La prima relazione non reciproca

Dall'infosfera al discernimento: una questione aperta per l'antropologia del XXI secolo

Alfonso Benevento

8/2/2026

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Le riflessioni che seguono non propongono una teoria conclusa. Cercano piuttosto di delimitare un problema. Se la filosofia dell'informazione ha mostrato come il digitale trasformi l'ambiente dell'esistenza umana, resta aperta una domanda che, credo, merita di essere discussa: come cambiano le relazioni attraverso cui l'essere umano forma il proprio discernimento quando una parte crescente della vita riflessiva si svolge nel dialogo con un'intelligenza artificiale?

Ogni grande rivoluzione tecnologica modifica innanzitutto gli strumenti. Solo dopo molti anni comprendiamo che essa ha modificato anche il modo in cui gli esseri umani intendono se stessi. Così la scrittura ha trasformato il rapporto con la memoria, la stampa ha cambiato la circolazione del sapere, internet ha ridefinito la comunicazione e la vita sociale. L'intelligenza artificiale generativa (IAg), oggi, viene descritta quasi esclusivamente attraverso ciò che sa fare, ovvero: generare testi, immagini, codice, analisi, previsioni. Eppure, forse, la domanda decisiva non riguarda ciò che essa produce piuttosto ciò che essa modifica nell'uomo. 
Uno dei contributi filosofici più significativi degli ultimi decenni è il concetto di infosfera, elaborato da Luciano Floridi. Non va confusa con il digitale: l'infosfera è l'intero ambiente informazionale, comprese le entità che lo hanno sempre abitato senza essere digitali: un archivio, una biblioteca, una conversazione non mediata. Ciò che muta, con le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, non è la natura dell'infosfera ma la sua proporzione: il digitale non la introduce, la satura. La tecnologia non è più esterna all'esperienza umana, ne costituisce una delle condizioni permanenti. Partendo proprio da questa interpretazione, allora emerge una conseguenza che, forse, non abbiamo ancora esplorato fino in fondo. Se cambia l'ambiente nel quale l'uomo vive, cambiano inevitabilmente anche i processi attraverso i quali interpreta il mondo, orienta il proprio giudizio e decide come agire. In altre parole, cambia il modo in cui si forma il discernimento. 
La filosofia ha dedicato secoli a comprendere come l'essere umano conosca il mondo. Molto meno frequente è stata una domanda ulteriore: che cosa accade dopo la comprensione? Comprendere non significa ancora scegliere; sapere non significa ancora agire. L'esperienza quotidiana lo dimostra con evidenza, infatti possiamo conoscere perfettamente le conseguenze di un comportamento e continuare tranquillamente a compierlo. Si può comprendere il valore di un principio morale e non riuscire a tradurlo in decisione o comportamenti. Possiamo possedere competenze elevate ma allo stesso tempo prendere decisioni profondamente inadeguate. Esiste dunque uno spazio teorico che la semplice conoscenza non riesce a spiegare. 
Fra ciò che comprendiamo e ciò che decidiamo di fare si colloca un processo attraverso il quale il soggetto valuta, confronta, interpreta, ordina priorità, assume responsabilità e orienta l'azione. È questo processo che possiamo chiamare discernimento. Non si tratta però di introdurre un semplice sinonimo del giudizio che può essere considerato l'esito di una valutazione. Il discernimento è il processo che rende quel giudizio continuamente rivedibile alla luce dell'esperienza, dell'incontro con l'altro e della responsabilità verso le conseguenze delle proprie decisioni assunte. Per questo motivo il discernimento non combacia con l'informazione, da cui traiamo spunti per ampliare autonomamente ciò che sappiamo. Non somiglia neanche alla conoscenza, che invece aiuta ad organizzare ciò che abbiamo appreso. Non corrisponde con il significato, che rende intelligibile l'esperienza. Non coincide neppure con l'intelligenza, infatti è possibile essere straordinariamente intelligenti ma profondamente incapaci di orientare con prudenza le proprie scelte. 
Il discernimento appartiene a un ordine differente. È il processo mediante il quale la comprensione diventa orientamento dell'agire. Proprio per questo motivo non può essere considerato il ponte fra la comprensione e l'azione. Questa scelta non è di carattere terminologico, ma è una conseguenza logica. Se la comprensione non fosse trasformata in orientamento dell'agire, rimarrebbe una conoscenza priva di direzione. Se l'azione non fosse preceduta da un processo di discernimento, diventerebbe semplice reazione. Il discernimento, allora, tiene unite queste due dimensioni. Trasforma: il sapere in responsabilità, l'interpretazione in decisione e la conoscenza in una forma di vita. È precisamente per questo motivo che la relazione dialogica assume un ruolo insostituibile. 
