La tecnologia che sembra bastare e il rischio di dimenticare perché si cura

La tecnica può perfezionare il “come”, ma non definisce il “perché”. Senza senso, la cura perde orientamento.

Matteo Benevento

3/18/2024

vintage gray game console and joystick
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Nel dibattito sull’intelligenza artificiale (IA) in medicina, l’attenzione si concentra spesso su ciò che la tecnologia rende possibile. Diagnosi più accurate, percorsi più efficienti, decisioni supportate da dati complessi. In questo scenario, è facile scivolare verso una convinzione implicita che la tecnologia, se sufficientemente avanzata, possa bastare. È proprio qui che si apre il rischio più profondo dimenticare perché si cura che non è solo risolvere un problema clinico. È rispondere a una vulnerabilità. È entrare in relazione con qualcuno che chiede aiuto, non solo una soluzione. L’intelligenza artificiale può migliorare il come della medicina, ma non definisce il perché. Quando questo perché passa in secondo piano, la pratica clinica rischia di perdere il suo orientamento. Dal punto di vista clinico, una medicina che si affida eccessivamente alla tecnologia può diventare estremamente competente e sorprendentemente povera di senso. Le decisioni sono corrette, i percorsi ben strutturati, gli esiti misurabili. Ma ciò che tiene insieme questi elementi, ciò che li rende cura e non semplice intervento, non è garantito dalla tecnologia. È garantito dalla motivazione profonda che guida l’agire medico. Nel rapporto con il paziente, questo slittamento può essere avvertito come una distanza difficile da nominare. Tutto funziona, ma qualcosa manca. Il paziente viene seguito, monitorato, trattato. Ma non sempre si sente accompagnato. La tecnologia può rendere la cura più efficiente, ma non più significativa. Il significato nasce dall’incontro, non dall’ottimizzazione. Oggi per i medici questo rischio è particolarmente rilevante. Crescere professionalmente in un contesto altamente tecnologico può portare a identificare la competenza con la padronanza degli strumenti. Ma la competenza clinica non è solo saper usare ciò che si ha a disposizione, è anche saper interrogare il senso di ciò che si fa. Senza questa riflessione, la medicina rischia di diventare una pratica performante ma disorientata. È da considerare anche la dimensione culturale. Una medicina che crede che la tecnologia basti tende a misurare il successo solo in termini di risultati tecnici. Ciò che non produce indicatori chiari perde valore. L’ascolto, la presenza, la capacità di stare accanto diventano accessori. Eppure, sono spesso queste dimensioni a dare significato all’esperienza di cura, sia per chi cura sia per chi è curato. Il problema non è affidarsi alla tecnologia, ma affidarsi solo a quella. Quando la tecnologia diventa il centro, il senso si sposta. Curare rischia di diventare un fine in sé, non una risposta a una persona. L’IA può sostenere la medicina, ma non può sostituire la domanda fondamentale: perché sto facendo questa scelta, per questa persona, in questo momento? Nel lavoro quotidiano, il medico è chiamato a mantenere vivo questo interrogativo. Anche quando tutto funziona. Anche quando gli strumenti sono affidabili. Proprio allora. Perché il rischio di perdere il senso aumenta quando l’efficacia è elevata e il sistema sembra autosufficiente. La vera maturità della medicina nell’era dell’intelligenza artificiale non si misura da quanto la tecnologia riesce a fare, ma da quanto riesce a non far dimenticare ciò che conta. Curare non è applicare soluzioni perfette, ma rispondere a una fragilità con competenza e responsabilità. La tecnologia può accompagnare questo gesto, renderlo più preciso, più sostenibile. Ma non può fondarlo. Il fondamento della cura resta una scelta umana: quella di prendersi carico di qualcuno, non solo di qualcosa. E finché questa scelta resta al centro, l’intelligenza artificiale può essere un alleato potente. Quando invece sembra bastare da sola, è proprio allora che la medicina rischia di smarrire il suo perché.