La responsabilità condivisa, perché nessuno cura più da solo
La cura nasce oggi da reti complesse di persone e sistemi, ma la responsabilità resta umana e richiede volti, scelte e assunzione di giudizio.
Matteo Benevento
3/24/2025
La medicina non è più un atto solitario. Anche quando il medico è fisicamente solo davanti al paziente, dietro quella decisione agiscono sistemi complessi, linee guida, algoritmi, team multidisciplinari, infrastrutture tecnologiche e organizzative. Curare non è più l’espressione di una singola volontà, ma il risultato di una rete. Questa trasformazione rende evidente una verità che la medicina ha sempre conosciuto, ma che oggi non può più ignorare: nessuno cura più da solo. E proprio per questo la responsabilità cambia forma. Per lungo tempo la responsabilità medica è stata pensata come individuale. Il medico decide, il medico risponde. Questo modello, pur con tutti i suoi limiti, aveva una chiarezza simbolica, oggi quella chiarezza si dissolve. Le decisioni emergono da interazioni continue tra persone e sistemi. L’intelligenza artificiale (IA) suggerisce, i protocolli orientano, l’organizzazione impone vincoli, il paziente partecipa. La responsabilità non scompare, ma si distribuisce. E distribuendosi, rischia di diventare invisibile. Il primo rischio della responsabilità condivisa è la deresponsabilizzazione. Se tutti partecipano, nessuno risponde. Se la decisione è il prodotto di un sistema, diventa difficile individuare chi ne è responsabile. Questo rischio non è teorico. È già presente nella pratica quotidiana. Quando un esito è negativo, si tende a cercare la causa nel processo, nel software, nella procedura. La responsabilità si frammenta fino a perdere volto. Ma una medicina senza volti responsabili non può essere una medicina giusta. L’intelligenza artificiale accentua questa tensione. Gli algoritmi non sono soggetti morali, ma producono effetti morali. Suggeriscono scelte che hanno conseguenze sulla vita delle persone. Quando queste scelte vengono seguite, la responsabilità resta umana, anche se mediata. Il medico non può delegare all’algoritmo ciò che non può essere delegato: la decisione ultima. La responsabilità condivisa non significa responsabilità diluita, ma responsabilità articolata. Curare significa assumersi una responsabilità che attraversa più livelli. C’è la responsabilità tecnica, legata alla competenza. C’è la responsabilità organizzativa, legata alle condizioni in cui si lavora. C’è la responsabilità etica, legata al senso delle scelte. C’è la responsabilità relazionale, legata al modo in cui le decisioni vengono condivise con il paziente. Nessuna di queste dimensioni può essere eliminata senza impoverire la cura. Il paziente, in questo scenario, non è più solo destinatario della responsabilità altrui. È parte attiva. Partecipa alle decisioni, fornisce dati, esprime preferenze. La responsabilità condivisa implica anche riconoscere questa partecipazione. Non per scaricare sul paziente il peso delle scelte, ma per includerlo nel processo. Una decisione condivisa non è una decisione indebolita. È una decisione più consapevole. La condivisione richiede competenze nuove. Condividere responsabilità non significa semplicemente informare. Significa costruire comprensione. Spiegare cosa è in gioco, quali sono i margini di incertezza, quali i limiti della tecnologia. L’IA può offrire raccomandazioni, ma non può costruire questo spazio di senso. È qui che la responsabilità del medico si manifesta in modo più netto.
C’è anche una dimensione istituzionale. I sistemi sanitari devono assumersi la responsabilità delle tecnologie che adottano. Non basta introdurre strumenti avanzati. Bisogna governarli, monitorarli, valutarne gli effetti. Nel 2025, molte decisioni cliniche sono influenzate da sistemi progettati lontano dal contesto di cura. Senza una responsabilità istituzionale chiara, il peso ricade ingiustamente sui singoli professionisti.
La letteratura scientifica mostra che gli errori in contesti complessi sono spesso il risultato di fallimenti sistemici più che individuali, migliorare la sicurezza delle cure richiede una cultura della responsabilità condivisa che non sia punitiva, ma riflessiva. Questo è ancora più vero quando l’IA entra nei processi decisionali. Punire l’anello finale della catena non migliora il sistema. Nel rapporto tra professionisti, la responsabilità condivisa richiede fiducia reciproca. Team multidisciplinari, integrazione tra competenze diverse, dialogo tra clinici e tecnologi. Nessuno possiede tutte le competenze necessarie, e la medicina sta diventando sempre più un lavoro di squadra. Ma lavorare in squadra non è automatico. Richiede linguaggi comuni, rispetto dei ruoli, capacità di confronto. Senza questi elementi, la condivisione diventa conflitto o, peggio, silenzio.
La responsabilità condivisa non elimina la necessità del coraggio professionale. Anzi, la rende più necessaria. In un sistema complesso, il gesto responsabile può consistere nel fermarsi, nel sollevare un dubbio, nel dire che qualcosa non convince. Questo gesto può essere scomodo, ma è essenziale. L’IA, con la sua autorevolezza apparente, può rendere più difficile questo atto. Per questo la responsabilità umana non può essere ridotta. Parlare di responsabilità condivisa significa anche riconoscere il ruolo della società. Le scelte sanitarie riflettono valori collettivi. Come vengono allocate le risorse, quali tecnologie vengono finanziate, quali priorità vengono stabilite. Il medico opera dentro queste scelte, ma non le controlla completamente. Una medicina responsabile ha bisogno di un dibattito pubblico maturo, capace di comprendere la complessità senza cercare capri espiatori. La responsabilità condivisa non è una rinuncia all’etica individuale. È una sua evoluzione. Riconosce che le decisioni emergono da reti complesse, ma afferma che qualcuno deve comunque rispondere del senso di quelle decisioni. Il medico non è più l’unico attore, ma resta un nodo centrale. Un nodo che tiene insieme tecnica, relazione e giudizio.
Alla fine, dire che nessuno cura più da solo non significa negare la responsabilità personale. Significa collocarla in un contesto più ampio. Significa accettare che la cura è un atto collettivo, ma che la responsabilità morale non può essere collettiva in modo anonimo. Deve avere volti, voci, nomi. La medicina ha bisogno di una nuova grammatica della responsabilità. Una grammatica che riconosca il ruolo della tecnologia senza idolatrarla. Che valorizzi il lavoro di squadra senza annullare l’individuo. Che includa il paziente senza abbandonarlo. In questa grammatica, la responsabilità condivisa non è una debolezza. È la condizione necessaria per una cura giusta in un mondo complesso. Curare oggi significa questo: assumersi insieme il peso delle decisioni, senza smettere di essere responsabili singolarmente. Nessuno cura più da solo. Ma proprio per questo, ognuno deve sapere per cosa risponde.
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