischio è confondere una risposta ben formulata con una presenza autentica. L’empatia non è solo ciò che si dice, ma come e perché lo si dice. Anche le principali istituzioni sanitarie internazionali sottolineano l’importanza di preservare questa dimensione. Ad esempio lOrganizzazione Mondiale della Sanità evidenzia che l’adozione dell’intelligenza artificiale in sanità deve rafforzare la centralità della persona, non ridurla a un insieme di dati. Questo significa progettare tecnologie che supportino la relazione, non che la sostituiscano.

Nella società contemporanea, iper-tecnologizzata, l’empatia cambia forma. Non è più solo il gesto spontaneo del singolo medico, ma una competenza che deve essere coltivata, difesa, resa possibile. Richiede consapevolezza dei propri limiti, capacità di ascolto, attenzione al linguaggio. Sollecita anche il coraggio di rallentare, almeno per un momento, in un sistema che spinge costantemente verso l’accelerazione. Alla fine, chiedersi se la medicina possa essere empatica in un mondo iper-tecnologico significa interrogarsi su che tipo di medicina vogliamo costruire. La tecnologia può migliorare la precisione, l’efficienza, la sicurezza. Ma senza empatia rischia di diventare distante, impersonale, difficile da abitare per chi soffre. L’empatia non è un ostacolo al progresso. È ciò che permette al progresso di restare umano. Oggi, forse, l’empatia non è ciò che resta quando la tecnologia si ferma, ma ciò che deve accompagnarla in ogni passo. Perché la medicina non è solo un insieme di decisioni corrette, ma una pratica che si misura anche dalla capacità di riconoscere l’altro come persona. E questo, nessun algoritmo può farlo al posto del medico.