La personalizzazione che isola e il paradosso della cura su misura
Rendere ogni percorso unico può migliorare l’efficacia, ma indebolire la condivisione e il confronto che tengono insieme la pratica clinica.
Matteo Benevento
8/23/2024
La personalizzazione è diventata una parola chiave della medicina contemporanea. Terapie mirate, percorsi adattati, raccomandazioni costruite sui dati individuali promettono cure più efficaci e meno invasive. L’intelligenza artificiale (IA) rende questa promessa sempre più concreta, combinando informazioni cliniche, genetiche e comportamentali. Eppure, proprio mentre la cura si fa su misura, emerge un paradosso: la personalizzazione può isolare. Personalizzare significa riconoscere le differenze. Ma quando ogni percorso diventa unico, il rischio è perdere ciò che tiene insieme. La medicina non è solo un insieme di soluzioni individuali, ma anche una pratica condivisa, basata su confronti, esperienze comuni, criteri che permettono di orientarsi. L’IA tende a spingere verso micro-percorsi sempre più specifici. Utili, ma meno comparabili. In questo spazio, la condivisione si assottiglia. Dal punto di vista clinico, la personalizzazione estrema può rendere più difficile il confronto tra casi. Se ogni decisione è il risultato di una combinazione unica di variabili, diventa più complesso discutere alternative, apprendere dall’esperienza altrui, costruire sapere collettivo. Il rischio non è l’errore immediato, ma l’erosione di una memoria clinica condivisa.
Nel rapporto con il paziente, la personalizzazione può avere un doppio volto. Da un lato, aumenta il senso di essere visti e riconosciuti. Dall’altro, può generare solitudine. Se il percorso è così specifico da non essere confrontabile con quello di altri, il paziente può sentirsi senza riferimenti. La cura diventa precisa, ma meno narrabile. E senza narrazione, diventa più difficile attribuirle senso. Per i medici, questo scenario modifica il modo di apprendere. Si impara a gestire casi sempre più singolari, ma si rischia di perdere la capacità di riconoscere strutture comuni. La medicina, però, cresce anche per analogie, per confronti, per discussioni su ciò che è simile e ciò che è diverso. L’IA, enfatizzando l’unicità, può indebolire questo processo se non viene integrata con consapevolezza. E’ da considerarsi anche la dimensione organizzativa. Percorsi iper-personalizzati sono più difficili da sostenere nel tempo. Richiedono risorse, coordinamento, continuità. Se la personalizzazione non è accompagnata da una visione sistemica, rischia di diventare un privilegio per pochi o una promessa non mantenuta. La cura su misura, senza una struttura che la supporti, può trasformarsi in frammentazione. Il paradosso non sta nella personalizzazione in sé, ma nella sua assolutizzazione. Curare una persona non significa isolarla dal contesto. Significa adattare le scelte senza rompere i legami. L’IA può aiutare a riconoscere le differenze, ma non può costruire comunità di cura. Questo resta un compito umano e organizzativo. Nel lavoro quotidiano, il medico è chiamato a tenere insieme due esigenze: vedere l’individuo e restare dentro una pratica condivisa. Usare la personalizzazione come strumento, non come fine. Ricordare che anche una cura su misura ha bisogno di essere spiegata, confrontata, sostenuta da un senso comune. Forse la sfida più grande è questa: personalizzare senza isolare. Usare i dati per avvicinare, non per separare. L’intelligenza artificiale può rendere la medicina più precisa. Ma solo una medicina capace di restare collettiva può renderla davvero giusta. Curare su misura non significa curare da soli. Significa trovare il punto in cui l’unicità della persona incontra una pratica che resta condivisa, comprensibile e umana.
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