La memoria che non dimentica più
Un archivio indifferente non è più equo di una memoria selettiva. È soltanto più cieco
di Alfonso Benevento
9/6/2026
C'è chi, senza volerlo, riapre una vecchia cartella di foto e si ritrova davanti al viso di chi non c'è più, con la stessa nitidezza dell'ultimo giorno in cui l'ha visto vivo. E c'è chi, cercando lavoro a trent'anni, viene scartato perché un algoritmo di selezione ha recuperato in pochi secondi un post che aveva scritto, e dimenticato, a quindici anni. Sono due incontri con lo stesso archivio, quello che non perde nulla, e non è affatto chiaro se dovremmo ringraziarlo o temerlo.
Il giurista Viktor Mayer-Schönberger ha descritto la condizione che rende possibili entrambi i casi come un rovesciamento senza precedenti: per la prima volta nella storia, il default non è più dimenticare ma ricordare. Non dobbiamo più sforzarci di conservare un'informazione perché sopravviva. Dobbiamo sforzarci, se vogliamo che scompaia, di cancellarla attivamente, e spesso non ci riusciamo comunque.
Il filosofo Bernard Stiegler ha chiamato ritenzione terziaria questa forma di memoria che non abita in una mente ma in un supporto esterno: la scrittura, la fotografia, l'archivio. Il suo punto, più preciso di quanto sembri, è che ogni ritenzione terziaria non si limita ad aiutare la memoria umana: la ristruttura. La scrittura non ha semplicemente esteso la memoria orale, ha cambiato che cosa significasse, per un essere umano, ricordare. Il rovesciamento descritto da Mayer-Schönberger, in questo senso, non è solo quantitativo: è la più recente, e la più radicale, di queste ristrutturazioni.
Luciano Floridi ha chiamato iperstoriche le società la cui esistenza dipende strutturalmente dalle infrastrutture informazionali, non solo per raccontarsi, come le società storiche che usano la scrittura per i propri archivi, ma per funzionare: senza quelle infrastrutture, letteralmente, si fermano. Questo è il punto che né Mayer-Schönberger né Stiegler, da soli, catturano fino in fondo: non si tratta di una tecnologia che possiamo scegliere di adottare con moderazione. È una condizione strutturale da cui una società iperstorica non può più recedere, qualunque cosa pensi della memoria che quella condizione comporta.
Ma un archivio che non dimentica nulla non equivale, per questo, a una memoria più potente, né tantomeno a una memoria più giusta. Non coincide con il ricordare: un archivio non ricorda, conserva e la differenza non è di grado, è di natura. Ricordare, propriamente, ha sempre incluso un terzo movimento che l'archivio non possiede: non la cancellazione indiscriminata, ma la selezione ovvero la capacità di trattare diversamente un crimine e un errore, un torto sistemico e una leggerezza di gioventù. La memoria umana, a differenza dell'archivio, non è mai stata un deposito neutro. È sempre stata anche un giudizio.
Le neuroscienze confermano che questo giudizio non è un difetto della memoria, ma una sua funzione attiva. Una ricerca condotta con elettrodi intracranici su pazienti epilettici ha mostrato che dimenticare intenzionalmente un'informazione non equivale a lasciarla semplicemente svanire: implica un meccanismo neurale specifico, un'inibizione dall'alto verso il basso che modifica attivamente la traccia mnestica, distinguibile con precisione da un semplice mancato consolidamento (Ten Oever et al., 2021). Il cervello non dimentica per stanchezza, né indiscriminatamente. Dimentica selettivamente, e per lavoro.
Non temiamo, allora, semplicemente un archivio che ricorda troppo — sarebbe un'accusa ingenua, perché proprio quella memoria indistinta ha reso possibili le forme più importanti di verità storica e di giustizia tardiva. Temiamo qualcosa di più preciso: che quell'indistinzione abbia sottratto alle comunità umane un lavoro che è sempre stato loro — la facoltà, esercitata caso per caso, di decidere che cosa meritasse di restare indelebile e che cosa, invece, potesse essere lasciato cadere. Un archivio indifferente non è più equo di una memoria selettiva. È soltanto più cieco.
