La tecnologia che promette protezione diventa il confine fragile tra sicurezza e controllo

Aumentare la sicurezza è necessario, ma trasformarla in sorveglianza rischia di indebolire fiducia e autonomia.

Matteo Benevento

6/10/2024

a golden padlock sitting on top of a keyboard
a golden padlock sitting on top of a keyboard

La sicurezza è uno degli argomenti più convincenti a favore dell’uso dell’intelligenza artificiale (IA) in medicina. Sistemi che monitorano costantemente, segnalano anomalie, riducono il rischio di errore vengono presentati come alleati preziosi per proteggere pazienti e professionisti. In molti casi, questa promessa è fondata. Ma proprio mentre la sicurezza aumenta, emerge un confine fragile: quello tra protezione e controllo.

In medicina, proteggere significa ridurre il rischio senza compromettere l’autonomia. Significa creare condizioni più sicure perché le decisioni possano essere prese con maggiore consapevolezza. Il controllo, invece, introduce una logica diversa: sorvegliare, verificare, correggere continuamente. L’IA, per sua natura, tende verso il controllo perché lavora attraverso il monitoraggio costante. La differenza tra le due dimensioni non è tecnica, ma etica. Dal punto di vista clinico, il controllo può trasformare il modo di lavorare. Sapere di essere costantemente osservati da sistemi che valutano performance, aderenza ai protocolli, deviazioni dagli standard modifica il comportamento. Non sempre in meglio. Il rischio è quello di una medicina difensiva, orientata a evitare segnalazioni più che a rispondere ai bisogni reali del paziente. La sicurezza, così, smette di essere un supporto e diventa una pressione. Nel rapporto con il paziente, la logica del controllo può alterare la fiducia. Se ogni comportamento viene monitorato, ogni scelta tracciata, il paziente può sentirsi protetto ma anche sorvegliato. La linea è sottile. Una tecnologia che promette sicurezza deve essere accompagnata da una comunicazione chiara, che restituisca senso e limiti. Senza questa chiarezza, la protezione rischia di essere vissuta come invasione. Per i medici crescere in un ambiente iper-monitorato può avere effetti ambivalenti. Da un lato, aumenta l’attenzione alla sicurezza. Dall’altro, riduce lo spazio per l’autonomia e l’apprendimento dall’esperienza. Se ogni deviazione viene immediatamente segnalata, diventa più difficile sperimentare, riflettere, sviluppare un giudizio personale. La sicurezza non dovrebbe annullare il processo di crescita professionale. Da un punto di vista organizzativo sistemi progettati per garantire sicurezza possono essere utilizzati per standardizzare e controllare. Questo può migliorare la qualità media, ma può anche ridurre la flessibilità necessaria per affrontare situazioni complesse. La medicina non è fatta solo di casi standard. Quando il controllo diventa rigido, ciò che non rientra nei parametri rischia di essere penalizzato.

Il confine tra sicurezza e controllo dipende dalle intenzioni e dall’uso. Un sistema che segnala un rischio può essere uno strumento di protezione. Un sistema che valuta costantemente il comportamento può diventare uno strumento di sorveglianza. La differenza sta nel margine di libertà lasciato al professionista e nel modo in cui le informazioni vengono utilizzate. Nel lavoro quotidiano, il medico è chiamato a vigilare su questo confine. Accogliere la sicurezza offerta dalla tecnologia senza rinunciare alla propria autonomia. Usare il monitoraggio come supporto, non come sostituto del giudizio. Questo equilibrio richiede consapevolezza e una cultura organizzativa che riconosca la complessità della cura. La tecnologia non decide da sola se proteggere o controllare. È l’uso che ne facciamo a determinarlo. In medicina, dove la fiducia è un elemento centrale, confondere le due cose può avere conseguenze profonde. La sicurezza che nasce dal controllo eccessivo rischia di indebolire proprio ciò che vorrebbe tutelare. Forse la vera sfida è costruire sistemi che aumentino la sicurezza senza trasformare la cura in sorveglianza. Che supportino il lavoro clinico senza ridurlo a una sequenza di comportamenti osservabili. Perché curare significa assumersi responsabilità, non essere semplicemente controllati. In un’epoca in cui la tecnologia promette di proteggerci da ogni rischio, la medicina deve ricordare che una parte della sicurezza nasce dalla fiducia. E la fiducia non può essere automatizzata.