Da Socrate in poi il dialogo non è stato considerato il luogo nel quale accumulare informazioni, ma il luogo (l'ambiente) nel quale mettere continuamente alla prova il proprio modo di comprendere il mondo. Martin Buber vede nell'incontro fra Io e Tu il luogo originario della persona. George Herbert Mead mostra che il Sé emerge assumendo il punto di vista dell'altro. Hans-Georg Gadamer interpreta il dialogo come una fusione di orizzonti che modifica gli interlocutori. Paul Ricoeur descrive l'identità come una costruzione narrativa continuamente rielaborata nell'incontro con l'alterità. John Dewey individua nel pensiero riflessivo il cuore dell'apprendimento, mentre Jerome Bruner ricorda che il significato nasce sempre all'interno di pratiche culturali condivise. Jürgen Habermas, nella prospettiva della razionalità comunicativa, mostra che l'agire orientato all'intesa precede, e fonda, il semplice successo strategico di chi persuade. Queste prospettive appartengono a tradizioni differenti che sembrano convergere su un punto essenziale: il dialogo non serve semplicemente a conoscere di più, serve a mantenere aperta la possibilità di rivedere il proprio discernimento. 
Ogni autentica relazione dialogica espone il soggetto al rischio della trasformazione. Non dialoghiamo davvero quando cerchiamo soltanto conferme. Dialoghiamo quando accettiamo la possibilità di uscire dall'incontro con un discernimento diverso da quello con cui vi siamo entrati. La funzione più alta della relazione dialogica non consiste, allora, nel trasferire informazioni o nel produrre consenso ma nel mantenere aperto il ponte fra comprensione e azione. 
A questo punto si può opporre un'obiezione seria, non un fantoccio. Andy Clark e David Chalmers hanno sostenuto che la mente non finisce alla pelle: un taccuino, una mappa, uno strumento esterno possono entrare a far parte del processo cognitivo stesso, purché integrati stabilmente nell'attività di pensiero. Se un'agenda può diventare memoria, perché un sistema che argomenta, obietta, riformula non potrebbe entrare nel discernimento, anziché restarne fuori? È un'obiezione legittima, e va concessa fino in fondo: la mente estesa rende plausibile che il dialogo con un sistema artificiale prenda parte, davvero, al pensiero. Ma l'estensione della mente non è l'estensione della responsabilità. Una rassegna sistematica su oltre ventitremila studenti mostra che l'uso di ChatGPT, per quanto percepito come efficiente, non produce un rafforzamento del pensiero di ordine superiore: la responsività, da sola, non insegna a discernere. Resta un limite che nessuna estensione cognitiva colma: il sistema aggiorna un modello statistico, non una biografia; non ha nulla da perdere nell'incontro, non risponderà mai delle decisioni che il dialogo contribuisce a maturare. 
È proprio qui che, penso, la trasformazione dell'infosfera pone una questione nuova. Per la prima volta nella storia milioni di persone costruiscono una parte della propria riflessione attraverso una relazione dialogica continuativa con un sistema artificiale capace di sostenere argomentazioni, proporre obiezioni, riformulare problemi e accompagnare il ragionamento. La novità non consiste nella qualità delle risposte, piuttosto nella struttura della relazione. Il discernimento dell'essere umano rimane continuamente aperto alla trasformazione. Il sistema artificiale contribuisce al processo argomentativo, ma non partecipa alla vulnerabilità esistenziale che caratterizza il discernimento umano. Non possiede una biografia da orientare, non assume responsabilità morali per le decisioni che il dialogo contribuisce a maturare e non condivide il rischio dell'incontro. Sherry Turkle ha chiamato questa condizione l'essere soli insieme: una compagnia costante che, proprio perché non rischia nulla, non impegna fino in fondo. 
Esiste così una reciprocità linguistica e una reciprocità funzionale, ma sembra mancare una reciprocità esistenziale. È forse, proprio, in questa asimmetria che si apre una delle questioni antropologiche più significative del XXI secolo. Infatti se la filosofia dell'informazione ci ha insegnato a comprendere come il digitale trasformi l'ambiente nel quale l'uomo vive, il passo successivo potrebbe consistere nel comprendere come, dentro quell'ambiente, cambino le relazioni attraverso cui l'essere umano forma il proprio discernimento. L'intelligenza artificiale, allora, non rappresenta soltanto una nuova tecnologia del linguaggio ma il primo caso storico nel quale una parte della formazione del discernimento umano si sviluppa all'interno di una relazione dialogica continuativa che non redistribuisce fra i suoi interlocutori la medesima vulnerabilità. Perché ogni volta che cambia il luogo nel quale il discernimento prende forma, cambia inevitabilmente anche il modo in cui una civiltà comprende se stessa. È precisamente questo luogo che cambia (e il modo in cui, cambiando, ci cambia) che possiamo interrogare. 

Bibliografia essenziale 
Platone, Apologia di Socrate; Menone. 
Martin Buber, I and Thou. 
George Herbert Mead, Mind, Self, and Society. 
Hans-Georg Gadamer, Truth and Method. 
Paul Ricoeur, Oneself as Another. 
John Dewey, How We Think. 
Jerome Bruner, Acts of Meaning. 
Jürgen Habermas, The Theory of Communicative Action. 
Luciano Floridi, The Fourth Revolution; The Philosophy of Information. 
Sherry Turkle, Alone Together. 
Andy Clark, David Chalmers, "The Extended Mind", Analysis, 1998. 
Ravšelj et al., "The cognitive impact of ChatGPT in higher education: A systematic review of critical and creative thinking outcomes", 2025.

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