La società e l’infosfera
Alfonso Benevento
12/18/2023
La realtà che viviamo viene quotidianamente segnata dal digitale che la trasforma nei fatti e nelle idee, ovvero sia nelle cose con cui ci rapportiamo e sia nelle idee che ci facciamo delle cose. Si sta compiendo una vera e propria “rivoluzione digitale” che possiamo definire come “rivoluzione del taglia e incolla”, ovvero di quella cultura che riesce a separare e riaggregare le realtà che un tempo si pensavano indissolubilmente unite e non scindibili. Un po’ come succede tra gli atomi in una reazione chimica. Il digitale riesce a tagliare e incollare tutto ciò che ereditiamo dal passato fornendoci ogni volta una chiave di lettura diversa sia nei termini dei fenomeni sia nella comprensione degli stessi. Perchè il digitale abbia il potere di riaggregare le cose, con il tagliare e incollare la realtà, è dovuto alla tecnologia del terzo ordine (Luciano Floridi, 2017) che media tra l’uomo e la natura. Il digitale da solo in questo modo riesce a potenziare la realtà, ad aumentarla, a trasformarla, creando così sempre nuovi ambienti in cui possiamo vivere e interagire. Ad esempio non viviamo sulla televisione, ma viviamo sul web. Il digitale allora non solo riesce a creare nuove strutture (ad esempio nuovi artefatti o società), ma riesce in profondità a trasformarne anche la loro natura e il modo in cui le concepiamo. La conseguenza della rivoluzione digitale “allora”, scaturisce anche dal come e dal perché, risiede nel fatto che il digitale di volta in volta riesca a (ri)disegnare la realtà, proprio con il taglia e incolla, fornendo così a ciascuno la possibilità di una propria conoscenza di essa. Il tagliare e incollare diventa perciò l’agire direttamente sulla realtà e la conoscenza che ciascuno ha di essa, cercando di trarre vantaggi da opportunità e vincoli per riuscire a risolvere i problemi. Tutto questo si può definire allora design, ovvero sfruttamento di opportunità, che nella pratica poi si traduce con l’innovazione che necessitano sempre del progetto umano. Quanto fin qui esposto ci da l’idea di un nuovo luogo che contemporaneamente interpreta, nei termini della società dell’informazione, lo spazio analogico e quello digitale in cui la vita di ognuno scorre sempre connessa ad internet che rappresenta un oceano in continua espansione, in cui ciascuno di noi vive immerso senza neanche accorgersene. Si è venuto così a creare una nuova dimensione vitale, relazionale, sociale, comunicativa, lavorativa, economica, come interazione tra la realtà materiale-analogica e la realtà virtuale-interattiva. Questo nuovo spazio fatto dai mezzi di comunicazione e dalle informazioni da esse prodotte il filosofo Floridi lo definisce infosfera. Essendo sempre connessi non ha più senso allora chiedere ad una persona sei online? perché internet ci mantiene costantemente nell’infosfera. La vita e le esperienze che ciascuno vive nell’infosfera sempre Floridi la definisce onlife, corrispondendo cioè sia alla vita online sia a quella offline. Nell’infosfera in cui ogni giorno vivono e operano miliardi di persone e nuovi agenti artificiali ciò che è importante sono le regole di comportamento. Purtroppo sin dall’inizio dell’avvento di internet questa è stata scambiata semplicemente per utility, posticipandone la sua regolamentazione. Ora che il web l’ha trasformata in un eco-sistema in cui prevalgono gli interessi economici e le fake news continuamente inquinano l’infosfera, ciò che più si rende necessario è una governance delle tecnologie in cui piani, strategie e idee si possano trasformare in realtà. Trasformare buone pratiche in buoni risultati è il compito della governance delle tecnologie, avere la capacità di tradurre azioni in soluzioni seguendo alcune linee guida che se auto-imposte si chiamano auto-regolamentazione. In questo modo la governance avviene su basi specifiche e non rimane fine a se stessa. Tuttavia ciò di cui oggi si sente la mancanza assoluta è proprio quella delle regole precise e condivise, per cui facilmente riescono a trarre beneficio le aziende che catturano i dati degli utenti per i loro scopi e costruire piattaforme in grado di controllare e condizionare i comportamenti individuali e collettivi, ovvero la vita sociale. Occorre migliorare il come si innova, si producono e si consumano i prodotti e i servizi di internet e del web, creando quindi un’etica del digitale che tragga spunti dalla filosofia del digitale. Oggi non è più l’innovazione tecnologica in sé a fare la differenza, ma è cosa ne facciamo di questa innovazione. Occorre saper gestire la trasformazione del digitale che ci sta investendo, per cui dobbiamo passare dalla “digital innovation” alla “digital governance”, poiché il rapporto tra le tecnologie digitali e l’uomo che le pensa, le sviluppa e le mette in atto non è sempre lineare e sincero. L’uomo oggi è allo stesso tempo vittima e carnefice di se stesso poiché impaurito dai cambiamenti imposti dal digitale, ma anche avido nel farne uso per propri fini all’interno di questo rapporto, fà mostra di comportamenti, modi e scopi che portano alla riflessione: “che cosa vogliamo fare di ciò che abbiamo creato e soprattutto come intendiamo farlo”. Nella dicotomia tra uomo e tecnologia occorre scegliere la centralità buona dell’uomo togliendo quindi il primato alla tecnologia, allo stesso tempo è necessario rimuovere quella centralità cattiva dell’uomo che utilizza il digitale in maniera non equilibrata e del tutto arbitraria. Utilizzare in questo modo il digitale vuol dire metterlo a disposizione di tutti senza distinzione d’età, di ceto sociale, di cultura ma soprattutto si crea un servizio per le generazioni presenti e quelle future. Il tempo in cui si manifestano le trasformazioni delle tecnologie digitali è