Si può obiettare, e l'obiezione è corretta, che nulla di tutto questo tocchi la capacità neurale di dimenticare appena descritta: il cervello di chi ha commesso un torto, o di chi lo ha subito, continua a inibire attivamente ciò che preferisce non richiamare, archivio o non archivio. La mente resta libera di attenuare, nel tempo, la salienza di un ricordo, indipendentemente da ciò che un server conserva altrove.
Ma il perdono, e più in generale la possibilità di essere considerati altro da un singolo episodio, non dipende soltanto dalla memoria di chi lo ha vissuto in prima persona. Dipende dalla memoria sociale — e quella memoria, prima dell'archivio digitale, esercitava una selettività che nessuno chiamava ingiustizia: un errore di gioventù sfumava nelle conversazioni di chi lo conosceva, mentre i crimini più gravi restavano, giustamente, indelebili nella memoria collettiva. Quella selettività era imperfetta, e talvolta essa stessa ingiusta. Ma era comunque un esercizio di giudizio. L'archivio non l'ha corretta. L'ha sostituita con l'assenza di giudizio e chiama quell'assenza neutralità.
C'è un caso ancora più intimo in cui questa stessa selettività è in gioco, ed è il lutto. Sigmund Freud chiamava lavoro del lutto il processo lento con cui chi sopravvive a una perdita ritira, un poco alla volta, l'energia psichica investita in chi non c'è più non per dimenticarlo, ma per poter continuare a vivere senza restare prigioniero di un legame che la realtà ha reso impossibile. Non è un lavoro che si compie contro il ricordo. Si compie attraverso una sua trasformazione: da presenza che reclama continuamente attenzione a memoria che si può visitare, di tanto in tanto, senza esserne sopraffatti.
Esistono oggi sistemi, li chiamano deadbot o griefbot, addestrati sui messaggi, le registrazioni vocali, le fotografie che una persona morta ha lasciato in un archivio che non dimentica nulla, capaci di simularne le risposte con fedeltà crescente. Chi li studia riconosce che non promettono di sostituire il lutto: promettono, semmai, di renderlo meno necessario — offrendo una presenza interattiva, disponibile, identica a se stessa, esattamente nel momento in cui il lavoro psichico richiederebbe l'esatto contrario: imparare a lasciare andare quella voce (Hollanek e Nowaczyk-Basińska, 2024; Öhman e Floridi, 2018).
L'oblio, quando funzionava, non cancellava indiscriminatamente. Sceglieva a volte ingiustamente, spesso con fatica, ma sceglieva; ed era la stessa fatica, nella giustizia come nel lutto, attraverso cui una vita poteva continuare senza restare prigioniera di ciò che l'aveva preceduta. Un archivio che ricorda tutto allo stesso modo non ha risolto quella fatica. Ha reso soltanto più difficile il compito più antico che un essere umano conosca: imparare a lasciare andare.
È una domanda che tocca da vicino le relazioni più quotidiane, quelle in cui ci si conosce a fondo, si sbaglia, e si continua comunque a fidarsi, perché qualcuno ha scelto di lasciar cadere ciò che avrebbe potuto conservare. È precisamente su quelle relazioni, sull'amicizia come infrastruttura piuttosto che come legame spontaneo, che Relazioni Aumentate si soffermerà la prossima domenica.
Bibliografia essenziale
Viktor Mayer-Schönberger, Delete: The Virtue of Forgetting in the Digital Age.
Bernard Stiegler, La technique et le temps 1: La faute d'Épiméthée.
Luciano Floridi, The Fourth Revolution: How the Infosphere is Reshaping Human Reality.
Sanne Ten Oever, Alexander T. Sack, Carina R. Oehrn, Nikolai Axmacher, "An engram of intentionally forgotten information", Nature Communications, 12, 2021, articolo 6443.
Sigmund Freud, Trauer und Melancholie (Lutto e melinconia).
Tomasz Hollanek, Katarzyna Nowaczyk-Basińska, "Griefbots, Deadbots, Postmortem Avatars: on Responsible Applications of Generative AI in the Digital Afterlife Industry", Philosophy & Technology, 37(2), 2024, articolo 63.
arl Öhman, Luciano Floridi, "An ethical framework for the digital afterlife industry", Nature Human Behaviour, 2(5), 2018, pp. 318–320.
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