La previsione che sostituisce l’ascolto e il rischio di una medicina che anticipa ma non comprende
Prevedere orienta, ma non basta. Senza ascolto, la comprensione della persona si riduce a uno scenario statistico.
Matteo Benevento
1/12/2026
La capacità di prevedere è una delle promesse più affascinanti dell’intelligenza artificiale (IA) in medicina. Identificare rischi prima che si manifestino, anticipare complicanze, stimare traiettorie cliniche possibili. In molti casi, questa previsione rappresenta un reale avanzamento. Ma proprio mentre la medicina impara ad anticipare, emerge un rischio sottile, quello di sostituire l’ascolto con la previsione. Prevedere significa lavorare su ciò che è già noto, su pattern riconosciuti, su regolarità statistiche. L’IA eccelle in questo. Ma comprendere una persona significa fare spazio anche a ciò che non rientra nei modelli. Sintomi atipici, reazioni inattese, vissuti che non seguono traiettorie previste. In medicina, l’ascolto serve proprio a intercettare ciò che sfugge alla previsione. Dal punto di vista clinico, il rischio si manifesta quando la previsione orienta l’incontro in modo troppo rigido. Se un sistema segnala un alto rischio, ogni segnale viene letto in quella direzione. L’ascolto non scompare, ma viene filtrato. Il medico ascolta per confermare una previsione, non per scoprire qualcosa di nuovo. In questo passaggio, la comprensione si riduce. Nel rapporto con il paziente, questa dinamica può essere percepita come una chiusura. Raccontare qualcosa che non rientra nello scenario previsto può sembrare inutile o fuori luogo. Il paziente può adattare il proprio racconto a ciò che pensa sia rilevante per il sistema, riducendo la spontaneità. La relazione diventa funzionale alla previsione, non alla comprensione reciproca. Per i medici l’abitudine alla previsione può modificare il modo di ascoltare. Si impara a riconoscere segnali attesi, meno a dare valore a ciò che sorprende. Eppure, molte svolte cliniche nascono proprio dall’attenzione a ciò che non torna. L’IA non scoraggia l’ascolto, ma può renderlo meno centrale se non viene integrata con consapevolezza. Da un punto di vista emotivo sapere in anticipo cosa potrebbe accadere può aiutare a prepararsi, ma può anche irrigidire. La previsione può diventare una lente che riduce la possibilità di immaginare esiti diversi. In medicina, però, la speranza e la possibilità fanno parte del processo di cura. Anticipare tutto rischia di chiudere spazi che dovrebbero restare aperti. Il problema non è la previsione in sé. È il suo uso come sostituto dell’incontro. La previsione dovrebbe orientare l’attenzione, non sostituirla. Dovrebbe aprire domande, non chiuderle. Quando diventa una risposta anticipata, l’ascolto perde centralità.
Nel lavoro quotidiano, il medico è chiamato a un equilibrio delicato. Usare la previsione per prepararsi, ma restare disponibile a cambiare rotta. Ascoltare anche quando ciò che viene detto non coincide con ciò che era previsto. Questo richiede flessibilità e una certa tolleranza all’incertezza, qualità che nessun algoritmo può fornire. La vera sfida è ricordare che la previsione non è comprensione. Può indicare un rischio, ma non spiegare un vissuto. Può suggerire un percorso, ma non sostituire il dialogo. La medicina che anticipa senza ascoltare rischia di essere efficiente ma cieca. Curare significa anche lasciarsi sorprendere. Accettare che una persona non sia riducibile a una traiettoria prevista. L’intelligenza artificiale può aiutare a vedere lontano, ma solo l’ascolto permette di capire davvero chi si ha davanti.
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