estremamente compresso, questa variabile (tempo compresso) unita alla potenza delle trasformazioni tecno-digitali contribuiscono a rendere la rivoluzione digitale qualcosa per cui si deve avere ragionevole preoccupazione in modo da saperla adeguatamente governare. È necessario cioè accrescere, individualmente, la conoscenza del digitale per raggiungere la consapevolezza critica del digitale e tendere verso la cultura etica del digitale traendo insegnamenti dalla filosofia del digitale. In questa direzione cresce una società matura fatta di persone che, a prescindere dall’età, imparano a bilanciare i vantaggi offerti dalla tecnologia del digitale e con consapevolezza critica individuale e collettiva del comportamento online riescano a sviluppare strategie efficaci per rimanere sicuri in rete. Un esercizio che contribuisce alla parte positiva dell’onlife. Adulti, ragazzi e bambini siamo completamente immersi nel mondo delle tecnologie per questo è importante capire come non subirle e come governarle, sia dal punto di vista tecnico: quello pratico, sia da quello del digitale: quello dei contenuti. A seguito di recenti episodi verificatisi su alcuni social che hanno visto coinvolti tragicamente dei minori l’osservatorio Osservare Oltre ha condotto per la redazione della rubrica Rai del Tg3 – Fuori TG e per quella di RAS (Rassegna dell’Autonomia Scolastica) un sondaggio sull’utilizzo del web da parte dei minori. Il campione basato su 983 bambini di età compresa tra i 9 e gli 11 anni di tre diverse regioni: il Veneto, il Lazio e la Campania ha fatto emergere dietro gli inquietanti dati come nel 99% dei casi i bambini siano lasciati da soli liberamente a navigare in internet per più di quattro ore al giorno. Dall’intero campione è emersa una lista di 25 social che loro quotidianamente frequentano e, in media, ciascuno di loro ogni giorno ne frequenta 6 diversi. L’utilizzo è legato a un dispositivo personale (smartphone/tablet) nell’88% mentre il restante 12% usa quello dei genitori oppure il computer di casa. Il 100% dei piccoli utenti si è creato il proprio profilo in compagnia di almeno uno dei due genitori o comunque di un fratello più grande o di un adulto di famiglia, e tutti hanno mentito sull’età col consenso del familiare dichiarandone una maggiore rispetto a quella vera. Nessuno di loro ha ben chiaro il concetto di identità digitale che confondono con la reputazione social legata al numero dei like ricevuti per i video/foto postati. Sempre il 4% del campione ha ricevuto da sconosciuti sul proprio profilo richieste di foto o notizie personali in cambio di offerte di denaro, mentre al 2% è stata fatta richiesta esplicita di compiere gesti estremi. Inoltre il 65% dei ragazzi ha dichiarato di informare i genitori di questi fatti mentre il restante 35% di non averlo fatto e semplicemente di aver bloccato l’account di provenienza. Infine l’89% dei genitori non chiede mai esplicitamente ai propri figli il loro comportamento o atteggiamento sul web. Dai numeri, inquietanti, emerge come questi bambini sono lasciati da soli in un mondo senza regole e, che se anche sanno usare uno smartphone (conoscono la tecnica) non è detto che abbiano piena consapevolezza di ciò che stanno facendo (conoscenza dei contenuti). Tocca ai genitori occuparsi di mettere in sicurezza la vita online dei propri figli, tenendo presente che l’attività e il comportamento online dei bambini e dei giovani è diverso sia all’interno della stessa fascia d’età sia tra fasce d’età differenti. Gli obiettivi di apprendimento relativi alla comprensione, al rispetto e alla protezione dell’autonomia individuale, al diritto di dare o negare il consenso anche online sono connessi a nuovi comportamenti legati alla sicurezza che un bambino sotto i quattordici anni difficilmente riesce ad avere. Sono i genitori a dover trasmettere ai propri figli l’esempio di atteggiamento/comportamento consapevole da tenere online, ponendosi loro stessi diverse domande sull’utilizzo dei media. Purtroppo sempre di più accade invece, da parte degli adulti, di scambiare le tecnologie digitali come la tata a costo zero, internet e web considerarli ambienti in cui non occorre la prudenza con i dati personali o le conoscenze. È in continuo aumento lo sharenting, il desiderio che porta i genitori a far conoscere tutto dei propri figli postando loro informazioni sui social. Un’abitudine, quella dello sharentig, che si consolida sempre di più creando archivi digitali pubblici di minori, che a loro insaputa vengono esposti alla libera ricerca di pedofili. Gli adulti 2.0 non sono adeguatamente informati sui rischi connessi e sulle politiche adottate dai social media. Per contrastare lo sharenting la Commissione Europea sta studiando una apposita normativa che permetta ai bambini, una volta diventati adulti, il diritto di chiedere la rimozione di contenuti immessi nel web prima di 18 anni. Purtroppo però, dato il lungo tempo trascorso, il danno sarà irrimediabilmente compiuto. In Francia la legislazione in tema di privacy prevede che i minori raggiunta la maggiore età (18 anni) possano denunciare i genitori entrambi responsabili per aver pubblicato in rete foto/video dei propri figli senza averne avuto il permesso. La responsabilità ricade su entrambi i genitori anche se materialmente soltanto uno dei due ha pubblicato le immagini.
Come si crea allora la cultura in materia del digitale senza essere fumosi? Occorre prima educare e poi istruire seguendo una strategia che è quella del “fare” e non del “dire”. La scuola certamente attraverso progetti di educazione al digitale riesce a (in)formare i ragazzi, ma da sola e senza l’aiuto di genitori e famiglie non può farcela.
PixelPost.it è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, n°164 del 15 Dicembre 2023